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Londra, la Singapore dell’Atlantico

settembre 10, 2017 Mariarosaria Marchesano

Già prima della Brexit, la città guardava alla finanza islamica e ai mercati asiatici. Ma non è così facile diventare una “zona franca”. Problemi e prospettive di una città in continua metamorfosi

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Basta una breve passeggiata sul London Bridge per accorgersi – se si manca da Londra da un po’ di anni – di come sia cambiata la città, con il suo skyline fatto di grattacieli avveniristici a forma di schegge, cetrioli, grattugie e walkie talkie che svettano tra decine di gru e cantieri che si perdono a vista d’occhio lungo le rive del fiume Tamigi. Lavori in corso senza fine che hanno avuto il merito di rilanciare l’economia locale e attirato tanti di quei capitali dall’Arabia e dalla Cina da farsi perdonare il fatto di avere cambiato i connotati alla City rendendola così tanto meno “british” ma più internazionale e multietnica e, quindi, più vicina a quell’idea di capitale mondiale che Londra si è fatta di se stessa quando ha deciso di uscire dall’Unione Europea. Basta poi una pedalata ad Hyde Park di domenica per toccare con mano la crescita esponenziale della presenza musulmana a Londra, fatta di famiglie, uomini e donne (quasi tutte velate, in parte o in modo integrale) ormai residenti che portano a spasso i loro bambini. Ed è questa prole che nel giro di vent’anni (secondo quanto afferma la National Secular Society) costituirà l’etnia religiosa prevalente oltre che la futura community degli uomini d’affari. E basta, infine, cercare un ristorante per rendersi conto del numero straripante di esercizi e fast food di cucina cinese, tailandese e coreana, al servizio del crescente numero di asiatici che lavorano nella City ma anche di migliaia di occidentali convertiti ai noodles e al sushi. E gli hamburger e le bistecche nei vecchi pub inglesi? Ce ne sono, ovviamente, ma bisogna cercarli per un po’.

Non è certo una gita per nostalgici quella che si può fare a Londra oggi, dove l’età media della popolazione che si vede in giro non supera i 45-50 anni visto il ritmo frenetico della vita e le enormi distanze tra un quartiere e l’altro coperte da linee metro efficientissime sì ma sempre più percorse da treni stretti e scomodi. Chi cerca lo stile vittoriano o georgiano nell’architettura, oppure atmosfere tipiche della cultura e della storia inglese, deve farsi bastare i monumenti, cercare quartieri come Kensington, proprio per questo caro ed esclusivo, oppure optare per la countryside. Ma se si resta nella città viva degli affari e della vita quotidiana, si capisce che Londra è già oltre la Brexit e che quella in atto è una vera mutazione genetica.

Qualche settimana fa il grattacielo Walkie Talkie (uno dei simboli dello storico quartiere finanziario) è stato venduto per la cifra record di 1,5 miliardi di euro al gigante di Hong Kong Lee Kum Kee. Si tratta della vendita più importante per un singolo edificio sul mercato inglese (e non solo), che ha superato solo di poco quella del Cheesgreater, il palazzo a forma di grattugia di Leadenhall Street comprato da un gruppo cinese a inizio 2017. È chiaro che transazioni di questo livello sono possibili solo grazie al crescente interesse per la City da parte di player che vengono da un altro mondo, dal sud-est asiatico oppure dagli emirati, che investono con disinvoltura capitali inimmaginabili per un immobile in altre città d’Europa.

Mercato immobiliare e archistar
Il fenomeno non è nuovo a Londra, dove ingenti risorse sono state spese dagli arabi negli ultimi anni per costruire il nuovo quartiere degli affari a Canary Wharf – i cui palazzi sono in affitto alle grandi banche d’affari come Hsbc e Jp Morgan – o per conquistare immobili iconici come la sede della mitica Scotland Yard (rilevata nel 2014 da un fondo di Abu Dhabi). Ma mai come in questo momento, il mercato immobiliare londinese, complice lo sfoggio creativo delle archistar di tutto il mondo (compreso l’italiano Renzo Piano, che ha contribuito con la sua Shard – la Scheggia – il terzo grattacielo più alto d’Europa) è quello che esprime meglio la metamorfosi in atto. Soprattutto di notte, lo skyline della città appare come un incrocio tra quello di Dubai e quello di Gotham City (la metropoli immaginaria che Batman cerca di salvare) grazie al tocco impresso dalle forme stravaganti delle sue tower più moderne.

Ed è come se da questa angolazione si vedesse meglio che da altre come Londra si stia proiettando verso aree del mondo che poco hanno a che fare con il vecchio Continente e le sue tradizioni. Ma questa metamorfosi non è cominciata ieri.

Centro off shore
L’esigenza di riposizionamento della capitale inglese sullo scacchiere mondiale nasce prima che David Cameron promuovesse il referendum sulla Brexit, mossa che come sappiamo è stata frutto di un calcolo sbagliato dell’ex primo ministro. Brunello Rosa, economista della City University, che a Londra vive e lavora da anni, spiega a Tempi come una certa élite britannica covi da tempo l’ambizione di fare della City un centro finanziario globale libero di stabilire relazioni bilaterali direttamente con Stati Uniti, Asia e Medio Oriente.

In un articolo pubblicato nel 2014 dal titolo premonitore “The City of London in a new geopolitical order”, Rosa già descriveva l’insofferenza delle lobby finanziarie nei confronti dei vincoli imposti dall’Unione Europea e ipotizzava lo spostamento strategico in favore di Cina, finanza islamica e mercati mondiali. «La tesi più estrema di questo movimento di opinione è che Londra debba diventare una sorta di Singapore dell’Atlantico, un centro off-shore degli affari mondiali. Ma quest’ambizione si scontra con due limiti», spiega Rosa. «Il primo è che un grande hub finanziario globale dovrebbe conservare un legame con la regione di riferimento, come accade per New York, Tokyo e Hong Kong. Il secondo limite è di carattere fiscale. Le quattro nazioni del Regno, Inghilterra, Scozia, Nord Irlanda e Galles, sono tenute insieme dai trasferimenti che vengono da Londra grazie a un regime di tassazione che mi pare incompatibile con una zona franca». In altre parole, è pronta una grande democrazia come quella britannica a sopportare una drastica riduzione dello stato sociale in nome di una maggiore libertà dei capitali? Una simile mossa non rischierebbe di spianare la strada a un leader laburista in ascesa come Jeremy Corbyn, sostenuto dallo scontento popolare cresciuto proprio perché la politica promossa dai Conservatori ha favorito le classi più agiate? Sì e no. A queste obiezioni si potrebbe replicare con il dato che la pressione fiscale in Inghilterra è già scesa di diversi punti negli ultimi anni e che la strada intrapresa sta funzionando visti gli investimenti che stanno piovendo su Londra. Ma su questo punto il dibattito è aperto.

Le occasioni per Milano
Nel disegno geopolitico della Brexit c’è chi fin dall’inizio ha intravisto un’occasione per l’Italia, come il comitato Select Milano guidato da Bepi Pezzulli, la cui intuizione è stata alla base di quasi tutte le iniziative parlamentari e governative in favore della candidatura di Milano come nuova capitale europea della finanza. «Sin dal 2013, quando ci fu l’annuncio di una consultazione popolare per uscire dall’Unione Europea, i mercati cominciarono a interrogarsi sul possibile spostamento dell’asse strategico britannico dall’Europa all’Asia», ricostruisce Pezzulli. «Non è un caso che, proprio mentre il movimento Leave prendeva forza, la Bank of England facesse in modo di consentire sul territorio britannico la liquidazione e il regolamento di transazioni denominate in valuta cinese. Lì capimmo che era giunto il momento di pensare a fare qualcosa per il nostro paese».

Da allora sono passati quattro anni e la Brexit, anche se tra le mille cautele nei negoziati per l’uscita, è di fatto una realtà. Nell’attuale schema di riposizionamento delle funzioni finanziarie all’interno dell’Unione Europea, Select vede un’opportunità soprattutto per l’Euroclearing e cioè l’attività di liquidazione e regolamento dei derivati denominati in euro che il London stock exchange potrebbe avere tutto l’interesse a sottrarre «all’ottica predatoria di Francoforte e Parigi» per farla confluire sulla Borsa di Milano che già controlla. Insomma, ci sono fattori esogeni che giocherebbero a favore. «Le riforme fiscali e normative di recente emanazione rendono oggi Milano una piazza molto competitiva in Europa. Anche se, a mio avviso, resta da risolvere il problema della Tobin Tax», conclude Pezzulli. Milano, dunque, impara a parlare inglese, mentre Londra è già fluente in cinese e arabo.

Foto Ansa

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