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L’Irlanda, dopo aver obbedito a Bruxelles, si ribella alla Bce

novembre 24, 2011 Rodolfo Casadei

L’Irlanda, il paese che ha applicato alla lettera le ricette dettate da Bruxelles e dalla Bce per affrontare il collasso del suo settore bancario, dopo un anno di cura da cavallo ha protestato: o si alleggerisce un po’ il debito irlandese o la crescita economica del paese è a rischio, e con essa la sua capacità di far fronte alle scadenze dei rimborsi

A volte anche i primi della classe sbottano, e alla fine è successo. L’Irlanda, il paese che ha applicato alla lettera le ricette dettate da Bruxelles e dalla Bce per affrontare le conseguenze del collasso del suo settore bancario, dopo un anno di cura da cavallo ha rialzato la testa e per bocca del ministro delle Finanze Michael Noonan ha protestato: o si alleggerisce un po’ il debito irlandese o la crescita economica del paese è a rischio, e con essa la sua capacità di far fronte alle scadenze dei rimborsi. L’Irlanda non ha bisogno di rivolgersi ai mercati per finanziare il suo debito interno fino al 2013, ma rischia di arrivare a quella data col fiatone e quindi poi di avvitarsi in una situazione simile a quella di Italia e Spagna se si continua a pretendere che paghi fino all’ultimo euro, più gli interessi, i costi del fallimento delle sue banche.

«Ci siamo fatti carico di oneri non dovuti per proteggere il sistema bancario europeo dal contagio» ha detto il ministro. «Stiamo cercando il modo di ridurre il debito e vorremmo che i nostri colleghi europei guardassero alla cosa in termini positivi. Ovunque si trovi un debitore imprudente, c’è anche un creditore imprudente» ha concluso alludendo alle banche tedesche, francesi, britanniche e olandesi che avevano prestato denaro alle banche irlandesi che poi sono fallite (Anglo Irish e Irish Nationwide). Diversamente dal pacchetto di salvataggio per la Grecia, che prevede il concorso dei creditori, destinati a perdere il 40 per cento del valore nominale dei titoli di Stato greci acquistati, quello imposto all’Irlanda nel novembre 2010 in cambio degli aiuti finanziari di Ue e Fondo monetario internazionale (Fmi) salvaguardava gli investimenti delle banche europee che avevano prestato il loro denaro alle banche irlandesi. Questo oggi significa che lo Stato irlandese risulta impegnato a rimborsare 31 miliardi di euro che la Anglo Irish Bank doveva ai suoi creditori europei, interessi inclusi. Fra l’estate del 2008 ed oggi l’Irlanda ha sofferto una flessione del suo Pil reale del 22 per cento e passa, e solo nel primo semestre di quest’anno ha ritrovato un po’ di crescita, ma la spada di Damocle dei miliardi di euro da rimborsare alle banche straniere già la mette a repentaglio.

Sul Wall Street Journal l’ex ministro irlandese per gli Affari europei Dick Roche ha rievocato come il suo paese sia stato sospinto con pressioni e minacce, nel novembre 2010, a chiedere assistenza finanziaria a Fmi e Ue due anni dopo essersi accollato i debiti delle proprie banche e aver effettuato i tagli alla spesa pubblica consigliati da Bruxelles. «Alla fine di ottobre e all’inizio di novembre un giro di intensivi briefing off-the-record a Bruxelles e Francoforte impartiti ai media da elementi della Bce predissero che l’Irlanda non avrebbe avuto alternative al chiedere un salvataggio da parte di Fmi e Ue. Questi briefing compromisero completamente la posizione di Dublino, che continuava a mostrare che le sue finanze erano in via di risanamento come programmato. Notizie di questi briefing cominciarono ad apparire sulla stampa nei primi giorni di novembre. Per il week-end del 13 novembre la speculazione era già a un picco di febbre. (…) Il 21 la battaglia era persa. Il governo annunciò che aveva inoltrato una richiesta di assistenza finanziaria da parte di Ue e Fmi». Non solo. Roche rievoca anche un’intervista dell’ex ministro delle Finanze Brian Lenihan, deceduto quest’anno, dove costui affermava che la Bce approfittò della situazione (i titoli di Stato irlandesi ormai erano saliti a un tasso d’interesse del 7 per cento) per imporre all’Irlanda il pieno risarcimento degli investitori: «Lenihan disse in un documentario sulla Bbc che fu su insistenza della Bce che l’Irlanda accettò i prestiti Fmi-Ue. A quel tempo la Commissione europea era più possibilista. Lenihan e altri accusavano l’intransigenza della Bce del fatto che fu impedito un elemento di partecipazione obbligatoria dei detentori dei bond al salvataggio. Mentre l’Fmi lo auspicava, la Bce insisteva che i detentori dei titoli non dovevano rimetterci».

Si tenga presente che l’Irlanda presa a pesci in faccia era il paese che nell’estate del 2008, accollandosi interamente i fallimenti delle sue banche mentre molti nel paese invocavano l’adozione della “via islandese” (nessun rimborso ai creditori), aveva evitato il contagio alle banche europee creditrici e quindi probabilmente all’intero sistema bancario dei paesi Ue. Oggi il paese chiede che siano riconosciuti i suoi meriti e per dare forza alla sua richiesta agita l’unica arma di cui ancora dispone: il suo voto contrario alle richieste di Angela Merkel per una riforma dei trattati europei che renda vincolanti e denunciabili alla Corte Europea in caso di violazione nuove norme comuni di rigore fiscale. Le autorità spiegano che i contenuti dei trattati internazionali in Irlanda devono essere sottoposti a referendum popolare, e che il risultato prevedibile è un risonante “no”, se non si può dimostrare un atteggiamento comprensivo della Ue nei riguardi dell’ex tigre celtica. Il voto irlandese negativo sui trattati di Nizza e di Lisbona, poi sanato da successivi referendum dopo che Dublino aveva ottenuto qualche concessione, è un precedente che lascia immaginare cosa accadrebbe se si andasse a votare su nuovi articoli voluti dalla Merkel per obbligare i paesi deficitari a maggiore disciplina.

L’altro punto sul quale l’Irlanda può insistere è l’indebitamento crescente a cui l’esecuzione del pacchetto voluto da Bruxelles ha costretto il paese: nel 2014 il rapporto fra il debito pubblico e Pil dovrebbe toccare livelli quasi italiani, attorno al 118 per cento. Cosa succederebbe a quel punto ormai tutti in Europa riescono ad immaginarlo abbastanza bene.

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