Da garzone di bottega a «Benvenuto Cellini delle due ruote». Storia di Ernesto e dei campioni che fecero la storia. In sella a una Colnago
Alle ore 19 e 45 dell’8 settembre 1943, le trasmissioni radiofoniche s’interruppero per trasmettere l’annuncio di Badoglio che rendeva noto l’armistizio alla nazione ponendo fine al governo dei quarantacinque giorni. Fu allora che Ernesto Colnago, anni 11, figlio di contadini in quel piccolo borgo di Cambiago a 20 km da Milano, si chiese se la sua dieta a base di latte e polenta sarebbe variata. Un anno dopo, latte e polenta erano ancora là, insieme ai due chili di farina gialla che la famiglia Colnago consegnava a Dante Fumagalli perché insegnasse il mestiere di meccanico ciclista al loro primogenito. La sera, Ernesto imbracciava l’abecedario per raggiungere, con il figlio del fabbro e del prestinaio, la casa del professor Caprotti dove iniziava la sua personale battaglia contro il sonno accumulato nella giornata trascorsa in officina per recuperare in un anno solo prima e seconda media.
Il dopoguerra non apportò novità fino al giorno in cui Ernesto s’imbattè in oratorio nell’amico Luigi Oggioni e in un annuncio che avrebbe fatto finalmente la differenza per i Colnago: “La Gloria cerca manodopera”. «Ernesto, io son già lì da tre giorni, ci vieni anche tu?». Il 25 novembre, in viale Abruzzi 42 a Milano, Alfredo Focesi, patron della Gloria, azienda pioniera del ciclismo, chiede a Ernesto: «Ué, sbarbà, quanti ann te ghè?». «Quattordici», mente il ragazzo, consegnando un libretto di lavoro falsificato. Di lì a poco è in reparto saldature a far da garzone al signor Sozzi, uno che non ci pensa due volte a ustionarlo con la fiamma ossidrica se lo coglie a sognare col naso puntato verso il piano superiore, dove avviene il montaggio delle biciclette. è il 1945, ed è tra i fumi delle saldature che inizia la storia del «Benvenuto Cellini» delle biciclette, come lo consacrò anni dopo la penna di Gianni Brera.
«Passai al montaggio diventando in breve caporeparto: ero velocissimo a montare le ruote – racconta oggi Ernesto Colnago, presidente di un marchio che è «nel mondo sinonimo di bicicletta, di tecnologia e ricerca made in Italy», recita l’albo dei Cavalieri del Lavoro di cui fa parte dal 2006 – e mi misi in testa di correre anche io». Dodici le corse vinte con le maglie dell’Aurora Concorezzo, Aurora Desio, La Veloce Melzo. Fino al ‘51, quando una caduta nella Milano-Busseto causa ad Ernesto la frattura del perone destro: due mesi di gesso la prognosi. Ernesto chiama Focesi, «ho le gambe scassate ma le mani funzionano, mandami qualche ruota da montare a casa». In due mesi Ernesto guadagna il doppio dello stipendio, «capisco allora che lavorare per conto terzi è la mia strada». Convince papà ad aiutarlo a rilevare quel piccolo negozietto sotto casa, lavora giorno e notte, e nel 1954 si acquista una mezza filanda a una decina di numeri civici più avanti perché nel negozietto non ci si sta più.
Una mattina di primavera Ernesto sta pedalando per la Brianza quando ecco affiancarglisi altri due ciclisti. Il primo è l’amico Giorgio Albani, il secondo è nientemeno che Fiorenzo Magni, il Leone delle Fiandre. Arrivati alla fontana di Lierna il campione smonta dal sellino per riempire la borraccia e a Ernesto non sfuggono le sue smorfie di dolore: «è la gamba destra – spiega Magni – va avanti da un po’ e non capisco perché». «Mi permetta, signor Fiorenzo, ma immagino: le sue pedivelle non sono posizionate affatto bene, guardi qui...». Lo stesso pomeriggio Ernesto effettua una riparazione a quelle pedivelle che gli varrà un posto nel team della Nivea, la squadra capitanata e voluta da Magni al Giro d’Italia del 1955. «Mi feci prestare una valigetta dal fratello della mia fidanzata che la usava per andare alle terme di Fiuggi e partii come vice-meccanico di Faliero Masi».
Acqua sul monte Penice
Un’enciclopedia è poca cosa per narrare quanto accadde dopo l’esordio nel velodromo. Pier Augusto Stagi lo ha fatto nel bel libro Colnago La bicicletta. Ernesto lo fa adesso, snocciolando un mosaico di episodi con la forza delle parole di chi gli anni d’oro del ciclismo li ha vissuti con la tuta sporca di grasso accanto ai campioni che han fatto e fanno sognare il mondo. «Il cielo era una montagna d’acqua sul Monte Penice, la prima tappa della Milano-Torino. Non si vedeva nulla. Fiorenzo si lasciò sfilare davanti il gruppo e imbestialito ci urlò che da dieci minuti chiedeva assistenza mentre noi stavamo al riparo in macchina, “Giù la capotte, così mi vedete meglio”. In un minuto l’ammiraglia Fiat 1100 imbarcò così tanta acqua che dovetti bucare il fondo della carrozzeria con un cacciavite. Magni vinse quel 38 esimo Giro con un vantaggio di 11 secondi su Fausto Coppi e strappando la maglia rosa a Gastone Nencini». Lo stesso Nencini che nel 1957, vincitore del Giro, rivela ai cronisti che gran parte della vittoria la deve a «Ernesto Colnago, giovane meccanico lombardo che mi ha confezionato una bicicletta insuperabile»: è il battesimo della prima bici su misura creata da Colnago, con un telaio adatto alle doti da discesista del fiorentino. Nel ’60 il quartetto azzurro formato da Arienti, Testa, Vallotto e Vigna vince l’oro ai Giochi olimpici di Roma nell’inseguimento sui 4000 metri in pista. Arienti cavalca una Colnago.
Dalla Nivea alla Chlorodont, dalla Philco alla Molteni, prima con Magni e Guido Carlesi, ora con Albani e Gianni Motta e Michele Dancelli. E siccome crede nel gioco di squadra, Ernesto corre col fratello minore Paolo, un’unica passione cui manca solo un simbolo per rimanere nella storia. «Quello di Colnago nasce in un ristorante di Laigueglia: quel giorno Bruno Raschi scrisse che Dancelli aveva vinto la Milano-Sanremo “su una bicicletta in fiore” e giocando a carte mi suggerì l’asso di fiori come simbolo», racconta Ernesto. Che tra i corridori che ha nel cuore cita Eddy Merckx. «Fu lui a cercarmi nel 1971, di 7 kg e 800 grammi fu la bici che gli confezionai per la Milano-Sanremo e di 5 kg e 750 grammi (e oltre 200 ore di lavoro) fu quella con cui, il 25 ottobre 1972, stabilì il “record dell’ora” a Città del Messico».
Quello che seguì è storia: Colnago approdò con Giovanbattista Baronchelli alla Scic di Renzo Fornari. E vennero gli anni di Enrico Paolini, Franco Bitossi, Giovanni Battaglin, Maurizio Fondriest, Moreno Argentin, Beppe Saronni, Joop Zoetemelk, quelli della collaborazione col ministero dello Sport russo: «Caduto il muro, abbiamo dato vita alla Alfalum insieme a un’azienda di San Marino. Pavel Tonkov e Yaroslaw Popovych sono alcuni dei campioni sovietici cresciuti qui». Tutti in sella a una Colnago, che veste il ciclista su misura, specie se il ciclista è Giovanni Paolo II («la bici d’oro la trovava un po’ vistosa per Castel Gandolfo, così gliene abbiamo confezionata un’altra bianca!»), re Juan Carlos di Spagna o Micheal Shumacher.
La lezione di Lissoni
«Voglio solo cose belle», gli intimò Enzo Ferrari nel 1984, quando iniziò la collaborazione con la rossa di Maranello da cui nacque Concept e la filosofia dell’«irraggiungibile possibile» di Ernesto Colnago, «la creatività che si fa innovazione e la tecnologia che sfida l’avanguardia. Tredici chili erano troppi per una bici da corsa e con Ferrari Engineering e Atr Group si è sperimentata la soluzione carbonio. Nel 1989 presentammo C35, che avrebbe fatto da apripista ai successivi modelli da corsa, mountain-bike e city bike, e all’uso di un elemento, la fibra di carbonio già impiegata in Formula 1, che in tanti, non le dico quanti, osteggiarono a lungo». Negli anni 90 Colnago è partner tecnico di Clas quando scocca la scintilla tra l’azienda di Cambiago e la Mapei dell’imprenditore milanese Giorgio Squinzi che darà vita alla Mapei-Clas e alla seconda bici dei record, la Oval Cx, che sviluppa 9 metri a colpo di pedale, realizzata per Tony Rominger. Con la C40 e la forcella dritta in carbonio “Precisa”, sviluppata con Ferrari, Colnago vinse tutte le cinque Parigi-Roubaix targate Mapei, aprendo agli anni di Franco Ballerini, Andrea Tafi e ai quattro campionati mondiali aggiudicatisi dal connubio Colnago-Mapei con Olano, Museeuw, Camenzind, Freire.
Sull’ammiraglia che non l’ha mai abbandonato viaggia dal 1956 anche la moglie Vincenzina, che insieme al fratello Paolo, alla figlia Anna, al genero Vanni e ai due Alessando, il figlio di Paolo e quello di Anna, continuano a seguire Ernesto a Cambiago, dove si assembla e viene pilotata la produzione di circa 16 mila pezzi l’anno: «Il nostro sale è la qualità della serietà. E io sono serio quando dico che oggi in Italia bisogna avere il coraggio di fare un buon prodotto a buoni prezzi. Per questo abbiamo deciso di trattenere la produzione per la fascia alta e medio-alta in Italia e spostare la fascia media in Taiwan, dove la qualità è garantita da partner affidabili come quelli di A-Team e i prezzi competitivi. A differenza degli “altri” che sostengono di non essere mai stati in Cina, io ho il coraggio di dichiarare con onestà l’origine dei prodotti».
Chi corre sa che la slealtà non paga. Ernesto lo ha imparato appena diciottenne, quel giorno che risparmiò le forze nella Coppa Braschi con la maglia dell’Aurora Desio per partecipare, poco dopo, a una corsa per non tesserati che metteva in palio premi gastronomici. Allora la fame era tanta, ma quando Pierino Lissoni, patron dell’Aurora, seppe la cosa, inviò a Ernesto una raccomandata: «è vergognoso che un corridore di nome Colnago si risparmi in una gara importante prendendosi gioco degli sforzi di altri altri compagni...». «Fu una grande lezione di vita – dichiarò Ernesto a Stagi fornendogli l’originale perché la reprimenda fosse pubblicata sul libro –. Dentro di me dissi: mai più. Mai più mi sarei dovuto trovare in una situazione simile».