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Lo straniero è già passato

maggio 15, 2017 Alan Patarga

Da Unicredit a Generali, fino ad arrivare ai recenti casi Alitalia e Mediaset, l’industria italiana non è più italiana? A Milano, intanto, si gioca il “delby”

Inter

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Destino beffardo, per una banca che era nata con il nome altisonante di Credito Italiano, non essere (di fatto) più italiana. È successo tutto in un tranquillo giovedì di fine aprile, il 20, tra il ponte di Pasqua e quello della Liberazione. All’assemblea degli azionisti di Unicredit, la prima dopo il maxi aumento di capitale da 13 miliardi di euro – il più grande nella storia di Piazza Affari, hanno detto trionfanti un po’ tutti – al momento di contarsi i soci italiani dell’istituto di Piazza Gae Aulenti hanno scoperto di essere in minoranza. Non che fossero organizzati tra loro, anzi: Unicredit è di fatto una public company che formalmente nessuno controlla. Un profilo tra i più appetibili, sul mercato, e infatti nei mesi scorsi le voci di un possibile interessamento dei francesi di Société Générale si sono più volte rincorse. Ma si è trattato, scommettono i più, di un pensiero malevolo, dovuto magari al fatto che l’amministratore delegato della banca, Jean Pierre Mustier, è francese pure lui, e per giunta ex dipendente di SocGen. Voci o non voci, però, quel che è scritto sul libro soci, è scritto: il 72 per cento del capitale di Unicredit è in mani straniere. Il 62 per cento in possesso di fondi istituzionali esteri, un altro 10 per cento di fondi sovrani, di cui il principale è Aabar, la cassaforte degli emiri di Abu Dhabi che detiene metà di questa quota, seguita dagli americani di BlackRock.

Unicredit non è un caso isolato, e non è nemmeno una storia che si chiude nel perimetro della bella torre che da qualche anno svetta ormai più in alto della Madonnina di Milano. Perché la banca ha una serie di importanti partecipazioni azionarie che la pongono al centro del capitalismo italiano. Con il 22,11 per cento è socia della Banca d’Italia, per cominciare; con il 12,99 per cento di Compagnia Aerea Italiana (Cai), la società dei “capitani coraggiosi” che presero in mano Alitalia nel 2008 e che oggi raggruppa i superstiti soci italiani della compagnia di bandiera; con poco meno dell’8,7 per cento è soprattutto prima azionista di Mediobanca, la merchant bank fondata da Enrico Cuccia da cui transitano buona parte degli accordi e delle relazioni del salotto buono nostrano. Fin qui il primo socio, ma anche il numero due, in Mediobanca, non parla italiano, considerato che si tratta del patron di Vivendi, Vincent Bollorè.

Il risiko delle etichette finanziarie italiane che in realtà italiane non sono più potrebbe andare avanti all’infinito. Basterà fermarsi, però, al prossimo passaggio: Mediobanca, meno italiana di quanto si potesse pensare, è infatti il primo azionista delle Assicurazioni Generali, un tempo considerate la cassaforte del capitalismo italiano. Sette giorni dopo l’assemblea di Unicredit, tocca a quella del Leone. A Trieste, dicono i libri soci, la quota di fondi esteri nel capitale è triplicata in soli cinque anni. Tanto che all’ultima assemblea, molto partecipata dopo il tentativo a vuoto di scalata da parte di Intesa Sanpaolo, le loro azioni pesavano per il 46 per cento del capitale votante. E anche qui, l’amministratore delegato è francese, si chiama Philippe Donnet.

Se questo è il fulcro di quella che fu – e in parte resta ancora – la stanza dei bottoni della finanza italiana, figurarsi il resto. Negli ultimi dieci anni, in particolare, l’elenco delle aziende italiane passate più o meno direttamente sotto il controllo di azionisti stranieri è lungo, e si allunga anno dopo anno. La parte del leone, specie nella moda, l’hanno fatta i francesi: Kering, la holding di François Pinault, ha da tempo nel proprio portafoglio marchi come Gucci, Dodo, Pomellato, Bottega Veneta e Brioni. La Lvmh di Bernard Arnault prospera invece con il Made in Italy di Fendi, Emilio Pucci, Bulgari, Loro Piana, Acqua di Parma e altri. La maison Valentino, dal 2012, è qatariota, Krizia cinese, Ferrè di Dubai. Dal 2014 Poltrona Frau, quando il Fondo Charme di Luca e Matteo Cordero di Montezemolo l’ha ceduta, è americana. La birra Peroni sudafricana. Pininfarina indiana. Ansaldo Sts e Ansaldo Breda giapponesi. Pirelli cinese. Perfino le bandiere non sono più nostrane, e non soltanto i giocatori che ormai saltati i paletti del passato già è tanto trovarsi in campo due italiani, figurarsi qualcuno originario della stessa città del club. L’eccezione Francesco Totti – dicono, ma lui non conferma – potrebbe avere le giornate contate. Resiste Daniele De Rossi. Ma entrambi, di fatto, militano in una società calcistica che si chiama Roma, ma che è americana. E il pallone, a Milano, ruota ormai più intorno a via Paolo Sarpi, il cuore della Chinatown meneghina, che non alla pur vicina Arena Civica, teatro del calcio che fu, che non a caso Silvio Berlusconi scelse come primo proscenio per inaugurare la sua presidenza rossonera. Adesso Inter e Milan parlano cinese, e la milanesissima ironia ha già ribattezzato “delby” la sentitissima stracittadina.

La “norma anti scorrerie”
Brand di richiamo, pezzi pregiati, perfino simboli. E asset strategici. Telecom Italia, già finita qualche anno fa agli spagnoli di Telefonica (svenduta per 324 milioni di euro a fronte di un fatturato da 30 miliardi), ora è dominata dai francesi di Vivendi. Gli stessi che una decisione dell’Autorità garante per le Comunicazioni, lo scorso 18 aprile, ha richiamato al rispetto della legge Gasparri perché le loro quote nell’ex colosso pubblico delle tlc (quasi il 24 per cento) e in Mediaset (poco meno del 29) eccedono i limiti della normativa vigente in Italia. Il 4 maggio l’assemblea dei soci Telecom ha ribadito il ruolo di azionista dominante dei francesi, nonostante i proxy advisor consigliassero di non votare la lista di amministratori proposta da Vivendi. Ma la preannunciata presidenza per Arnaud de Puyfontaine, plenipotenziario del raider bretone Bollorè, non si è concretizzata. Il primo consiglio di amministrazione del nuovo corso francese ha infatti confermato gli amministratori uscenti: l’ad Flavio Cattaneo, il presidente Giuseppe Recchi e de Puyfontaine, nel ruolo di vicepresidente.

Questione di equilibri politici difficili da toccare: perché il presidente di Telecom Italia ha – per statuto – anche le deleghe per gestire in prima persona Sparkle, la società che gestisce 500 mila chilometri di cavi sottomarini lungo i quali corrono le informazioni – inclusi dati sensibili, riservati e criptati – in tutta l’area del Mediterraneo. Sconveniente mettere tutto in mano a un non italiano, anche se è il padrone di casa.

Ma si è trattato di prudenza. Diplomazia, visto che Vivendi ha aperto un difficile contenzioso legale con Fininvest e Mediaset, dove i francesi sono saliti nel capitale in aperta ostilità alla famiglia Berlusconi, che c’è un’inchiesta aperta in procura a Milano per aggiotaggio e che oltre a quella dell’Agcom c’è ancora aperta un’istruttoria della Consob per manipolazione del mercato. Poi ci sono le parole del governo, e soprattutto del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, sulla strategicità del Biscione. Strategicità di fatto, ma non di diritto: la legge sui “golden powers” che fissa paletti per la vendita a operatori non italiani delle aziende considerate strategiche è talmente restrittiva da non includere nemmeno un gigante dei media come il gruppo di Cologno Monzese. E se l’Agcom ha posto un freno alle ambizioni dei francesi (tutt’altro che sopite), non può farlo la cosiddetta “norma anti scorrerie” proposta da Calenda e momentaneamente affossata dal fronte renziano della maggioranza. Quell’obbligo di dichiarare subito fino a che quota un investitore straniero voglia spingersi nel caso acquisti più del 5 per cento (o del 10, secondo le versioni) del capitale di un’azienda italiana operante in “settore strategico”. Per Mediaset, anche venisse ripescata, quella norma non potrà valere perché – si è sbrigato a puntualizzare mezzo Pd e quindi lo stesso ministro – in ogni caso «non sarà retroattiva».

Cosa fanno i tedeschi
Altrove le difese sono meno timide, e meno contraddittorie. Il tentativo di Fincantieri (riuscito a prezzo di una battaglia lunghissima e forse grazie a un sostanziale vuoto politico in Francia) per acquisire Stx France, cioè i ricchissimi cantieri navali di Saint-Nazaire che vantano commesse per 10 miliardi di euro, è una rarissima eccezione. Ma il passato, anche recente, è costellato di “no, grazie” ai capitali italiani e non solo diretti verso aziende strategiche, o per lo meno “iconiche”, di Francia e Germania. Nel 2009 Angela Merkel – dopo una notte intera trascorsa a discutere nel palazzo della Cancelleria, tra una sigaretta e l’altra del manager italocanadese – disse no all’offerta di Sergio Marchionne, che dopo Chrysler voleva aggiungere alle conquiste della sua nuova Fiat anche la tedesca Opel. Nel 2006 i francesi alzarono le barricate per evitare che Enel si prendesse Electrabel. Protezionismo d’altri tempi? Mica tanto. Lo scorso 24 ottobre il vicepremier e ministro tedesco dell’Economia, Sigmar Gabriel, ha ritirato il via libera inizialmente accordato perché i cinesi di Grand Chip Investment potessero comprarsi il colosso hi-tech Aixtron, fornitore delle forze armate statunitensi. La legge tedesca prevede che questo tipo di acquisizione possa essere bloccata per «minaccia alla sicurezza, alla difesa o alla stabilità finanziaria». Una formula tanto vaga da regalare al governo federale un potere di veto pressoché assoluto.

Foto Ansa

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