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L’Inferno del Nord, corsa di cui molti «hanno paura» tra villaggi e strade pietrose. Storia della Parigi-Roubaix

aprile 5, 2013 Emmanuele Michela

Per alcuni è «spazzatura per belgi», per altri la regina delle classiche: le bici rimbalzano sul pavé, le cadute sono all’ordine del giorno. Ecco come nacque la corsa di cui molti «hanno paura».

«Questa non è una corsa! Questa è una porcheria! Non la farò mai più». Fedele alla parola data, Bernard Hinault non si presentò più a correre alla Parigi-Roubaix, nonostante quella frase arrivasse proprio nel 1981, dopo che nello storico velodromo il francese era entrato da trionfatore. Per tanti quell’edizione dell’Inferno del Nord è ricordata come la più leggendaria: nella sua cronaca pazza c’è la sintesi emblematica di questa strana corsa che ogni anno, la seconda domenica di aprile, richiama l’attenzione di ciclisti e appassionati. Come tanti grandi corridori, anche Hinault quella corsa la odiava: il pavé è cosa da matti, troppo pericoloso per biciclette e muscoli. Cadde cinque volte, un’ammiraglia finì fuoristrada davanti a lui e fu costretto a prendere la bici in spalla per attraversare un campo, un cane gli tagliò la strada e lo fece cadere una sesta volta: successe di tutto. Ma a cinque chilometri dal traguardo Hinault agganciava i primi sei, entrava nel velodromo e vinceva in volata quella «corsa spazzatura».

DUE INDUSTRIALI SI COSTRUIRONO UN VELODROMO. Puntuale come ogni aprile eccola anche quest’anno una delle classiche della bicicletta, un tortuoso percorso che si snoda nel nord della Francia verso il Belgio, tra villaggi, campagne e strade pietrose, coperte di polvere o fango. A inventarla furono, ormai più di un secolo fa, due industriali tessili di Roubaix: Maurice Perez e Theodore Vienne nel 1895 costruirono un velodromo nei pressi della loro città e idearono così una gara per biciclette che partisse da Parigi e si concludesse lì. Mancavano loro però i soldi e le idee per l’organizzazione, così contattarono Louis Minart, il direttore del giornale sportivo Le Vélo. A lui l’idea piacque e coinvolse il suo editore: perché non far precedere la Bordeaux-Parigi, altra grande corsa di allora, da una gara di preparazione, più “leggera”? Per il tracciato fu spedito Victor Breyer, firma ciclistica della testata, a provare la strada: vento freddo, acqua che cadeva pesante, fango che rallentava le ruote. Arrivato a Roubaix coperto di terra, un’idea se l’era fatta: il giorno dopo avrebbe spedito un telegramma a Parigi per dire che una corsa del genere era meglio non correrla. Ma, si narra, una doccia bollente e una ricca cena insieme agli organizzatori gli fecero cambiare idea.

DOPO LA GUERRA FU “L’INFERNO DEL NORD”. Così nacque la Parigi-Roubaix, diventata solo due decenni più tardi l’Inferno del Nord: il soprannome non deve nulla alla conformazione ostica del tracciato. Bensì, è il nome che i giornalisti assegnarono a quelle terre nel 1919, dopo che la corsa era stata interrotta per il primo conflitto mondiale: alberi mozzati e neri di fumo, cascinali devastati dalla guerra, carcasse d’animali lasciate a marcire a bordo strada. Dal ’68 invece si è deciso di spostare il punto di partenza dalla capitale a Compiègne, 60 km verso nord-est. Il fascino unico di questa gara maledetta non si è andato mai esaurendo, accogliendo a piene mani la dominazione dei veri amanti del pavé, i belgi: da Merckx a Boonen, da Rebry a De Vlaeminck, di là dalla frontiera il percorso pietroso sanno come aggredirlo. Spacca le gambe, appesantisce i muscoli, fora le ruote: «Per dieci giorni ti fa male tutto il corpo come se ti avessero preso a bastonate», diceva Francesco Moser. Storicamente tanti grandi ciclisti l’hanno ripudiata, considerandola una gara troppo per specialisti, se non addirittura una corsa per matti. «Datemi retta: se non la fanno, non credete a tutte quelle balle che dicono sulla preparazione, eccetera eccetera», diceva di loro il “Cannibale” belga Merckx. «Non la fanno perché hanno paura. Perché alla sera, quando tornano in albergo, non vogliono aver la schiena a pezzi e le mani che tremano ancora come quelle dei vecchi».

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2 Commenti

  1. MASSIMILIANO panizza scrive:

    Quella del “Tasso” è una leggenda…il resto è tutto vero a partire dal Cannibale

  2. MASSIMILIANO panizza scrive:

    Quella del “Tasso” è una leggenda il resto è tutto vero a partire dal Cannibale

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