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Lo Stato prende tempo sui 70 miliardi che deve alle imprese

maggio 17, 2012 Massimo Giardina

Il governo preparerà dei decreti che attestino la presenza di un credito, così che le imprese possano farselo anticipare in banca. Ma come al solito lo Stato usa due pesi e due misure.

I debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese sono stimati tra 60 e 70 miliardi di euro e come tristemente è noto, lo Stato se è debitore non paga, ma se si trova dall’altra parte della barricata, i propri crediti li esige senza sconti né ritardi. La situazione è complicata perché le imprese sono sempre più strette nella morsa delle liquidità e lo Stato non solo non interviene ma peggiora la situazione. Nel videoforum CreditoOggi, organizzato da ItaliaOggi, è intervenuto Claudio De Vincenti, economista e sottosegretario al ministero dello sviluppo economico.

Il vice del ministro Corrado Passera ha spiegato i passi che il governo vuole compiere per curare la patologia della Pubblica amministrazione (Pa). Il primo passo consiste nella preparazione di una serie di decreti del ministero dello Sviluppo e del ministero dell’Economia che producano garanzie statali per le imprese creditrici; tali garanzie attesteranno la presenza di un credito e la volontà del settore pubblico di pagarlo. Spiega a ItaliaOggi De Vincenti che «ci sono alcune regioni, soprattutto quelle con alto debito sanitario, come il Lazio o la Campania, nelle quali oltre al fenomeno patologico dei tempi di pagamento lunghissimi, si ha anche una situazione di crediti vantati dalle imprese che non esistono». La certificazione diventa in questo modo lo strumento con cui, nel caso un’azienda volesse anticipare il credito in banca, verrebbe attestata la reale presenza di un credito nei confronti della Pa. Da specificare che il credito, anche se garantito, sarà nella forma pro solvendo e non pro soluto: significa che la banca può sempre rivalersi nei confronti della società che richiede l’anticipo. Nel secondo caso, invece, la società una volta ceduto il credito alla banca non ne sarebbe più responsabile, perchè il rapporto nel pagamento si sposta tra banca e Pa.

Altro elemento importante riguarda il costo dell’operazione.
Con la soluzione proposta dal governo le imprese si sobbarcheranno di un costo finanziario causato dall’anomalia del sistema dei pagamenti della Pa. Se lo Stato ritarda a saldare i propri debiti, il costo se lo accolla l’impresa. Se invece la medesima impresa ritardasse di un solo giorno il pagamento dei vari tributi, dovrebbe pagare una sanzione del 3 per cento e superati i 30 giorni l’aliquota lieviterebbe al 3,75 per cento. Per intendersi: se un’azienda pagasse in ritardo di venti giorni un tributo di 100 euro devrebbe sborsare in aggiunta un 3 per cento di sanzione più gli interessi legali del 2,5 per cento su base annua: in totale 103,14 euro. Oltre il 3 per cento per soli venti giorni di ritardo. Se poi, entrasse in gioco l’Agenzia delle Entrate es Equitalia, si supererebbero le soglie del 30 per cento, più interessi ovviamente. Due pesi, due misure.

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