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Ma se la Grecia continua a tagliare, come farà mai a riprendersi? Analisi di un fallimento annunciato

febbraio 13, 2012 Massimo Giardina

Dal 2010, la Troika chiede alla Grecia austerità tra tagli sulla sanità, difesa, pubblica amministrazione e aumenti Iva che incidono sul Pil per 8-9 punti percentuali. Così facendo si impoveriscono i cittadini e le imprese, si contraggono i consumi e diminuiscono le entrate per lo Stato.

Gli esperti nella gestione delle crisi che operano nei fondi cosiddetti di turnaround (realtà che comprano società sull’orlo del fallimento per risanarle e riproporle sul mercato) conoscono bene le procedure da attuare nei momenti di difficoltà. La prima cosa da porre a compimento è la gestione del debito pregresso. Ci si accorda con i creditori chirografari (senza privilegi) e si definisce a priori una parte del capitale da rimborsare. Il concetto di fondo è: meglio perdere una parte che perdere tutto.

Un altro intervento da compiere è l’immissione di nuovi capitali in grado di dare ossigeno e, per ultimo, cercare ed eliminare le cause che hanno portato al dissesto finanziario. Quest’ultimo passaggio è il più delicato e necessita tempi più lunghi rispetto ai primi due. Va capito se i motivi correlati sono esogeni o endogeni, il modo con cui vanno circoscritti e curati. Per usare un linguaggio evangelico: «Bisogna attendere che la zizzania si separi dal grano buono». La prassi appena accennata è in sintesi quanto si sta facendo per impedire il default greco, con un’unica sottolineatura: uno Stato non è un’azienda. Una differenza non di poco conto.

Il debito pubblico della Grecia dovrà in parte essere ridefinito da chi ne detiene una buona parte. Si parla per lo più di investitori istituzionali, ancor più nel dettaglio di grandi banche e di fondi. Le aziende di credito in Germania e Francia ne hanno in pancia una buona fetta. Piccola parentesi: una svalutazione dei titoli greci graverebbe sulle banche di queste nazioni in modo più attenuato rispetto ad altri paesi perché, secondo le nuove regole dell’Autorità di vigilanza europea, i titoli di Stato vanno contabilizzati al loro valore di mercato (mark to market). A prescindere dalla discutibilità della norma, l’effetto è che nel regno Merkozy, la svalutazione sarebbe in parte compensata dalla sovravalutazione dei Bund e dei titoli francesi che le banche detengono. Dal punto di vista economico l’impatto sarebbe alleggerito, cosa diversa sotto l’ottica finanziaria, dove non ci sarebbe il ritorno dei capitali usciti al momento dell’acquisizione dei titoli greci. Per chiudere la parentesi va detto che il valore di realizzo dei titoli di stato è alla pari. Ergo la plusvalenza economicamente registrata è virtuale.

Parlando di numeri, si stima un taglio del debito pari al 70 per cento, che corrisponde in termini assoluti a 100 miliardi di euro. Significa che se una banca ha comprato titoli greci per 100, sarà rimborsata per 25. Una bella perdita in conto capitale. Da sottolineare il fatto che il taglio sul debito riguarda solo gli investitori privati (Psi -Private sector involvment); è escluso di conseguenza il settore pubblico (Osi – Official sector involvment). L’accordo in tutti i suoi particolari verrà definito settimana prossima, molto probabilmente il 15 febbraio.

Un altro tema riguarda gli aiuti che l’Europa ha promesso ad Atene, nel caso in cui il Parlamento greco accetti i vincoli di Austerity suggeriti dalla Troika. I ministri finanziari di eurolandia riuniti ieri sera a Bruxelles, non hanno ancora deliberato l’esborso dei fondi. In effetti l’Eurogruppo non ha tutti i torti, perché fino ad ora si è visto solo un accordo tra i tre grandi partiti, manca ancora l’approvazione del Parlamento che arriverà verosimilmente nella giornata di domenica. Il vero problema risiede nella controparte, cioè nelle richieste che l’Europa ha fatto alla nazione greca, che riguardano quanto si accennava sopra: l’eliminazione delle cause che hanno generato la situazione di crisi. Dall’attuale 160 per cento del rapporto debito/Pil, la Grecia dovrebbe scendere entro il 2020 al 120 per cento. Uno sforzo enorme in un paese già sul lastrico e con una povertà dei cittadini che si sta espandendo a macchia d’olio. Nell’accordo tra i partiti vi è anche la previsione di un taglio di 150 mila dipendenti pubblici, di cui 15 mila nel 2012, oltre ad un taglio degli stipendi minini del 20 per cento. Non va dimenticata anche una tassa di solidarietà una tantum tra l’1 e il 5 per cento sui redditi 2011. Va detto che la Grecia non è stata negli ultimi anni un esempio di virtuosità, ma ha operato in un’unica direzione: l’austerità. Paradigmatico è il caso delle privatizzazioni  a cui il paese avrebbe potuto dar luogo e per cui si è realizzato solo una vendita per 400 milioni. Noccioline (peanuts) direbbero gli americani.

L’austerità non è la soluzione. Chi pensa che le azioni varate nei prossimi giorni salveranno il sistema Grecia si sbaglia. Ormai il paese è sulla soglia della povertà, come ha scritto Tempi sul numero 6/2012. Dal 2010, si va avanti con misure tra tagli sulla sanità, difesa, pubblica amministrazione e aumenti Iva che incidono sul Pil per 8, 9 punti percentuali. Così facendo si impoveriscono ulteriormente i cittadini e le imprese, si contraggono i consumi, e di conseguenza diminuiscono le entrate per lo Stato. Senza una seria politica di sviluppo economico la Grecia prima o poi sarà destinata al fallimento, e con lei tutti i capitali che l’Europa ci vorrà mettere.
twitter: @giardser

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1 Commenti

  1. paolo delfini says:

    GRAZIE MASSIMO PER DETTAGLIATA SPIEGAZIONE SITUAZIONE GRECIA, COMPLETAMENTE D’ACCORDO SULLA TUA RIFLESSIONE CONCLUSIVA.

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