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Lo spettacolare, drammatico destino della patria ebraica

agosto 7, 2017 Giuliano Ferrara

La tutela dei luoghi santi non è affare che si possa disbrigare, qualunque cosa orrenda sia successa e per responsabilità di chiunque, come un banale affare di metal detector e di polizia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non cambia mai tragicamente alcunché. Israele si muove sul filo del diritto, diritto all’esistenza e altro, e l’immagine che ne viene fuori è quella dello storto. Quando liberamente e irresponsabilmente convocammo il giorno per Israele, tredici anni fa, fu ancora possibile bucare la paratia, la cortina infetta della disinformazione, in Italia e nel mondo. I tank di Sharon in Cisgiordania erano una reazione legittima. Qualche tempo dopo Israele-Sharon evacuò Gaza delle sue truppe, e il tutto si risolse nella tragedia che sappiamo, con Hamas alla guida di quella terra sventurata e la comunità internazionale dietro a spingere in favore di quelli che avevano bruciato le sinagoghe e lanciavano razzi. Ora ammazzano poliziotti israeliani nella spianata delle moschee e Israele si cautela con misure ovvie di controllo, ci sono anche in Vaticano, vorrei vedere. Risultato: l’opinione internazionale vede giovanissimi armati di fede e pietre e molotov contro uomini della repressione israeliana vestiti come astronauti e impegnati come di dovere nel loro lavoro per impedire altro sangue, ma con i risultati che sappiamo a spirale, morti palestinesi, morti negli insediamenti, sangue e ancora sangue che l’antisionismo internazionale, nuova veste dell’antisemitismo di sempre, attribuirà per intero alla “destra” israeliana, a Israele, agli ebrei.

Benjamin Netanyahu, e mi dispiace dirlo, è un combattente, un resistente, uno della genia degli uomini di Stato israeliani che hanno la qualità della pietra di Gerusalemme, eppure sta facendo molti errori. Si è fidato della cricca di Trump, un mentitore e un falso amico degli ebrei, che coltiva nel suo seno la bestia antisemita della alt-right e straparla a destra e a manca. Reagisce d’istinto quando si sente sotto assedio, il che è altamente sconsigliabile, sia sotto il profilo interno che sotto il profilo internazionale. Entra in concorrenza con le varianti ortodosse ed estremistiche della sua maggioranza, invece di tentare di dominarle con un gioco trasversale. Fa quel che deve, d’accordo, ma in Israele non vale il seguito: avvenga quel che può. Perché il paese vive in bilico, in un’era felice e grassa e piena di ricchezza e di diritti ma gravata dal prenucleare iraniano, dall’islamismo aggressivo, dalla debolezza dell’Autorità palestinese, che a Israele non conviene per nulla.

Chi è Davide e chi Golia
Se fa guerra alla guerra, Israele deve negoziare sempre. Se negozia, deve far guerra alla guerra. È un destino spettacolare, drammatico, per una patria ebraica che ormai è considerata con intolleranza dalla gente che piace e ama piacersi. Pensate solo ai voti raccolti dalla banda labour-antisemita di Jeremy Corbyn in Inghilterra. Pensate alle critiche, anche di parte ebraico-diasporica, rimediate da Emmanel Macron per aver ricordato ufficialmente, da presidente francese, cioè di un paese dove l’antisemitismo è sempre stato tragicamente di casa, che l’antisionismo ne è una variante eccetera. Di fronte a diciassettenni poveri e indottrinati, e ferventi e disarmati nell’indottrinamento pseudopatriottico, che vivono in regime di occupazione senza soluzioni da quasi cinquant’anni, occupazione senza virgolette, ci vuole la pallottola di gomma, il lacrimogeno, il manganello, lo scudo e poi molto altro. Ci vuole attenzione al racconto di sé e di loro stessi, ci vuole un’immagine di pacificazione continua, o almeno lo sforzo di pacificazione. La tutela dei luoghi santi per tre religioni monoteiste non è affare che si possa disbrigare, qualunque cosa orrenda sia successa e per responsabilità di chiunque, come un banale affare di metal detector e di polizia.

Giù le mani da Israele. Ovvio. Finché bande di assassini saranno mischiate al popolo credente, ai suoi giovani battistrada che vogliono autonomia e indipendenza, che commuovono il mondo con i sassi e le fionde davidizzandosi contro Golia, la cosa intrepida che non si può fare è prendersela intrepidamente con il vero Davide, che è Israele. È roba da codardi. Ma uno Stato non può sempre e solo ruggire, deve alternare la virtù e la tentazione della fortuna negoziata, deve essere soggetto diplomatico attivo, deve preoccuparsi della infinita debolezza dell’avversario, del nemico.

Foto Ansa

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