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L’omelia conclusiva e introduttiva di Angelo Scola

febbraio 29, 2012 Redazione

Le parole con cui l’acivescovo di Milano Angelo Scola ha introdotto e concluso il primo appuntamento su quattro della via crucis in Duomo.

Monizione iniziale di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

«Su, in marcia! Vittima e carnefici, insieme, verso il Calvario»: questo verso di Paul Claudel descrive, con intensità cruda e sferzante, il contenuto preciso del gesto settimanale di preghiera comune con cui tutta la nostra Chiesa, l’Arcivescovo per primo, vuole accompagnare e guidare il cammino catechetico della Quaresima. È il rito popolare della Via Crucis. Un gesto di preghiera antico, che viene fatto risalire a San Francesco, il santo che lungo tutta la sua esistenza perseguì una profonda immedesimazione con l’esperienza umana del Signore Gesù.

Mettendo idealmente i nostri piedi dietro i Suoi, ripercorreremo accanto a Lui in quattro tappe le 14 Stazioni della Via dolorosa, contemplando il Mistero della Passione di Cristo che con il Suo sacrificio ci ha meritato la salvezza, secondo l’annuncio profetico di Isaia e la testimonianza dell’apostolo Pietro (cf. 1Pt 2,24): «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5).

Con questo itinerario di preghiera e di conversione vogliamo umilmente rispondere all’invito di Gesù che, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, «chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, [Cf. Mt 16,24 ] poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme [Cf. 1Pt 2,21 ]» (CCC n. 618). Mettiamoci dunque insieme – voi, presenti qui in Duomo, e quanti ci seguono in parrocchia, nei gruppi di ascolto, in famiglia e nelle nostre case – alla Sua sequela, non ostinandoci a negare la croce dei nostri peccati, né rifiutandoci di portarla, ma mendicando la grazia del Suo perdono.

Catechesi di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

Mettendo idealmente i nostri piedi dietro i Suoi, ripercorreremo accanto a Lui in quattro tappe le 14 Stazioni della Via dolorosa, contemplando il Mistero della Passione di Cristo che con il Suo sacrificio ci ha meritato la salvezza, secondo l’annuncio profetico di Isaia e la testimonianza dell’apostolo Pietro (cf. 1Pt 2,24): «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5).

Con questo itinerario di preghiera e di conversione vogliamo umilmente rispondere all’invito di Gesù che, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, «chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, [Cf. Mt 16,24 ] poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme [Cf. 1Pt 2,21 ]» (CCC n. 618). Mettiamoci dunque insieme – voi, presenti qui in Duomo, e quanti ci seguono in parrocchia, nei gruppi di ascolto, in famiglia e nelle nostre case – alla Sua sequela, non ostinandoci a negare la croce dei nostri peccati, né rifiutandoci di portarla, ma mendicando la grazia del Suo perdono.

I.  Gesù è condannato a morte. Il potere di infliggere la pena capitale spettava agli occupanti romani, perciò Gesù, dopo che il sinedrio per bocca di Caifa l’aveva già processato e condannato a morte per bestemmia, fu consegnato al governatore romano Ponzio Pilato perché emettesse la sentenza definitiva. Dopo alcuni tentativi di salvare il condannato, Pilato, pragmatico fino al cinismo, eppure incapace di sostenere lo sguardo di Gesù – come ben mostra il dipinto del Previati – cedette al ricatto e alle urla – «Crocifiggilo! Crocifiggilo!» – di una folla aizzata ed inferocita: «Essi urlavano a gran voce… Essi però insistevano a gran voce… e le loro grida crescevano» (Lc 23,21 e 23). Il potere religioso ed il potere politico si alleano nel condannare l’Innocente («Ed egli, per la terza volta, disse loro: “Ma che male ha fatto?”» Lc 23,22) e liberare l’assassino. Così la violenza cieca, simboleggiata da Previati con la lancia piantata al centro della scena, ha la meglio. Viene liberato Barabba e messo a morte Gesù.

Di fronte a questa testimonianza resa dal Condannato «non si può restare in disparte o al margine… non ci è lecito lavarci le mani», ci ha ricordato il Beato Giovanni Paolo II. È questo un primo e decisivo cambiamento che la Quaresima urge a noi cristiani: del nostro male siamo responsabili, non possiamo farci da parte. Davanti all’Innocente ingiustamente condannato ognuno è chiamato a riconoscere la propria responsabilità: i nostri atti, i nostri pensieri e sentimenti ci seguono, i nostri peccati ci accusano. “Perdonami mio Signore di tutto il male mio”. È il grido della Quaresima. La preghiera è la prima grande parola della Quaresima. L’espressione oggettiva della nostra addolorata supplica si trova nel Sacramento della Penitenza. Rinnovo l’invito ai Sacerdoti perché siano disponibili ad ascoltare le Confessioni in questo tempo quaresimale (Duomo, Parrocchia, Santuari, Chiese principali delle Comunità pastorali e del Decanato).

Di fronte a questa testimonianza resa dal Condannato «non si può restare in disparte o al margine… non ci è lecito lavarci le mani», ci ha ricordato il Beato Giovanni Paolo II. È questo un primo e decisivo cambiamento che la Quaresima urge a noi cristiani: del nostro male siamo responsabili, non possiamo farci da parte. Davanti all’Innocente ingiustamente condannato ognuno è chiamato a riconoscere la propria responsabilità: i nostri atti, i nostri pensieri e sentimenti ci seguono, i nostri peccati ci accusano. “Perdonami mio Signore di tutto il male mio”. È il grido della Quaresima. La preghiera è la prima grande parola della Quaresima. L’espressione oggettiva della nostra addolorata supplica si trova nel Sacramento della Penitenza. Rinnovo l’invito ai Sacerdoti perché siano disponibili ad ascoltare le Confessioni in questo tempo quaresimale (Duomo, Parrocchia, Santuari, Chiese principali delle Comunità pastorali e del Decanato).

II.  Gesù è caricato della croce (cfr Gv 19,17). Caifa consegna Gesù a Pilato, Pilato lo consegna alla folla… e Lui si consegna agli uomini per amore. L’Innocente ingiustamente condannato non subisce il verdetto come una sciagura: Egli, in modo per noi sconcertante ma rivelatore, si erge come il protagonista della scena. L’Innocente consegna se stesso: è certamente caricato della croce, eppure è Lui a prenderla su di Sé. Gesù condannato a morte ci urge a farci carico, a nostra volta, del mondo, a prendere su noi stessi la sorte degli innocenti. Infatti, «da quando Gesù si è lasciato percuotere, proprio i feriti e i percossi sono immagine del Dio che ha voluto soffrire per noi. Così, nel mezzo della sua passione, Gesù è immagine di speranza: Dio sta dalla parte dei sofferenti» (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, 224). Ogni giorno, purtroppo, siamo colpiti da un diluvio di immagini e di notizie che ci dicono che l’innocenza è disprezzata, violata, sacrificata. Eppure solo l’innocenza è fonte di speranza e di edificazione umana e sociale. Gli innumerevoli testimoni, consapevoli o inconsapevoli, dell’Innocente Crocifisso sono lì a dimostrarcelo.

Accogliendo liberamente la condanna che Gli viene inflitta, Gesù diviene un interlocutore affidabile della nostra persona segnata dal male e dalla ribellione. Scrive acutamente il poeta Luzi: «Sfogare sopra un misero e indifeso corpo umano che hanno nelle loro mani, l’astio d’un antico e inconfessato paragone con la divinità, questo li esalta». È la tentazione, sempre insorgente nell’uomo, di sfidare Dio, di chiamarLo in giudizio davanti al tribunale del mondo, di sottrarsi a Dio e ad ogni dipendenza. Una tentazione che nelle società secolarizzate del nostro tempo rischia di farsi sistema. Ma spesso l’inaccettabilità rabbiosa di Dio, del Padre, è l’altra faccia del bisogno struggente di Lui.

Come duemila anni fa anche questa sera l’Innocente Condannato sta, inerme, davanti a noi uomini sofisticati del Terzo Millennio. Il Suo sguardo implorante ci ripete: «Milano, non perdere di vista Dio». Chi di noi potrà accusarlo di essere nemico dell’uomo? È lo stesso Luzi a dirci la potenza del Suo abbraccio quando mette sulle labbra del Crocifisso l’invocazione al Padre: «Eppure abbi pietà, perdonali». Questo radicale eppure congiunge inscindibilmente tutta la profondità del nostro male con l’abisso insondabile della misericordia di Dio. Gesù, infatti, «portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero» (Gv 19,17-18).

Amici, nell’attuale frangente di travaglio sociale ed economico, quanto siamo disposti a fare di questo eppure di misericordia il criterio dei nostri rapporti? Non permetteremo dunque alla carità – la seconda grande parola della Quaresima – di trasfigurare le strette maglie di una giustizia “troppo umana” in cui la coscienza del male non lascia scampo alla redenzione? I rapporti sociali sono chiamati ad un realismo che esprima la misericordia, propria della giustizia divina, come parola definitiva sull’umana esperienza e vinca la tentazione utopica, sempre in agguato per l’uomo, di farsi giustizia da sé. La lunga e gloriosa tradizione cristiana di Milano l’ha resa città solidale e perciò valorizzatrice di ogni libertà rettamente intesa, propria della persona e dei corpi intermedi. Le Parrocchie, le Comunità religiose e tutte le aggregazioni ecclesiali siano luoghi di vita buona del Vangelo per tutti. La vita buona del Vangelo è una proposta interessante anche per chi crede di non credere.

III.  Gesù cade per la prima volta. L’eppure perdonali non è un per modo di dire. Gesù, infatti, «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori», Egli è l’Uomo dei dolori «castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is 53,4). «Ecce homo»!

Lo abbiamo ascoltato nel bellissimo brano di Tomás Luis De Victoria: «Vere languores nostros ipse tulit… cuius livore sanati sumus», Egli ha preso su di Sé veramente le nostre debolezze… dal suo corpo tumefatto e sfigurato noi siamo stati sanati. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che «mediante la sua obbedienza di amore al Padre “fino alla morte di croce” Gesù compie la missione espiatrice del Servo sofferente che giustifica molti addossandosi la loro iniquità» (CCC n. 623).

In Gesù che cade si mostra tutta l’oppressione del male e del peccato. Ma Egli, cadendo sotto il peso dei nostri peccati ci rialza per la Sua condivisione amorosa. Il Suo amore è testardo: «Non resta che procedere tutto d’un fiato e imparare a conoscere pietra dopo pietra, e se il piede manca, è il cuore che si ostina». Così Claudel esprime la decisa volontà di salvezza che sosteneva Gesù nel cammino del Calvario. Il Signore non solo ha voluto soffrire con noi, ma per noi. Egli cade sotto il peso della croce, ma, ecco il divino paradosso, lo fa per propria decisione. Volontariamente (sponte) Egli abbracciò la croce. Chi, tra noi, ha reso abituale questa volontà di sacrificio?

Il digiuno – la terza grande parola della Quaresima – rende ognuno di noi “dominus sui”: il digiuno aiuta la signorìa sul proprio io. La maturità è coscienza del proprio limite e peccato. C’è uno smog del cuore, più nefasto di quello dell’atmosfera che pregiudica la nostra salute, perché pregiudica la nostra salvezza inquinando le menti ed alterando i rapporti primari dell’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio.

Signore Gesù, Innocente condannato,
muovici al dolore dei nostri peccati,
annulla la nostra condanna./
Caricato della Croce hai abbracciato
ogni umana miseria ed ingiustizia,
sii Tu il nostro conforto./
Innocente, caduto sotto il peso della Croce,
Ti sei lasciato sprofondare
nell’abisso infernale
del male e del peccato:
non allentare il Tuo abbraccio./
De profundis clamavi ad Te, Domine:
Tu sei la nostra speranza
o divino Salvatore./
Amen.

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