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Linkin Park, il nu-metal diventa puro rock

luglio 2, 2012 Carlo Candiani

Era l’anno zero del nuovo millennio e da Los Angeles nel circuito delle band nu- metal (caotico puzzle di hard rock e rap metropolitano) si imponevano i Linkin Park. Mentre musicalmente la loro produzione era rivolta verso la nicchia più estrema del popolo metallaro, i testi facevano trasparire una ricerca del senso della vita, universale […]

Era l’anno zero del nuovo millennio e da Los Angeles nel circuito delle band nu- metal (caotico puzzle di hard rock e rap metropolitano) si imponevano i Linkin Park. Mentre musicalmente la loro produzione era rivolta verso la nicchia più estrema del popolo metallaro, i testi facevano trasparire una ricerca del senso della vita, universale e contraddittoria, espressa in maniera cruda e con derive paranoiche. Così Hybrid theory, il loro primo album, si allineò ai lavori degli altri protagonisti, icone metallare, come i Korn e i Limp Bizkit, dei quali oggi si sono perse le tracce. Il gruppo capitanato da Mike Shinoda, tra inediti in studio, remix e live, è arrivato incolume al decennio successivo e proprio in questi giorni pubblica, come spesso si dice, il disco della maturità o (da un altro punto di vista) del tradimento: Living Things.

Ben introdotti dall’ottimo lavorìo di quel grande volpone che è Rick Rubin, mitico produttore che spazia dall’hard rock dei Red Hot Chili Peppers alle atmosfere rarefatte della Americana music più profonda, quella di Johnny Cash per intenderci, i Linkin Park sfornano in cd di puro rock epico, fatto di suoni corposamente elettrici, che cesellano melodie che si rifanno direttamente alla collaudata tradizione del crossover americano che va dai Red Hot ai Tokio Hotel, alla ricerca di un punto d’equilibrio tra l’hard rock, contaminato con l’hip hop e il pop elettronico d’alta classifica.

È da questo laboratorio di idee e suoni che nascono i brani di questo cd trainati dal singolo Burn it down: brani relativamente, più “dolci” e accattivanti, adatti al grande pubblico, che quasi rigettano la presenza nella stessa scaletta di pezzi (giusto un paio) decisamente più estremi, cordone ombelicale con la prima produzione del decennio scorso. Così, anche i “cattivi” Linkin Park strizzano l’occhiolino al pop-rock più digeribile, allargando la platea di ascolto e perdendo  necessariamente in furore interpretativo.

Cari fan borchiati arrendetevi all’evidenza, il bisogno di popolarità dei vostri idoli “metal” è sempre direttamente proporzionale a scelte di mercato che possono sembrare veri e propri tradimenti, ma che sono la naturale evoluzione per chi legittimamente non vuole essere rinchiuso in un recinto e in un ghetto di genere, seppure riconosciuto e molto seguito come il metal rock. Con questo lavoro i Linkin Park si candidano a essere una della colonne sonore dell’estate 2012.

 

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