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L’Italia crolla? Ecco perché l’Europa è costretta a salvarci

agosto 17, 2011 Rodolfo Casadei

Con l’euro la Germania ha praticato un’azione di “impoverimento dei suoi vicini”. Ma ora deve scegliere se accollarsi il debito altrui o spingere moneta (e Italia) giù dal precipizio. Disincantata analisi sull’orlo del burrone. (Dal numero 32-33 di Tempi)

(Dal numero 32-33 di Tempi)

«L’Italia è una portaerei in mezzo al Mediterraneo che ha riacquistato importanza con la crisi del Nord Africa. Siamo tornati ad avere il ruolo strategico che avevamo durante la Guerra fredda. Perciò gli Usa e i grandi paesi europei non ci abbandoneranno. Noi siamo un popolo che non sa governarsi, però deve essere governato bene dagli altri perché è un baluardo contro l’estremismo, in questo caso nordafricano. Certo, per una vera ripresa economica avremmo bisogno di uscire dall’euro per recuperare competitività. Io credo che ce la caveremmo benissimo, che non saremmo travolti dall’inflazione. Naturalmente con i nostri standard: altissima disoccupazione e altissimo debito pubblico, ma non affonderemo grazie al ritorno alle svalutazioni competitive. L’unico problema è che per far questo bisogna smontare il Trattato di Lisbona e mettere d’accordo 27 paesi su di una nuova versione, e questo è molto difficile. Nel frattempo, con l’accordo di Bruxelles si va verso l’unione fiscale, gli eurobond e la collettivizzazione del debito: i paesi virtuosi si vanno facendo carico, in prospettiva, dei nostri passivi. Certo, presto verrà il giorno in cui i cittadini tedeschi si stuferanno di mantenere noi mediterranei, e allora dobbiamo sperare che non salti fuori fra loro qualcuno con la testa di quel norvegese, Breivik. Ma l’Italia continueranno ad aiutarla come hanno fatto dopo il ’45, non permetteranno mai un default. Non a caso è stato messo un italiano a capo della Bce: Mario Draghi, ottimo tecnico, sarà il nostro ostaggio a Francoforte».

Giulio Sapelli, docente di Storia economica alla Statale di Milano, direttore e ricercatore presso centri studi e fondazioni, è noto per i commenti fiammeggianti e spesso poco benevoli. Stavolta però le sue parole esprimono un cinico ottimismo che, se fosse confermato dagli eventi, tranquillizzerebbe quanti sono in ansia per i ricorrenti attacchi dei mercati al debito pubblico italiano. Anche se gettano nello sconforto coloro che non vogliono accettare l’idea che l’Unione monetaria europea così come è adesso non può durare. Eppure è tutto molto chiaro: finché l’euro funziona come ha funzionato finora, le manovre lacrime e sangue di Giulio Tremonti non serviranno a un accidente, l’economia italiana continuerà a non crescere e il debito pubblico resterà troppo pesante. Ma questa situazione non durerà all’infinito, e nei nuovi equilibri che si creeranno possiamo sperare di cavarcela. Vediamo perché.

Le difficoltà attuali del debito sovrano italiano dipendono dal fatto che negli ultimi nove anni ai fattori di fragilità endogeni della nostra finanza se ne è aggiunto uno esogeno: l’euro. All’inizio la moneta unica europea è stata un’ancora di salvezza per le disastrate finanze italiane, ma adesso è diventata la zavorra che ci sta trascinando a fondo. L’ha spiegato molto bene Allan Mattich del Wall Street Journal: «L’Italia è riuscita a finanziare il suo debito facilmente, anche se ha raggiunto dimensioni gigantesche, perché il suo ingresso nell’euro ha spinto verso il basso il costo del suo finanziamento. La bacchetta magica della moneta unica ha regalato al governo italiano condizioni eccezionalmente vantaggiose. Una ricerca di Merrill Lynch mostra che, calcolata anche l’inflazione, l’Italia ha pagato tassi di interesse inferiori a quelli della Germania fra il 1995 e il 2008.

Ora però questo sta cambiando. Ora che lo spread dei titoli italiani è aumentato, non si restringerà di nuovo (siamo oltre i 300 punti di differenza fra Bund tedeschi e Bot decennali italiani, ndr)». Il problema è che l’Italia non cresce più perché l’euro è una moneta sopravvalutata rispetto alla nostra realtà economico-finanziaria e quindi perdiamo quote di export: «L’Italia – scrive ancora Mattich – potrebbe vivere anche con spread crescenti se la sua economia crescesse. Ma questo non è successo e non è probabile che avvenga in futuro. Il suo Pil alla fine dello scorso anno era maggiore di appena 2,5 punti percentuali rispetto a quello del 2000. Per quanto riguarda il futuro, il Fondo monetario internazionale prevede che il Pil italiano continuerà a crescere a tassi che si aggirano fra l’1 e l’1,5 per cento tra oggi e il 2015. Questa crescita modesta è il risultato diretto dell’appartenenza dell’Italia all’area dell’euro. L’economia italiana è circa un terzo meno competitiva di quella tedesca, e l’unico modo di riguadagnare competitività, non potendo il governo svalutare la moneta nazionale, sarebbe un aumento dell’inflazione in Germania superiore a quello dell’Italia. Ma stante la fobia della Bce e della Germania per l’inflazione, aspettiamoci quasi certamente una lunga e dolorosa fase di deflazione e austerità per l’Italia».

Ricordiamoci della recente mazzata inferta da Trichet in aprile al debito italiano, col rialzo dei tassi di interesse dall’1 all’1,25 per cento. E che le politiche lacrime e sangue di Tremonti servono a poco: «Finché rimane nell’euro, l’unico modo in cui l’atrofizzata industria manifatturiera italiana può competere con la Germania è attraverso lo stesso doloroso sentiero di austerità e deflazione che stanno percorrendo Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna», spiega Mattich. «Ma austerità significa anche minore crescita che, a fronte di crescenti interessi sul debito, può essere disastrosa per un paese che ha il terzo debito pubblico al mondo».
Il cammino della Germania nell’euro è stato esattamente il contrario di quello dell’Italia: all’inizio il potere d’acquisto dei tedeschi è diminuito, ma poi la nuova moneta – ovviamente abbinata a fondamentali economici e finanziari di prim’ordine – ha reso possibile un’espansione dell’export tedesco senza precedenti.

Ha commentato in proposito Paolo Savona, l’economista che oggi è presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi: «Il meccanismo alla base dell’euro non è equo, perché Berlino beneficia di un cambio sottovalutato come la Cina, che gli garantisce un surplus di bilancia commerciale pari, in valore assoluto, a quello di Pechino». E Sapelli sintetizza: «L’euro è stato un gigantesco take over del vecchio marco su tutti i paesi europei». I tedeschi, che oggi fanno tanto gli scandalizzati coi paesi mediterranei bisognosi di salvataggio finanziario, sono coloro che più hanno tratto vantaggio dall’introduzione dell’euro, che ha creato le difficoltà in cui i secondi si dibattono. Come spiega il bravissimo Mattich: «In pubblico i politici tedeschi protestano che non si lasceranno incastrare in salvataggi finanziari a spese del contribuente tedesco, ma ogni volta che si è presentato il pericolo di un default di un membro dell’eurozona e di una conseguente crisi sistemica, si sono sempre piegati. Questo si spiega col fatto che il tasso di cambio dell’euro mantiene l’economia della Germania altamente competitiva, e questo è un forte incentivo per i tedeschi a fare qualunque cosa si possa per mantenere intatta la moneta unica. Gli economisti stimano che se la Germania avesse una sua propria moneta, soffrirebbe gli stessi problemi che hanno ora gli svizzeri: tasso di cambio in rialzo, afflusso di capitali ma crollo delle esportazioni».

Di fronte a questa situazione c’è chi, come Savona, ha auspicato l’uscita dell’Italia dall’euro e chi, come Sapelli, la evoca ma la ritiene inattuabile. Oggi, a norma di trattato, chi esce dall’euro esce anche automaticamente dall’Unione Europea, perde i fondi di coesione e tutto il resto. E inoltre l’Italia fuori dalla moneta comune dovrebbe comunque onorare i suoi 1.900 miliardi di debito pubblico in euro, che anche convertiti nella nuova lira resterebbero un peso ciclopico da sopportare. Ma quasi certamente non ci sarà bisogno di prendere una decisione tanto drastica per una semplice ragione: la mossa tocca per primi ai tedeschi, e noi ci posizioneremo sulla base di quello che faranno loro. E i tedeschi non hanno tante scelte. Premesso che possono lasciare andare in default un paese come la Grecia, ma non paesi come l’Italia e la Spagna, le loro vie d’uscita sono soltanto due: o accettano di accollarsi il debito dei paesi mediterranei, o escono loro dall’euro. Tertium non datur. I tedeschi sono vittime dei loro successi: Angela Merkel ha praticato quella che Martin Wolf sul Financial Times ha definito più volte la politica del «Beggar thy neighbour», “impoverisci il tuo vicino”, e adesso le tocca pagarne le conseguenze.

Ha strappato quote di export all’Italia, ha reso più pesante il nostro debito pubblico attraverso le decisioni della Bce, ci ha costretti a una virtuosa politica deflazionistica che di virtuoso non ha nulla perché ci impedisce di crescere, e adesso è costretta a correre in nostro soccorso se non vuole vedere crollare insieme a noi l’euro, che ha permesso alla Germania di prosperare. Ovviamente le proteste fra i tedeschi montano, anche perché la crescita della loro economia sta rallentando: quest’anno si attesterà sul 3,5 per cento, ma l’anno prossimo, secondo i consulenti finanziari di Capital Economics, non supererà l’1,5 per cento, a causa del contemporaneo rallentamento dei tre principali mercati delle esportazioni tedesche: quello statunitense, quello cinese e quello dell’area dell’euro (ma guarda un po’!). «Col rallentamento della crescita, i tedeschi saranno meno disposti a continuare ad elargire elemosine senza fine per mantenere a galla i paesi della periferia d’Europa», scrive Mattich. «Avendo trascorso due decenni a trasferire risorse dall’ovest ricco all’est povero dopo la riunificazione, è improbabile che gli elettori tedeschi vogliano trascorrere i prossimi due decenni a spendere a vantaggio di stranieri di paesi lontani. Specialmente se si sentono meno ricchi».

Alla Germania non resta che l’opzione dell’uscita dall’euro. L’ha ben descritta sul Daily Telegraph Ambrose Evans-Pritchard, l’autore delle famose inchieste sulle disinvolte operazioni finanziarie di Romano Prodi alla fine degli anni Novanta: «La Germania e le economie satelliti di essa dovrebbero ritirarsi dall’unione monetaria, lasciando il blocco greco-latino nell’euro e nelle sue istituzioni. L’euro latino si svaluterebbe rapidamente nei confronti di yuan, yen, won, zloty, ecc. come pure rispetto al Nuovo Marco, e questo permetterebbe ai latini (e all’Irlanda) di riguadagnare capacità economica e di onorare i debiti nominati in euro. Una volta dissoltosi il polverone, risulterebbe chiaro che Italia, Spagna, Irlanda e forse Portogallo hanno recuperato abbastanza competitività per sperare di crescere in modo da sfuggire dalla trappola del debito. Il pericolo di default in successione scomparirebbe». Sarebbe un ottimo sviluppo per le prospettive dell’Italia, ma anche l’altra ipotesi, cioè che i tedeschi, sebbene a malincuore, accettino l’idea di accollarsi per i prossimi vent’anni le garanzie e parte del peso del nostro debito, non è affatto male.

Ma l’Italia per conto suo cosa dovrebbe fare? Sapelli non ha dubbi. «Il debito italiano è sostenibile, è tutta questione di abilità politica. Basta avere una politica diplomatica internazionale verso le grandi centrali dell’oligopolio finanziario mondiale, basta tenere i rapporti coi grandi fondi di investimento, avere un ministro delle finanze che non urli ma anche che non stia sempre muto. Ha ragione Francesco Forte: non si può, come ha fatto Tremonti, non fare l’asta dei Bot ad agosto senza spiegare veramente perché, cioè senza dare i numeri del fabbisogno italiano. I mercati non credono sulla parola, vogliono vedere. Se fai così, il debito diventa insostenibile. Ma più di tutto bisogna avere una politica estera. Per sostenere il debito italiano bisogna avere un’ottima politica estera».

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