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«L’Ue tradisce l’idea dei padri fondatori. Ci vuole una Federazione europea»

novembre 14, 2011 Benedetta Frigerio

Ugo Draetta, docente di diritto dell’Unione Europea alla Cattolica, spiega perché l’Ue ha tradito l’idea dei padri fondatori e come può recuperarla: «Abbiamo l’euro ma manca una politica economica decisa a livello comune. Ci vuole una Federazione europea di quegli Stati che si rifanno agli ideali degli inizi: quelli ricordati dal Papa»

«Ho dedicato la maggior parte della mia attività scientifica e didattica all’integrazione europea, a cominciare dal 1960. E ora quello che sembrava un’eresia è diventato realtà» spiega a Tempi.it Ugo Draetta, rappresentante del governo italiano presso il Comitato Ocse sulla corruzione e professore di diritto dell’Unione europea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Lei ha cominciato a studiare l’Unione Europea quando veniva messa in piedi dai suoi padri fondatori. Oggi è un’istituzione che sembra in crisi, dove hanno sbagliato gli Stati membri?

Non dovevano adottare la tecnica del funzionalismo economico, tradendo così l’idea dei padri fondatori. Hanno pensato che procedere a piccoli passi sulla via dell’integrazione economica avrebbe automaticamente portato all’integrazione politica. È chiaro, a distanza di più di 50 anni, che l’integrazione politica non è la logica conclusione dell’integrazione economica.

Che cosa può succedere senza un accordo politico di fondo?
Dopo l’allargamento dell’Unione da 15 a 27 Stati, che ha seguito di poco l’introduzione dell’euro, siamo rimasti abbagliati dalla mera dimensione quantitativa e abbiamo smesso di dare peso agli elementi qualitativi. E’ per questo che i dati sulla popolazione e sul Pil relativi all’Unione non sono comparabili con quelli di Stati unitari. Un mercato è tanto più forte, e ha peso nell’economia mondiale, quanto più efficaci sono le scelte di politica economica e monetaria che lo indirizzano. Nell’Unione Europea, invece, le scelte di politica economica sono compiute separatamente. Le sole decisioni concordate a livello unitario sono sommarie: non riguardano i livelli delle entrate fiscali e della spesa pubblica ma soltanto il risultato che è a valle di tali scelte (rapporto del deficit e del debito pubblico con il Pil). Essendo poi congelate in un Trattato internazionale, per cambiarle, quando è necessario, occorre un nuovo Trattato internazionale che deve essere ratificato da 27 Stati.

Ha senso l’Euro in questo scenario?

Ripeto quanto già detto da Jacques Delors, il padre dell’euro: la moneta unica non è che un ponte gettato verso la federazione europea in attesa che qualcuno vi ponga sotto i pilastri. I pilastri sono la politica economica decisa a livello comune per tutti gli Stati dell’Eurozona, senza la quale il ponte è a rischio di crollo. Servono obiettivi comuni.

La prosperità economica è l’obiettivo di cui si è sempre parlato. Non basta?

Non c’è stabilità senza un accordo di visione più profondo. La crisi attuale fa apparire il re (l’attuale Unione Europea) nudo: gli Stati che hanno difeso ad oltranza le loro prerogative sovrane ostacolando in ogni modo progressi comunitari che parevano attentare a tale sovranità, si rendono improvvisamente conto che hanno comunque perso questo bene così ottusamente difeso, dato che le loro politiche di bilancio sono ormai eterodirette. Alcuni di tali Stati potranno sentirsene sollevati, in quanto sgravati da un compito. Resta, però, inquietante il fatto che tali scelte sono formulate secondo gli interessi nazionali degli Stati economicamente forti che le impongono.

Come si supera questa visione?

La crisi ci mette alle strette: è evidente che se non imbocchiamo una via economica unitaria sarà difficile salvarsi. Una tale scelta necessita di un’effettiva legittimazione democratica. Non potremo quindi affidare le decisioni comuni alla Commissione o al Consiglio dell’Unione senza rinunciare ad uno dei capisaldi della democrazia. Già l’azione della Bce dovrebbe indurre a qualche preoccupazione, essendo sottratta a qualsiasi controllo democratico. L’unico metodo che può consentire di affrontare con successo le sfide menzionate resta quindi quello federale. Che può ovviare al “federalismo strisciante”, ove le soluzioni adottate presentano preoccupanti profili antilibertari.

Ma gli stati membri dell’Unione non hanno ormai storie troppo diverse per unirsi fino a questo livello?

L’allargamento senza un “nocciolo duro” di Stati è stato un errore. Quindi, una Federazione europea può solo avere qualche speranza di realizzazione in un ambito ristretto di Stati che, in definitiva, si restringe a quei sei che hanno iniziato il processo di integrazione europea o, al massimo, a quelli che hanno introdotto al loro interno la moneta unica. Questi fungerebbero da polo di attrazione per i restanti Stati, che dovrebbero condividerne gli ideali. Per questo bisogna tornare a guardare quello che univa gli stati dell’Unione quando fu pensata dai suoi padri fondatori.

A cosa si riferisce di preciso?
Il Sommo Pontefice, parlando al Parlamento tedesco il 22 settembre 2011, ha individuato l’intima identità dell’Europa nell’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma. Lo ha fatto citando chi in Europa cerca “di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e fondamento comune”. Così “l’Europa si pone, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura. La ragione positivista, che non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre”. Mentre è proprio “sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore che sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza”.

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