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Negri: «Giovanni Paolo II è stato un grande amico degli uomini perché amico di Dio»

aprile 16, 2014 Matteo Rigamonti

Alla presentazione del libro “Accanto a Giovanni Paolo II” del giornalista polacco Redzioch è intervenuto l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio ricordando a tutti chi era papa Wojtyla

incontro-faes-giovanni-paolo-iiÈ stato presentato lunedì sera al Teatro Faes di via Amadeo 11 a Milano il libro Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano, scritto dal vaticanista polacco Wlodzimierz Redzioch in occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II ed edito da Ares. Presenti all’incontro, organizzato dal Faes e le Edizioni Ares in collaborazione con l’Associazione Milano per Giovanni Paolo II, oltre all’autore, monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, il vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli e, a moderare l’incontro, Francesco Ognibene, caporedattore di Avvenire.
Il libro di Redzioch, che dal 1981 al 2012 ha lavorato presso l’Osservatore Romano e collabora con il più diffuso settimanale cattolico polacco Niedzieda, raccoglie 22 interviste ad amici e stretti collaboratori di Karol Wojtyla, con alcuni dei quali condivideva persino gli inviti a cena o le vacanze, ancor prima che divenisse Papa. Per citarne solo alcuni: i cardinali Andrzej Maria Deskur e Stanislaw Nagy, i cui contributi escono postumi, il filosofo Stanislaw Grygiel, la dottoressa Wanda Poltawska, il segretario da papa Stanislaw Dziwisz, oggi cardinale arcivescovo di Cracovia, ma anche il gendarme vaticano Egidio Biocca, ora in pensione, il fotografo pontificio Arturo Mari, cui era molto affezionato, il medico personale Renato Buzzonetti e monsignor Pawel Ptaszinik, il giovane sacerdote cui il Papa dettava discorsi e omelie negli ultimi anni della malattia. Oltre all’eccezionale intervista al papa emerito Benedetto XVI, poi, ci sono anche quelle ai cardinali Camillo Ruini, Angelo Sodano e Tarcisio Bertone e tante altre ancora.

Wlodzimierz RedziochFEDE GRANITICA E CALORE UMANO. Che Wojtyla sarebbe diventato santo, c’era chi lo aveva intuito già da tempo. Come il cardinale Deskur che, ha raccontato Redzioch, «mi confidò come sulla porta del giovane seminarista di Cracovia, qualche suo compagno avesse scritto “Karol Wojtyla: futuro santo”» ed era già convinto nel 1964 che «la sua elezione ad arcivescovo di Cracovia non fosse un caso inaspettato, perché quello “sconosciuto” era, in realtà, ben conosciuto in certi ambienti della Chiesa». Wojtyla, infatti, ha spiegato Redzioch, «era molto stimato da Paolo VI che, nel 1976, lo chiamò per predicare alla Curia romana in Quaresima e di lui apprezzava, in particolare, lo zelo pastorale e missionario». Caratteristiche che il mondo ebbe poi modo di conoscere lungo tutto il suo pontificato e nei suoi tantissimi viaggi: «Giovanni Paolo II – ha fatto notare Redzioch – ha trascorso 870 giorni fuori dal Vaticano, ma se lo ha potuto fare è anche perché poteva fare affidamento a Roma sull’allora presidente della Cei Camillo Ruini e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede».
«Non avremmo oggi un Papa santo se non ci fosse stato prima un santo sacerdote», ha ribadito Redzioch, ricordando l’importanza che, nella formazione e nella crescita personale di Wojtyla, dopo gli anni del seminario, ebbero l’amicizia con molti laici e ragazzi, suoi coetanei e più giovani, di cui tanti si sarebbero poi sposati e che rimasero in contatto con lui. Era il «Gruppo Srodowisko», ha raccontato Redzioch, che in italiano si traduce con «Ambiente»; amici poco più che ventenni, con cui Wojtyla viveva le circostanze di tutti i giorni, li consigliava e trascorreva anche le vacanze insieme. Un’esperienza che certamente ha contribuito a forgiare la sua «fede granitica in Gesù Cristo» e insieme irrobustire quel «calore umano e quella rara capacità di ascoltare l’altro» che tutti i suoi collaboratori hanno poi conosciuto da vicino. Così come di lui hanno potuto scoprire l’«intenso rapporto con Dio» coltivato nella preghiera e nella Messa quotidiana: non a caso «la prima regola dell’appartamento pontificio era quella di non disturbare il Papa mentre pregava». Perché, ha confidato Redzioch, era da quella «comunione col Signore che gli veniva la letizia che gli permetteva di procedere in mezzo alle fatiche e alle difficoltà del tempo».

luigi-negri-incontroLA VIRTÙ DELL’AMICIZIA. Monsignor Luigi Negri, riferendosi al lavoro di Redzioch, ha detto che è un «libro straordinario, perché parla dell’amicizia, un termine che, purtroppo, oggi è abusato, ridotto a sentimento; ed è forse per questo motivo che migliaia di matrimoni falliscono». Ma «cos’è l’amicizia?», ha domandato Negri. «L’amicizia è un giudizio e proprio questo testimoniano i racconti del gendarme, del fotografo, del vaticanista e tutti quegli interventi che di Giovanni Paolo II parlano come di un amico». Come, peraltro, ha confermato anche Valli, raccontando la sua personale esperienza di giovane giornalista, marito e poi padre di sei figli: «Un amico che non aveva paura di chiederti obiettivi elevati», ha detto.
Secondo Negri, Wojtyla è stato un «uomo di grande apertura, per cui la preghiera era strumento della fede; e la fede l’incontro con uomo storico, un amico. Wojtyla è stato amico degli uomini perché amico di Dio». E il suo merito è stato quello di aver saputo «amare i giovani di diverse generazioni contestualmente alle strutture e ai condizionamenti dell’ambiente in cui vivevano». Wojtyla, infatti, era consapevole di aver di fronte a sé «i figli del secolo delle idee assassine, gli eredi degli insegnamenti e delle conseguenze dell’ateismo». «Uomini annichiliti, ma non distrutti», come ebbe a dire più tardi, dove comunque «era difficile aprire lo spazio per uno scenario di amicizia».

RICOSTRUIRE L’UOMO. Giovanni Paolo II ci è riuscito: «Da grande teoreta quale era, ha insegnato a tutti come andava il mondo, ma l’ha fatto per trovare l’uomo». Quell’uomo che, nonostante tutto, «resiste di fronte all’assalto della post-modernità». Andando a pescare nell’«innegabile risveglio religioso» che pure la post-modernità portava con sé. Perché, ha spiegato Negri, «è questo il compito della Chiesa, di tutta la Chiesa, i laici in particolare, non solo i preti e le suore, ma il popolo di Dio che è interamente e integralmente il grande soggetto missionario: rendere cultura la fede». Giovanni Paolo II «ha fatto capire all’uomo da dove veniva e che risorsa aveva, il cuore, per affrontare la realtà, ridestando il fascino per un impegno realistico con tutto ciò che c’è di buono, vero e bello». Wojtyla ha «insegnato agli uomini ad essere uomini, ai cristiani ad essere cristiani e, per dirla con Pascal, che l’uomo supera infinitamente l’uomo».
Qui sta la cifra della sua santità, ha concluso Negri, perché «la caratteristica principale della santità è quella di saper mettere al centro la verità e lui ha messo al centro della vita della Chiesa l’uomo educandolo a vivere la sua umanità». Ha fatto vedere al mondo che «la prospettiva della liberazione è una possibilità oggettiva. Ridare all’uomo il senso dell’avventura è possibile se ciò che lo definisce come soggetto di cultura è l’impegno col suo senso religioso». Così Wojtyla ha reso nuovamente «possibile il dialogo in una società pluralistica», fino ridestare l’interesse per l’impegno «culturale, sociale e politico».

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