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L’ossessiva denuncia della malasanità in stile Corriere fa molto male ai pazienti

dicembre 11, 2012 Benedetta Frigerio

Le continue denunce per qualunque diagnosi errata da parte dei medici spinge questi ultimi a curare sempre di meno e fare spendere allo Stato e ai cittadini sempre di più in inutili accertamenti.

Oggi sul Corriere della Sera appare un articolo sulla malasanità a firma Simona Ravizza e Luigi Ferrarella che denuncia il sistema sanitario in nome del diritto alla salute dei cittadini: «Si moltiplicano i casi in cui i familiari delle vittime, oltre e dopo la loro tragedia, devono anche affrontare un’altra via crucis solo per avere quello che è loro diritto avere», si legge. Il diritto sarebbe ottenere un risarcimento danni per qualsiasi tipo di diagnosi imprecisa. L’articolo cita il caso di un 47enne diabetico: i medici non avrebbero compreso la causa di un malore e la sua famiglia ora dovrebbe essere risarcita con oltre un milione di euro. Fra le righe si percepisce anche l’indignazione per la mancanza di polizze assicurative, che a causa delle continue denunce verso i medici non vengono più stipulate dagli ospedali, molti dei quali ritengono più economico assumersi il rischio di sostenere le spese di tasca propria. Fatto sta che ormai quasi tutti i medici, non più assicurati dagli ospedali, siano i primi a trovarsi inermi di fronte alla pioggia di avvisi di garanzia. L’articolo stesso suggerisce che «per incassare il dovuto le parti civili potrebbero benissimo passare ad aggredire direttamente il patrimonio personale (cominciando a far pignorare la casa) dei medici condannati».

QUANTO COSTA LA MEDICINA DIFENSIVA. Ma l’impostazione che concepisce la salute come un diritto, secondo cui la medicina non deve più curare e cercare di guarire ma garantire prestazioni senza rischi né margini d’errore, comincia a ritorcersi contro i cittadini stessi e contro il loro diritto a essere curati e assistiti in modo adeguato. La classe medica, infatti, ha sempre più paura di rischiare e il fenomeno della cosiddetta “medicina difensiva”, per cui si tende a non intervenire in casi rischiosi, ad incrementare le analisi e i ricoveri e ad aumentare massicciamente le prescrizioni di farmaci, sta aumentando sempre di più. Come dimostrano i risultati della prima ricerca nazionale sulla medicina difensiva condotta dall’Ordine dei medici della provincia di Roma e pubblicata alla fine del 2010. Circa il 53 per cento dei medici dichiarava di prescrivere farmaci per ragioni di medicina difensiva (il 13 per cento circa di quelle totali). Il 73 per cento ha detto di prescrivere visite specialistiche per uguali ragioni (il 21 di tutte le prescrizioni). Circa la metà dichiarava poi di prescrivere ricoveri per precauzione. Non solo, il 77,9 per cento degli operatori sanitari aveva adottato almeno un comportamento di medicina difensiva durante l’ultimo mese di lavoro, l’82,8 aveva inserito in cartella clinica annotazioni evitabili, il 69,8 proponeva il ricovero di pazienti gestibili ambulatorialmente. Il 61,3 per cento aveva invece prescritto un numero maggiore di esami diagnostici rispetto a quello necessario. Ma ancora più allarmante il fatto che il 64,1 per cento avesse richiesto esami invasivi inutili per non contrastare il parere del consulente interpellato, mentre il 63,3 aveva effettuato un ricovero non necessario solo per assecondare le pressioni dei familiari del paziente. Infine, ben il 26,2 per cento ha escluso pazienti “a rischio” da alcuni trattamenti. Significa che pur di non essere denunciati i medici rinunciano a curare. E il fenomeno è destinato a crescere, se è vera l’indagine secondo cui chi assume questo atteggiamento sono i giovani dottori: il 92,3 per cento ha tra i 32 e i 42 anni di età, contro il 67,4 per cento nella fascia d’età tra i 63 e i 72 anni. Ciò ha incrementato anche la spesa sanitaria, salita del 15 per cento solo nel settore farmacologico e del 20 in quello delle visite specialistiche (traducibili in 350 milioni di euro). Sono i dati dell’ultima indagine del Parlamento sugli errori sanitari, per cui il 70 per cento dei medici propone ricoveri e prescrive farmaci inutilmente.

IL DIRITTO DI ESSERE ABBANDONATI. I numeri di recente pubblicati dalla Procura di Roma parlano poi di un incremento del 300 per cento di denunce in soli otto anni. Ma quel che nessuno dice è che su 100 casi di denunce contro i medici soltanto una si trasforma in reale condanna. E per capire come il fenomeno della trasformazione di ogni desiderio in diritto vada a discapito dei malati basta guardare agli Stati Uniti, dove la cultura dei diritti-desideri è realtà da più tempo. Come denunciato dalla giurista di Harvard Mary Ann Glendon, nelle facoltà di legge degli Stati Uniti si sostiene ormai che se un bagnante si rifiuta di correre in soccorso di chi gli chiede aiuto non può considerarsi colpevole o che in Illinois un poliziotto fuori servizio sia stato prosciolto dall’omissione di soccorso, anche se intervenendo avrebbe potuto salvare due vite senza neppure rischiare la sua. Perché, come scrissero già nel 1980 i due teorici americani del diritto alla Privacy, Samuel Warren e Louis Brandeis, (quest’ultimo poi giudice della Corte Suprema), «gradualmente lo scopo dell’espandersi dei diritti legali è diventato il diritto ad essere lasciati soli».

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