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Made in Italy. Sistema Moda Italia: «L’unica nostra speranza è l’eccellenza»

marzo 12, 2014 Matteo Rigamonti

Se non vuole sprofondare nella crisi, tutt’altro che risolta, all’Italia non resta che una chance: puntare sulle nicchie di mercato e i prodotti dall’alto valore aggiunto. Intervista al presidente Claudio Marenzi

«I settori basso e medio-basso del mercato sono persi. L’unica nostra speranza è l’eccellenza». Così parla Claudio Marenzi, imprenditore e presidente di Sistema Moda Italia, la federazione che racchiude sotto l’egida di Confindustria diverse aziende del tessile e della moda, tra cui Herno di cui proprio Marenzi è alla giuda. Secondo Marenzi, infatti, dopo cinque anni di crisi, tutt’altro che risolta, e i primi labili segnali di ripresa, questa è la via che il Paese e le aziende del Made in Italy in particolare devono seguire se davvero vogliono sopravvivere e tornare a crescere.

Presidente, il tessile sta uscendo dalla crisi?
Fino a che non saremo usciti dal guado, sarà sempre troppo presto per dirlo; ad ogni modo, siamo ancora molto lontani dai livelli pre crisi. Se già nel 2013, infatti, l’abbigliamento-moda, che rappresenta il comparto a valle di tutto il sistema, ha fatto segnare un positivo più 2,8 per cento, a monte il tessile ha, invece, registrato un negativo meno 3 per cento. Il primo semestre 2014, però, in termini di fatturato, dovrebbe essere positivo per entrambi.

Qual è il problema, dunque?
Il problema maggiore è rappresentato dal fatto che lo scenario che si sta delineando all’orizzonte è sempre più quello di una crescita dei fatturati, ma di una diminuzione sensibile dei posti di lavoro. Il nostro settore, infatti, che negli anni trascorsi offriva un lavoro ad almeno 600-700 mila addetti, oggi è sceso sotto i 500 mila e sembra difficile che possa riprendersi e tornare a quei livelli.

Come è possibile?
È possibile perché, da un lato, il sistema della moda e del tessile in Italia vivono ormai sempre più di lusso, prodotti di nicchia ed eccellenze ad altissimo valore aggiunto, ma che, purtroppo, offrono scarse prospettive in termini di crescita occupazionale. E per fortuna che almeno questo è un settore su cui ancora possiamo fare affidamento, senza che in troppi siano già in grado di competere con i nostri standard qualitativi di prodotto. Dall’altro lato, però, è evidente a chiunque che anche la sola possibilità di competere laddove non ci sia sufficiente valore aggiunto è di fatto divenuta impossibile per noi. Soprattutto per effetto dell’elevato cuneo fiscale sul lavoro. Ma di certo non potremo mai competere con quei Paesi che fanno esclusivamente affidamento sul basso costo del lavoro.

Che lezione dovrebbero trarne imprenditori e dipendenti?
Anzitutto, dobbiamo scordarci i grandi numeri e i livelli di occupazione pre crisi. I segmenti del mercato basso e medio-basso sono ormai persi. Occorre poi capire che le nostre possibilità di sopravvivenza e sviluppo sono sempre più legate a un necessario cambio di mentalità e filosofia da parte delle nostre aziende: dobbiamo puntare sulla specializzazione del prodotto, su elevati standard qualitativi, formazione dei nostri dipendenti e sfruttare attraverso innovative reti di distribuzione le enormi potenzialità dell’export, soprattutto in paesi ed economie in crescita come Russia, Cina, Giappone, Corea, ma anche Usa e in parte Europa. Per questo motivo stiamo pensando di inaugurare una fiera unica a Shanghai, replicando quello che già si è fatto a Milano e di recente a Mosca.

Alla politica cosa chiedete?
Non chiediamo né incentivi né finanziamenti, ci basterebbe il taglio del cuneo fiscale. A questo governo, inoltre, chiediamo un impegno a Bruxelles affinché l’Europa possa avere un suo certificato di origine e “made in”, che è uno strumento fondamentale per competere sui mercati globali. Come noi lo vogliono anche la Spagna e il Portogallo, ma sembra che ai paesi del Nord, Germania compresa, e a quelli scandinavi non interessi affatto. Forse perché le loro produzioni non sono più tali. Ma noi non possiamo permetterci di essere tiepidi su questo punto. Dobbiamo far sentire la nostra voce.

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