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Loris Stival, garante dei detenuti: «Scandalosa la fuga di notizie, indegna la folla davanti al carcere»

dicembre 12, 2014 Chiara Rizzo

Intervista a Salvo Fleres: «Chi ha diffuso i dettagli del trasferimento della donna da Ragusa a Catania? Perché non si apre un’indagine su questo?»

«Ma ci rendiamo conto che è stata messa a repentaglio la vita, l’incolumità di una persona, lasciando che venisse organizzata contro di lei una protesta indegna?». Salvo Fleres, ex garante dei detenuti della Sicilia (ancora oggi in servizio attivo, ufficioso e gratuito, dato che non è mai stato nominato un sostituto), sbotta mentre parla a tempi.it della persecuzione mediatica subìta da Veronica Panarello, la donna di Santa Croce Camerina (Ragusa) accusata dell’omicidio del piccolo Loris Stival, suo figlio. Fleres accetta di rispondere alle nostre domande proprio mentre Veronica, all’interno di un carcere di Catania assediato dalle telecamere, è seduta davanti al Gip per l’interrogatorio di garanzia in vista dell’eventuale convalida del fermo. La sera dell’8 dicembre, quando è stata trasferita lì, la mamma di Loris è stata accolta, oltre che dai soliti microfoni, anche da una piccola folla di cittadini che gridavano «vergogna!» e dalla protesta (condita da minacce) dei carcerati. Quest’ultima paradossalmente è quella che meno preoccupa il garante dei detenuti, nella catena di eventi degli ultimi giorni.

Dottor Fleres, cos’è che la disturba tanto?
Più di tutto la grave iper valutazione mediatica dell’evento, che ha travolto i diritti della signora Veronica, colpevole o innocente che sia, in quanto persona. Soprattutto è stata messa a repentaglio la sua incolomità e quella degli agenti di polizia penitenziaria. Quando la sera dell’8 dicembre la signora è stata tradotta da Ragusa a Catania, è trapelata la notizia completa di modalità e tempi del trasferimento. È il fatto, grave, che ha permesso non so bene a chi di organizzare una protesta indegna nei confronti di quella donna.

Parla della protesta dentro il carcere?
Macché. Parlo del capannello di persone sconosciute che si sono assiepate all’esterno della struttura, un “comitato d’accoglienza” che ha insultato duramente la signora al suo arrivo. Che senso ha? Nessuno si è preoccupato di tutelare la dignità di una reclusa che – ripeto: colpevole o innocente che sia – sta vivendo un dramma personale di enorme portata.

Chi ha fatto trapelare i dettagli del trasferimento di Veronica?
Non lo so esattamente, ma di certo può essere stato solo chi ha disposto la traduzione: quindi la procura di Ragusa, il nucleo traduzione giudiziaria, un cancelliere del tribunale. L’ambiente è quello insomma. Nell’ora di tempo necessaria al viaggio da Ragusa a Catania è stato organizzato il capannello, poi, è chiaro, si deve essere messa in funzione anche “radio carcere” visto che i detenuti hanno saputo che stava arrivando la signora e l’hanno insultata. Ma a me preoccupa di più la protesta organizzata all’esterno.

Perché?
Supponiamo per un’istante che la signora abbia davvero commesso il delitto di cui è accusata ma non lo abbia compiuto da sola: e se la notizia del suo trasferimento a Catania fosse arrivata anche agli eventuali complici? Cosa sarebbe potuto succedere? Avrebbero potuto mettere a segno un attentato per eliminarla. Un fatto del genere in passato è già accaduto proprio qui a Catania, dopo la strage del casello di San Gregorio nel 1979. Proprio perché si era diffusa la notizia della traduzione in carcere di un boss mafioso, sono stati uccisi tre giovani carabinieri di scorta. E poi che senso ha la diffusione di particolari poco significativi sul passato della signora, se abbia o meno tentato il suicidio in passato e quali fossero le sue relazioni extraconiugali? Si avvii piuttosto un’inchiesta sui fatti che hanno portato a questa indegna accoglienza in carcere.

Ha già visitato la cella d’isolamento dove si trova Veronica? 
Non ho visitato la signora, ma conosco bene il carcere di Catania. La signora si trova nel reparto femminile, probabilmente nella cella di isolamento che si trova all’inizio del reparto, perché c’è più spazio per organizzare la sorveglianza. Mi auguro infatti che per lei sia stato organizzato un servizio di sorveglianza 24 ore su 24, con un agente della polizia penitenziaria a vigilare perché non commetta gesti lesivi su di sé.

In quali condizioni si vive in quella cella?
La cella è di circa 8 metri quadrati circa, con un letto e un armadietto. Immagino che la signora sia rimasta in isolamento assoluto fino all’interrogatorio di garanzia di oggi (ieri per chi legge, ndr). Significa che non può leggere i giornali né vedere la tv. Sono previste due ore d’aria, una al mattino e una la sera, in cui può uscire dalla cella, ma da sola. Spero infine che le garantiscano l’assistenza speciale dello psicologo, oltre alla prima visita di ingresso prevista per tutti i detenuti, che serve a capire se c’è tendenza al suicidio o no. Credo che questo caso meriti una maggiore attenzione del normale.

Lei ha denunciato che in questo caso c’è «un interesse morboso sulla reclusione intesa come segregazione. La giustizia cerca il clamore, piuttosto che il buon senso». Ha in mente altri casi in cui questo è avvenuto?
Uno è successo poco tempo fa: parlo del caso dell’ancora presunto assassino di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti. Anche in quell’occasione le telecamere erano davanti al carcere di Brescia al suo arrivo. Le autorità inquirenti devono smetterla di passare queste informazioni alla stampa, altrimenti poi non si lamentino se succedono cose gravi. La mancanza di indagini sulle fughe di notizie intorno alle inchieste e alla traduzione di detenuti in carcere è grave. Si sprecano un mucchio di energie per dare la caccia a pettegolezzi secondo una visione morbosa dei reati, energie che andrebbero invece impiegate per fare controlli e indagini utili.

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