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Macroregione, l’unione fa il federalismo. Video e grafici

settembre 21, 2012 Massimo Giardina

L’esecutivo Monti affossa il decentramento avviato da Berlusconi. Ma Cota, Formigoni, Tondo e Zaia, Costituzione alla mano, rilanciano: subito una Macroregione per amministrare in autonomia le eccellenze del Nord

Non si parla di secessione e non si parla di maxi Lombardia. La proposta prende il nome di Macroregione Nord e sottindende un percorso di collaborazione tra le Regioni settentrionali su tematiche concrete e possibili unioni tra le realtà più virtuose di Veneto, Piemonte, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia. Un aggregato così forte da costringere Roma a “mollare” alcune competenze che, se gestite in modo autonomo, sarebbero più efficienti: due esempi calzanti sono la scuola e il sistema dei trasporti. Queste Regioni da sole realizzano buona parte del Pil italiano in una situazione paradossale: ricevono solo il 30 per cento delle tasse generate nei loro territori e ciò nonostante sono in grado di offrire i servizi più efficienti in Italia e in Europa. Per questo l’argomento Macroregione incontra l’interesse dei governatori della parte settentrionale dello stivale, e nonostante i botta e risposta offerti alle pagine dei quotidiani, le quattro regioni sopra menzionate si guardano con interesse per verificare possibili unioni. Tempi ha incontrato i presidenti Roberto Cota, Luca Zaia, Gabriele Tondo e Roberto Formigoni rilevando in tutti e quattro la volontà di perseguire l’obiettivo Macroregione Nord.

Il Friuli-Venezia Giulia è già una Regione a statuto autonomo e da sola provvede alla quasi totalità dei propri servizi ma, «in un momento così grave per l’economia e per il mercato del lavoro, condivido il progetto di un’unione che faccia la forza» annuncia il governatore Tondo. Per la cronaca, l’Emilia Romagna ha deciso di starsene per i fatti suoi. La regione governata da Vasco Errani è stata più volte invitata a considerare il nuovo aggregato settentrionale, ma tra l’emergenza terremoto e le bagarre nelle varie correnti nel Pd il presidente ritiene la proposta avanzata dai suoi vicini non degna di nota. «Peccato», commenta il collega piemontese Cota, «su Errani non ho preclusioni, tant’è che uno dei maggiori sponsor della Macroregione fu Guido Fanti, primo presidente dell’Emilia Romagna, un comunista». Della stessa opinione il presidente del Veneto Zaia: «Per ora il progetto comprende quattro Regioni. E in questi casi la concretezza è d’obbligo. Naturalmente non abbiamo pregiudizi nei confronti di nessuno, se gli obiettivi sono pienamente condivisi». Per Formigoni, «l’invito a Errani è sempre valido». «Partiamo con il centrodestra, non è poco», il giudizio di Tondo.

La Macroregione ha avuto diversi padri e molti sostenitori. Si è più volte fatta menzione del gruppo Cisalpino diretto nel 1945 dal democristiano comasco Tommaso Zerbi, professore dell’Università Cattolica e membro dell’Assemblea costituente. Zerbi era amico di Gianfranco Miglio, il quale, da membro della Dc, si interessò alle idee promosse dal gruppo lariano approfondendole negli anni fino a sviluppare il proprio pensiero federalista: base ideale della Lega della prima ora e rispolverato recentemente da Roberto Maroni. Sabato 15 settembre, proprio durante un “Miglio day”, il neo segretario della Lega ha esposto il suo programma per una Euroregione. La differenza rispetto all’idea di Formigoni consiste nel passaggio costituzionale: per Maroni occorre una revisione della Carta che predisponga maggior autonomia al Nord, in particolare riallocando verso il territorio il 75 per cento degli introiti fiscali, contro il 30 attuale. «Bisogna essere realisti», replica il presidente della Lombardia. «Propongo un’altra strada con la volontà di andare più avanti, nella direzione indicata da Maroni. Ma cominciamo a utilizzare gli strumenti che la Costituzione già ci mette a disposizione. Ad esempio applichiamo gli articoli 116, 117 e 132, che permettono di unire le forze su alcuni servizi determinanti senza passare dal Parlamento. Altrimenti come è possibile costruire una maggioranza che decreti maggiore autonomia al Nord, con un governo in scadenza fra pochi mesi?» Ribadisce Tondo: «Se diciamo alla nostra gente che ridurremo le tasse non saremo credibili. Deve partire dal Nord una forza liberatoria per le imprese».

Basta applicare la Carta
I governatori leghisti guardano con simpatia Formigoni e sottolineano la problematica fiscale per le Regioni del Nord sollevata dal loro partito. Cota racconta che «tutte le settimane incontro almeno tre aziende. Tranne qualche eccezione, soffrono tutte a causa della crisi e di un sistema centralizzato che non funziona. Il fisco e la burocrazia romana sono i nodi da sciogliere. Realizzare sinergie tra le Regioni che funzionano è un modo per affrontare la questione settentrionale e per ottenere maggior peso politico a favore dei nostri territori, perché a noi interessa che i soldi del Nord restino dove sono stati generati». Sulla stessa linea Luca Zaia: «Portiamo avanti un progetto di lobby del Nord che sia in grado di fare gli interessi di questi territori senza negarne le specificità. E che li spinga a una maggiore condivisione di tutti gli elementi positivi che vi sono, ma che oggi vengono penalizzati dalla solita gestione centralista che premia gli sprechi e punisce i virtuosi». Ergo la Macroregione potrà essere il motore che permette alle regioni del Nord di far fronte (comune) alla situazione di crisi in cui si trovano. E a fronte dei tagli definiti dalla spending review di Monti, è una soluzione per non dover eliminare o ridurre servizi efficienti. «La Macroregione deve essere una federazione tra Regioni del Nord per affrontare insieme questioni comuni e avere maggior peso politico», riprende Cota. «Per passare dalle parole ai fatti, servono risorse. Per questo riteniamo che il 75 per cento dei tributi debba rimanere al territorio. Altrimenti rischiamo che lo Stato centrale scarichi su di noi i suoi problemi». E Zaia: «La Costituzione prevede già la possibilità che le Regioni acquisiscano maggiori competenze in diversi ambiti. Si tratta di applicarla fino in fondo. Sarebbe già un ottimo punto di partenza».

Quanto a cifre e grandezze fisiche ed economiche, la Macroregione Veneto-Lombardia-Piemonte-Emilia secondo uno studio di Eupolis raggiungerebbe il 39,2 per cento della popolazione italiana, ma con un Pil pari al 47,5 per cento sul valore nazionale. Anche il paragone con l’Europa è felice: il soggetto aggregato potrebbe competere alla pari con la Macro-Land Renania, ossia il territorio che comprende i due Länder renani Vestfalia e Palatinato (ipotesi di fusione allo studio nel dibattito in merito alla riforma dello Stato tedesco). Anzi, la Macroregione Nord risulterebbe economicamente più forte, con 30.850 euro di Pil a prezzi di mercato per abitante, contro i 28.490 euro della Renania unificata. Dall’insieme è escluso il Friuli-Venezia Giulia, che in quanto Regione a statuto speciale, gode già di una propria autonomia. Osserva il presidente Tondo: «La cosa che più mi importa non è se il Veneto o la Lombardia saranno dominanti rispetto al Friuli-Venezia Giulia, ma che un’area importante del paese possa avere una propria proposta di conduzione verso una ripresa che solo da qui può partire».

Dalla sanità all’agricoltura
Sul tavolo sono in gioco le eccellenze delle singole regioni, a partire dai rispettivi sistemi sanitari, che vantano tutti meno spesa e più efficienza rispetto al resto d’Italia, Lombardia e Veneto in testa. In Friuli la sanità è gestita in proprio e «non partecipiamo agli assalti della diligenza statale che si vedono dalle regioni in perdita. Siamo virtuosi per servizi e infrastrutture», chiosa Tondo. Zaia, che definisce il proprio sistema regionale «un esempio a livello nazionale e internazionale», ha anticipato il decreto Balduzzi avviando con un finanziamento di 7 milioni di euro l’organizzazione dei medici di famiglia 24 ore al giorno, sette giorni su sette: a regime costerà 21 milioni l’anno. Cota ha invertito la rotta rispetto ai passati governi piemontesi: se negli ultimi dieci anni la spesa sanitaria regionale è aumentata dai 6 miliardi di euro del 2002 agli 8,5 del 2010, nel 2011 è diminuita di 135 milioni, mantenendo i servizi offerti. In Lombardia la sanità pubblica ha un peso pari al 5,4 per cento del Pil, contro una media nazionale del 7,2, e i bilanci sono in pareggio da undici anni. Oltre alla sanità, altri possibili terreni d’azione comune sono il sistema del trasporto locale, l’istruzione, le centrali uniche per gli acquisti, la gestione del bacino del Po e la gestione della navigazione sui laghi. Senza trascurare l’energia idroelettrica.

«Sul fronte dei servizi sociali si potrebbe creare un nuovo modello che serva davvero i territori senza dissipare le risorse», spiega Zaia. «Lo stesso dicasi per il sistema dei trasporti, che trarrebbe certamente beneficio da un lavoro di squadra interregionale affrancato da un regime di fatto monopolista e centralista. Poi la cultura e l’agricoltura dei territori, in cui il Veneto ha pochi rivali. Si creerebbe una leadership europea fortemente competitiva». Rincara Cota: «Abbiamo diverse eccellenze. Siamo una regione principalmente industriale, con una forte agricoltura e un’importante attività di trasformazione alimentare. Poi, grazie a un ottimo terziario, e all’importante prospettiva logistica dovuta alle infrastrutture che si stanno realizzando, abbiamo una grande attrazione turistica. Un bel banco di prova per una sinergia potrebbe essere l’Expo 2015: con la Lombardia abbiamo già sottoscritto un protocollo, Novara è vicinissima al polo di Rho-Pero».

Formigoni rilancia anche sulla “questione meridionale”: «La Macroregione Nord può essere un’opportunità anche per il Sud. Se ripartisse il Settentrione, il Mediterraneo si ritroverebbe ad essere nuovamente un luogo centrale dell’economia, visto che i paesi di quelle aree non sono più sottomessi a egemonie dittatoriali». Cota sottoscrive: «Se al Sud mutuassero il modello, potrebbero risolvere i problemi insieme senza rivolgersi all’assistenzialismo di Roma. Certo, fare con meno risorse significa cambiare mentalità, ma diciamola tutta: il sistema attuale non gli ha portato poi tanti benefici».

Assistenzialismo addio
Anche Zaia spera in una svolta culturale: «Bisogna comprendere che in Italia esistono realtà che viaggiano a velocità diverse. Intere aree che confidano nell’assistenzialismo drenando risorse al Nord senza realizzare un proprio sviluppo. Insomma, senza una rivoluzione culturale e sociale, prima ancora che politica, non si va da nessuna parte. E non mi sembra che questo governo stia promuovendo questa responsabilizzazione, anzi. Comunque, quel che preme a noi sono i popoli del Nord, è a loro che dobbiamo rendere conto innanzitutto, e in questo senso ci stiamo muovendo». La ripartenza del Nord può essere un’opportunità per tutti, sintetizza Tondo: «Quando c’è una locomotiva che spinge, tutti i vagoni seguono, naturalmente c’è chi arriva prima e chi dopo, ma l’importante è la forza di chi traina».

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5 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    le parole di Cota: «Nel blocco dell’euroregione del nord ciascun territorio mantenga la propria identità. Non siamo più disposti ad avere Roma come punto di riferimento, guardiamo direttamente all’Europa», sono molto chiare sulla volontà anti-italia dei protagonisti dell’iniziativa. almeno risparmiateci l’ipocrisia.

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