tempi.l'italia che lavora Venerdì 30 Luglio 2010 
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Libri liofilizzati e razzi in orbita

Dalle prime autoclavi in legno a quelle per l’agenzia spaziale europea. Daniele Terruzzi racconta i 110 anni dell’azienda di famiglia

di Chiara Rizzo
Cosa hanno in comune uno yogurt, un libro fiorentino, l’acciaio, la piramide del Louvre, la calce, una scarpa dell’età della pietra e il razzo-vettore Ariane dell’Esa? Quesito bislacco, apparentemente, risposta semplicissima. Hanno a che vedere con la storia della famiglia di Daniele Terruzzi, oggi membro del consiglio d’amministrazione dell’azienda di casa, Terruzzi Fercalx spa. Lunga storia, iniziata in via Breda a Milano (cioé nella strada delle grandi aziende italiane, le mitiche acciaierie Falck e la Pirelli). Era il 1897, e Daniele Terruzzi “primo” produceva autoclavi: marchingegni simili ad un carretto cilindrico, con il corpo del serbatoio rivestito in legno, di cui oggi il bisnipote Daniele “secondo” conserva una foto color seppia. Dopo 110 anni, le autoclavi, in azienda, le producono ancora. Più all’avanguardia, ovviamente: «Rappresentano il 35 per cento della produzione complessiva», spiega Daniele “secondo”: «Servono per la produzione di componenti per l’aeronautica: gli aerei di Alenia, gli elicotteri Agusta. Ma anche il razzo Ariane dell’Esa, i cui serbatoi sono rivestiti di gomma lavorata con le nostre autoclavi». Le stesse autoclavi, inoltre, che servono alla lavorazione del vetro per clienti leader nel settore come Saint Gobain, l’azienda che ha prodotto i vetri della piramide del Louvre.
Quanta strada hanno percorso i Terruzzi, dagli anni in cui, al timone dell’azienda, arrivò il figlio di Daniele “primo”, Cristoforo. Tra le due guerre, Cristoforo piantò i semi della crescita aziendale e incrementò il numero degli operai. Poi si aprirono i fronti, arrivarono i bombardamenti persino su Milano. Infine, la pace e la ricostruzione. Anche l’azienda, come il paese, doveva risollevarsi e i Terruzzi non si scoraggiarono. L’Italia del boom era debole e aveva fame? Loro si attivarono per aiutarla a nutrirsi e curarsi: «All’inizio degli anni ’50, nonno Cristoforo cominciò la produzione di impianti per la liofilizzazione per le industrie farmaceutiche, perché uno dei prodotti che venivano “liofilizzati” era la penicillina. Ma anche per le grandi aziende alimentari: la Plasmon ha liofilizzato con le nostre macchine per la prima volta la carne d’agnello e la Yomo le usa tuttora per i fermenti lattici per lo yogurt». Gli apparecchi lavorano sul processo di sublimazione. Spiega Daniele Terruzzi: «Le macchine prima congelano il prodotto, come in una sorta di cubetto di ghiaccio. Poi lo scaldano sotto vuoto, in modo da “gassificare” tutta l’acqua, e lasciare il prodotto “secco”». Grazie a questo processo, la Terruzzi ha dato una mano al paese anche in situazioni delicate, che niente avevano a che vedere con la produzione industriale. Racconta infatti Daniele Terruzzi, che quando nel 1966 l’alluvione dell’Arno a Firenze rischiava di distruggere molti preziosi libri, gli apparecchi Terruzzi vennero usati addirittura per liofilizzare i volumi. I libri, negli impianti, furono trasformati in cubetti di ghiaccio, e poi sottoposti al processo di gassificazione dell’acqua. L’acqua evaporava, e i manoscritti tornavano asciutti e salvi. Più di recente, alla Terruzzi è stato chiesto di liofilizzare anche la scarpa di Ötzi, la mummia dell’età della pietra recuperata tra i ghiacciai delle Alpi, che si era conservata proprio perché “congelata” lungo le ere. Per effettuare le analisi per la datazione degli oggetti, la scarpa andava “scongelata”, ma bisognava farlo in modo delicato. L’unica via è stata proprio la liofilizzazione. Oggi si liofilizzano anche le proteine della seta, usate nell’industria cosmetica per le creme idratanti.
Racconta Daniele Terruzzi che a fine anni ’50 arrivarono in azienda i tre figli di Cristoforo, Gaetano, Giovanni e Astorre, quest’ultimo l’attuale presidente e padre di Daniele e Paola (anche lei, oggi, nel cda del gruppo): «In quegli anni si avviò l’esportazione dei prodotti anche all’estero: Siria, Libano, Russia, Cina, dove fummo tra i primi ad arrivare con gli impianti di liofilizzazione». Negli anni ’70 Astorre iniziò un’attività per conto proprio, la Fercalx, per la produzione degli impianti per calce, diversificando notevolmente la produzione di famiglia. Una svolta decisiva: infatti, oggi che le due società – la storica Terruzzi e la Fercalx – sono state riunite, è la produzione della Fercalx a fare la parte del leone. «Gli impianti per calce, destinati alle grandi aziende dell’acciaio, come l’Ilva, costituiscono il 65 per cento della produzione, con commesse anche di 17 milioni di euro ciascuna».
Fu proprio vendendo un impianto per la lavorazione della calce, che Daniele ha fatto il suo ingresso in azienda. «Era il novembre 1984. Io avevo studiato giurisprudenza, e avrei voluto dedicarmi al diritto internazionale. Mio padre mi propose di seguirlo, per condurre una trattativa in Cina. E mi ha fregato, perché dopo ero talmente coinvolto, che non me ne sono più andato». Ricorda che in Cina le trattative seguivano un’insolita prassi: «I cinesi applicano l’antica arte della guerra, Bing fa. Logoravano “l’avversario” con riunioni lunghe mesi. Loro erano in 20, noi in due. Ogni giorno si tornava sugli stessi argomenti, con le medesime parole».

Dalla Cina all’India
«Quella volta la lettera d’intenti per il contratto la scrissi io stesso a mano, sul banco del check in, mentre cercavamo di tornare a casa: era il 24 dicembre e ancora trattavano sul prezzo». Al successo di quel primo contratto, ne sono seguiti altri nella carriera di Daniele, culminati quest’anno con l’opa lanciata su un’azienda indiana, la Vulcan, la cui acquisizione è prevista per gennaio. Una sfida per un’azienda italiana, nell’anno della crisi: ma la Terruzzi Fercalx proprio quest’anno ha registrato il raddoppio del fatturato (da 13 a 26 milioni di euro, con una previsione per il 2010 di 30 milioni di euro), e fatto nuove assunzioni. «Per il futuro, lavoriamo ad impianti di gassificazione per produrre energia elettrica dalle biomasse. Abbiamo sviluppato per questi impianti la tecnologia già usata dalla Vulcan». È tutto un gioco di scacchi la vita dell’azienda, e Daniele Terruzzi lo sa bene, fin da quella prima trattativa con i cinesi. Con la famiglia, ci sono i dipendenti, che sentono l’azienda come un pezzo di casa. Perciò i Terruzzi guardano con serenità al futuro che avanza. Ride Daniele: «Mia figlia Mariapaola, sei anni, l’altro giorno mi ha chiesto con interesse: “Papà, cos’è un’autoclave?”. Credo sia predestinata». Chissà come sarebbe soddisfatto il bisavolo Daniele “primo”.

 

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