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L’ultimo passaggio di mano per Telecenerentola. Da Telemontecarlo a La7, storia di una tv senza pace

febbraio 28, 2013 Gabriele Maestri

Le zigzaganti vicende di un’emittente senza pace, dagli esordi ai giorni nostri. Un percorso quarantennale (e ben poco lineare) nel racconto di Stefano Buccafusca

E dire che stavolta il «terzo polo» sembrava davvero a portata di mano. Invece per La7 pare aprirsi un altro futuro da definire. La tv di Telecom Italia Media passerà probabilmente nelle mani di Urbano Cairo, essendo state escluse dal cda le ipotesi del fondo Clessidra di Claudio Sposito o della cordata di Diego Della Valle: come che sia, sono quasi certi aggiustamenti nel piano editoriale e non solo. Sarebbe l’ennesimo cambio di passo per una rete che sta per compiere quarant’anni e, fin da quando si chiamava Telemontecarlo, non ha avuto una vita semplice né un percorso lineare.

La storia dell’emittente è ricca di accelerazioni, frenate, fasi di stallo e occasioni sfumate. A ricostruire la vicenda, almeno fino alla penultima puntata, ha pensato Stefano Buccafusca, caporedattore centrale del Tg La7 e fino al 2001 capo ufficio stampa di Tmc: lo ha fatto in un libro pubblicato dal Centro di documentazione giornalistica, dal titolo eloquente di Telecenerentola. Già, perché la rete, come scritto da Enrico Mentana nella prefazione, «ha molto più fascino delle due più ricche e dispettose sorellastre». Che, ovviamente, hanno i volti di Rai e Mediaset.

Sfogliando le pagine del libro emerge come dall’inizio il percorso del canale – nato monegasco e ora interamente italiano – sia stato per lo meno singolare, dagli affanni a più riprese, fino ai successi recenti in termini di audience. «Tutto ciò si spiega pensando alle spese enormi per gli investimenti e al rapporto tra scelte editoriali e mercato pubblicitario, che avrebbe dovuto restituire i costi e produrre ricavi – spiega Buccafusca –. Più volte l’incrocio non c’è stato, per colpa di varie storture sul mercato della pubblicità: in fondo, sono l’altra faccia di un pluralismo che nei fatti manca».

La stessa nascita di Telemontecarlo è quasi anomala. Essa inizia a operare il 5 agosto 1974 come tv straniera (con proprietà a maggioranza franco-monegasca) trasmessa in Italia coi ripetitori e le frequenze di Tv Internazionale, società italiana costituita dai proprietari dell’emittente: un mese prima la Corte costituzionale aveva precisato che ripetere segnali televisivi esteri non viola il monopolio Rai. Al nord si vedono ancora la Tv Svizzera italiana o Tele Capodistria; Tmc viene creata apposta, la copertura del territorio è migliore e i progetti sono interessanti.

Le potenzialità dell’emittente emergono presto, mentre in Italia nel 1976 l’esclusiva Rai si incrina dopo che la Consulta ha “liberato le antenne” a livello locale: «Come tv di stato – ricorda Buccafusca – Telemontecarlo accede agli eventi dell’Eurovisione; in più parte un primo telegiornale su scala nazionale che dal 1976 conta sui commenti di Indro Montanelli e degli altri cofondatori del Giornale». Non solo: Tmc, emittente straniera, trasmette in diretta quando in Italia solo la Rai può farlo. Altri editori privati, per avere un effetto simile, creano circuiti con varie tv locali, mandando in onda lo stesso programma con un minimo di sfasatura: vale per la berlusconiana Telemilano, nata poco dopo la rete monegasca e pronta a trasformarsi in Canale 5, vale per Italia 1 e Rete 4.

Telemontecarlo punta molto sugli eventi sportivi, ma dal libro emerge che nel 1981 qualcosa va storto: i francesi hanno investito molto, raccogliendo poco in pubblicità, così pensano di vendere: la diretta e l’Eurovisione fanno gola a molti privati e la Rai corre ai ripari. «Viale Mazzini mette sul piatto 5 miliardi e varie ore di programmazione, a fronte di un controllo su Tv Internazionale e, di fatto, sull’emittente – precisa l’autore –. Ai proprietari conviene non dissanguarsi, alla Rai è utile inchiodare di fatto un potenziale concorrente, tenendo fuori altri privati».

Occorre aspettare il 1985 perché l’emittente cambi proprietà: a tentare l’avventura sono i brasiliani di Rede Globo. «Il colosso vendeva le sue telenovelas in Italia, Tmc era l’occasione per espandersi  – precisa Buccafusca –. Fanno investimenti ingenti, ma trovano ostacoli enormi, a partire da una marea di ricorsi intentati, forse non senza l’interesse di Fininvest, dalle tv locali, che lamentano come Tmc sia la sola rete privata a poter trasmettere in diretta su tutto il territorio italiano». Tempo due anni e tanto lo stillicidio di azioni legali, quanto le spese per riempire di film, sport e programmi il palinsesto, convincono la Globo che è meglio mollare il colpo.

Il problema, al solito, è che i soldi spesi non rientrano con la pubblicità; in più Tmc, come spiega Buccafusca, non si sottopone all’Auditel. «Il mercato pubblicitario è legato agli indici di ascolto, ma gli uomini di Globo non vogliono la rilevazione: temono di ottenere dati bassi, non convenienti per avere sponsor – ricorda il giornalista – Quella Telemontecarlo è come una bancarella che ha merce buona, particolare, ma è arrivata dopo i concorrenti storici che si dividono il grosso dei clienti: i grandi fatturati sono delle tv generaliste e Tmc non può contare sui loro personaggi».

Prima i brasiliani, tra la scoperta di una Parietti e il lancio di una Ventura, cercano un socio: sfumata l’ipotesi Rcs, si accordano con la Ferruzzi di Raul Gardini e Carlo Sama. Dalla Rai arrivano dirigenti e volti noti, si punta ancora su notizie e sport – dalle Olimpiadi alla vela col Moro di Venezia – ma nel 1992 Rede Globo lascia e la Ferruzzi è nei guai per Tangentopoli: Tmc, per scelta di Mediobanca, è di nuovo in vendita, anche se arrivano cannonieri come Sandro Curzi e Federico Fazzuoli e torna Montanelli. «La tv viene tenuta a bagnomaria – chiarisce Buccafusca – con un palinsesto da sopravvivenza, pur dignitosa, in attesa di un compratore». Cosa non semplice: la legge Mammì ha fotografato il duopolio Rai-Fininvest – nel 1994 la Corte costituzionale ne smonta qualche pezzo, ma cambia poco – Tmc non ha tutte le frequenze necessarie e, infine, in politica entra Silvio Berlusconi, “ingombrante” sul mercato televisivo anche quando non governa.

Il compratore, in ogni caso, a metà del 1995 arriva: ha il carattere vulcanico di Vittorio Cecchi Gori, senatore del Ppi, già azionista di Tele+ (uscito tra le polemiche) e gestore di un impero cinematografico. Gli consigliano di investire nelle tv e lui ne compra due, prima Videomusic, poi Telemontecarlo: «È la prima volta – nota il caporedattore centrale di La7 – che un gruppo diverso da Mediaset può elaborare una strategia su due reti e con contenuti di rilievo, come film e sport, che per Cecchi Gori sono la forza dirompente del gruppo». Gli ascolti vanno meglio e finalmente l’Auditel li rileva; Cecchi Gori strappa persino i diritti “in chiaro” per la Serie A alla Rai (anche se poi dovrà scendere a patti), ma è lui stesso ad azzoppare la crescita delle reti cambiando i dirigenti quasi come calzini. Quando poi il patron ha serie difficoltà finanziarie, pensa di mollare anche lui.

A prendersi sulle spalle Tmc (a un prezzo stratosferico) è Seat Pagine Gialle, legata a doppio filo a Telecom Italia: inizia nel 2000 la pagina più recente della storia della televisione, che un anno dopo cambia nome in La7. Dal libro emerge chiaramente come la rete cambi pelle almeno tre volte. Quando Telecom passa da Roberto Colaninno alla Pirelli di Tronchetti Provera viene accantonato in fretta il progetto di una rete generalista con nomi importanti (e spesso strapagati) per passare a una tv all news o, per lo meno, ad altro contenuto informativo: «Un’idea affascinante e interessante, anche di qualità – ammette Buccafusca –, ma sul mercato resta un prodotto di nicchia, per gli ascolti e i ricavi», dunque molto più rassicurante per gli altri concorrenti del piccolo schermo.

Con i vari Ferrara, Lerner, Piroso si punta su informazione e approfondimento e in qualche modo si costruisce un’identità della rete, finché nel 2004 La7 acquista un’immagine più dinamica e appetibile (vedi alle voci Chiambretti, Crozza e Bignardi), almeno fino all’ennesimo passaggio di mano di Telecom, con conseguenti tagli di costi, rischi di licenziamento e contratti di solidarietà. Eppure il colpo più grosso arriva nel 2010, con l’approdo di Enrico Mentana (già corteggiato come direttore del nuovo Tg La7 nel 2001): il pubblico se ne accorge e gli ascolti salgono, per il telegiornale e anche per la rete. «Da lì in poi – riconosce l’autore del libro – si è finalmente riusciti a intercettare un pubblico e una domanda, cosa che in precedenza non era stata possibile».

Ci sarebbe di che essere soddisfatti, insomma; il gioco, tuttavia, è complesso e soprattutto costoso, anche se la raccolta pubblicitaria va molto meglio di prima. Non a caso, da mesi si parla della possibile vendita di La7 (assieme all’altro canale digitale La7d e a Mtv), unitamente ai ponti per la trasmissione del segnale o in via separata. Buccafusca nel suo libro non fa previsioni, ma è ben consapevole che, se Tmc prima e La7 poi sono rimaste a galla, pur tra varie turbolenze di bilancio e in circostanze sfavorevoli, lo si deve a chi ha lavorato all’interno della rete. Chiunque si compri La7, sia Cairo o qualcun altro, è bene che se lo ricordi.

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