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«L’India tiene prigionieri i marò e il governo cala le braghe. Ma tutto dice che sono innocenti»

aprile 11, 2012 Leone Grotti

Intervista a Gianandrea Gaiani, esperto di analisi storico-strategiche e profondo conoscitore delle cose militari, che spiega anche dal punto di vista del diritto perché si può dire che l’India «tiene prigionieri i nostri soldati» e quali sono le «prove che depongono a nostro favore». Mentre il governo italiano «cala le braghe e non protegge i suoi soldati».

«L’India non può fermare, né tanto meno arrestare dei soldati italiani. Non può accampare diritti sulle acque internazionali. I resoconti dei militari, dei pescatori e le indagini balistiche portano a pensare che i due marò sono innocenti, ma il nostro governo è stato 18 giorni senza fare niente mentre ci accusavano di essere assassini e sequestravano una nostra nave». Si fa sempre più delicata la situazione di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati di omicidio volontario dallo Stato indiano del Kerala, e detenuti in una casetta all’interno di un carcere della capitale Trivandrum.

I due marò del battaglione San Marco il 15 febbraio prestavano servizio sulla Enrica Lexie per proteggerla da attacchi di pirateria. La nave si trovava in acque internazionali a 33 miglia nautiche dalle coste del Kerala quando il peschereccio St. Anthony si è pericolosamente avvicinato. I due militari hanno fatto fuoco in aria e in acqua, seguendo le regole di ingaggio, e l’imbarcazione si è allontanata. Ma quando è rientrata nel porto di Kochi a bordo dell’imbarcazione bucherellata da fori di proiettile c’erano due vittime. La nave italiana è stata fatta attraccare in porto e i due militari sono stati presi in custodia dalle forze dell’ordine locali, poi arrestati.

Gianandrea Gaiani, esperto di analisi storico-strategiche, profondo conoscitore delle cose militari e collaborare dell’Istituto di studi militari marittimi di Venezia, ha spiegato nel dettaglio a tempi.it perché si può dire che l’India «tiene prigionieri i nostri soldati» e quali sono le «prove che depongono a nostro favore contro uno Stato che fa di tutto per nascondere di essere ancora un paese del terzo mondo».

L’Enrica Lexie si trovava in acque internazionali, eppure l’India vuole indagare sul caso e processare i soldati italiani. Che cosa prevedono i trattati?
La pretesa indiana di avere giurisdizione in acque internazionali non ha alcun riscontro nel diritto. Non possono perseguire reati contro dei loro concittadini a meno che non avvengano in terra indiana. Ma non è questo il caso. Il problema è che l’Enrica Lexie, su richiesta dell’autorità indiana, si è recata nel porto di Kochi. A questo punto la polizia era in diritto di perquisire la nave, perché si trovava sul suo territorio.

Perché la nave ha attraccato nel porto di Kochi?
È stato un errore, un’ingenuità del capitano. La nave poteva e doveva rifiutare di ascoltare le richieste indiane e proseguire sulla sua rotta. Purtroppo non c’è una prassi, una procedura scritta da rispettare in casi come questo. Marina e armatori non hanno mai messo nero su bianco delle regole precise per avvenimenti rari come questo.

L’India però ha anche fermato e poi arrestato i due marò.
Questo non potevano farlo, è una grave violazione del diritto internazionale. L’India non può arrestare né processare militari italiani, perché sono organi dello Stato. Sarebbe permesso solo se ci fosse lo stato di guerra.

E chi deve far luce allora su quanto successo?
Questo incidente riguarda l’Italia e la nostra giustizia, perché la nave batteva bandiera italiana e l’incidente è successo in acque internazionali.

Che cos’è davvero avvenuto il 15 febbraio tra l’Enrica Lexie e il peschereccio St. Anthony?
Ci sono due versioni: quella dei soldati italiani e quella dei pescatori. La prima è più credibile, non perché sono i “nostri” ma per i motivi che ora spiego. Gli italiani hanno detto che un peschereccio si stava avvicinando pericolosamente alla nave, hanno quindi fatto segnali luminosi, poi sparato una raffica in aria, poi in mare, come previsto dalle regole di ingaggio. A quel punto il peschereccio si è allontanato.

E i pescatori indiani che versione hanno dato?
Ne hanno date due, ecco il problema. La prima il 16 febbraio, cioè il giorno dopo l’incidente: i sopravvissuti hanno detto che si trovavano sottocoperta a dormire, sono stati svegliati dagli spari e hanno trovato due dei loro uccisi sopra il ponte, ma non hanno visto niente. Il 22, una settimana dopo, quando gli italiani erano già in porto, hanno cambiato versione: hanno parlato di raffiche di proiettili scaricate contro di loro per ben due minuti e hanno dichiarato di aver visto passare a un centinaio di metri una nave dal colore nero e rosso, proprio come la Enrica Lexie, ma anche come decine di altre navi.

A chi dare ragione?
Se ci si dovesse basare solo sulle testimonianze, di certo agli italiani: ma come si fa a credere a dei pescatori che hanno cambiato versione da una settimana all’altra? Qualunque investigatore di qualunque paese “normale” del globo, dovrebbe insospettirsi e pensare che probabilmente stanno mentendo. Ma inizio a credere che l’India non sia un paese normale, come vuole tanto far credere al resto del mondo.

Non ci si basa però solo sulle parole, sono state condotte anche indagini balistiche.
E anche qui si capisce poco, anche se i primi risultati sembrano dare ragione ai due soldati italiani. Prima gli indiani hanno parlato di aver rinvenuto fori grossi, causati da proiettili calibro 12/7, che possono essere sparati solo da armi non in dotazione ai militari italiani. Il calibro dei proiettili delle armi dei marò della San Marco che erano sulla nave è 5/56, mentre il proiettile che ha colpito in testa uno dei pescatori morti è molto più grande.

E la traiettoria?
È il secondo punto che depone a nostro favore: se fossero stati i due italiani a sparare, la traiettoria deducibile dalla posizione dei fori sul peschereccio dovrebbe essere inclinata di almeno 45 o 30 gradi, vista la differenza di altezza delle due navi. E invece la traiettoria è orizzontale. Quindi a sparare deve essere stato o un altro peschereccio o una motovedetta, grandi più o meno come il St Anthony. Ma di sicuro non una nave della stazza della Enrica Lexie.

Ma quale interesse può avere l’India a sostenere accuse contro i marò contro le prove dei fatti?
Ci sono diversi motivi. Prima di tutto l’interesse dei pescatori locali, che hanno chiesto un risarcimento di mezzo milione di euro, che l’Italia potrebbe pagare. Ma soprattutto ci sono due grandi problemi che l’India vuole coprire. Il primo è quella della pirateria costiera indiana. Anche se il paese combatte quella somala, fa fatica a frenare quella interna, costituita soprattutto da razziatori che abbordano le navi, rubano i valori e se ne vanno. Rapporti internazionali parlano di una dozzina di casi all’anno denunciati. Senza parlare di quelli non denunciati. E spesso anche i pescherecci si prestano a questa attività.

Qual è il secondo problema?
Quello della pesca dei tonni, che il St Anthony ha dichiarato essere il suo business. Ovviamente, i pescatori indiani vanno nelle zone dove ci sono più tonni e si spingono fino a cacciare nelle acque dell’isola dello Sri Lanka. Spesso il paese, che si trova a sud dell’India, reagisce sparando ai pescatori indiani da motovedette e a volte anche i pescherecci srilankesi sparano ai concorrenti indiani. Tanto che nelle prossime settimane ci sarà un incontro a New Delhi tra i due paesi per risolvere questo problema. Quindi è molto probabile, alla luce dell’indagine balistica, che sia stato un peschereccio o una motovedetta srilankese a sparare contro il St Anthony. L’India vuol far credere di essere molto avanzata, ma sembra più un paese del terzo mondo quando non considera queste cose.

E il governo italiano come si è comportato finora sapendo che due dei suoi soldati sono tenuti “prigionieri” da un altro Stato?
Abbiamo calato le braghe. Durante i primi due giorni, quando gli indiani sparavano a zero sulla nostra nave e i nostri soldati, accusandoci di omicidio, la Farnesina, come sempre, invitava al “massimo riserbo”. Ci sequestrano una nave e noi sappiamo solo dire: “Massimo riserbo”. Abbiamo fatto una figura da dilettanti, come sempre. Se noi stiamo zitti, è ovvio che chiunque pensa che abbiano ragione gli indiani. Chi va a visitare i siti del governo, scopre che su questa vicenda non c’è scritto nulla se non qualche riga su quello del ministero degli Esteri.

Però ora l’Italia sta trattando con il governo indiano.
Sì, perché all’improvviso ci siamo svegliati. Ma come? Giorgio Napolitano, che è capo delle Forze armate, non doveva attivarsi dopo 18 giorni ma subito. Mario Monti non doveva chiamare il presidente indiano dopo 18 giorni ma dopo tre ore. E fare la voce grossa. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi aveva già fissato una visita in India per stringere rapporti di tipo commerciale: quello che avrebbe dovuto fare è porre come condizione al suo viaggio il rilascio dei soldati. E invece è andato lì, ha fatto affari, senza ottenere niente dal punto di vista della liberazione. Ora il sottosegretario Staffan De Mistura sta facendo un gran lavoro ma è già tardi. Anche perché, è brutto dirlo, ma sembra che i nostri soldati siano un fastidio. Questo è vergognoso. Il vero danno lo vedremo a lungo andare, quando i soldati penseranno di essere figli di nessuno e che nessuno è disposto a proteggerli per il lavoro che svolgono e che noi chiediamo loro di svolgere.
twitter: @LeoneGrotti

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9 Commenti

  1. Raoul Pontalti scrive:

    Esperto dei miei stivali! Dove hai imparato la geometria? Un angolo di 45° come ipotizzi tu per il tiro dei marò implica che l’imbarcazione dei presunti pirati doveva essere giunta a meno di venti metri dalla nave italiana, mentre i marò sostengono di aver sparato a distanza di oltre cento metri per l’ultima salva e a distanza ancora maggiore per la prima, idem per l’angolo di 30° che implica una distanza di non oltre 40 metri. Assumendo infatti l’altezza delle murate della Lexie non superiori ai 15 metri e arrivando 20 se i marò hanno sparato dal castello di poppa non occorre scomodare la trigonometria per scoprire la distanza a cui si può arrivare tirando dall’alto in basso con angoli di 45° e 30°, ma le regole geometriche note dalle scuole medie inferiori.Se gli esperti sono questi stiamo freschi…Comunque questo fa il paio con l’altro che che ha contestato l’autopsia sui pescatori uccisi senza lui aver mai assistito nemmeno alla necroscopia di un pollo (come si evince leggendo la sua critica).

    • Luciano scrive:

      E’ il solito esperto italiano… uno dei tanti uomini specializzati che circolano in italia informati ed edotti di marineria e strategie militari. L’unico uomo di buon senso in questa storia è stato il Comandante della nave mercantile E.L. che è ha invertito la rotta conscio di essere in una situazione fallace, causata da due incapaci o presunti tali, visto lo svolgeri degli accadimenti.

  2. nessuno scrive:

    i morti di fame indiani devono liberare i nostri soldati e il presidente Napolitano non deve essere troppo delicato verso quei cacasotti tappeti volanti,e nidi di palombi sulla testa.

    • Luciano scrive:

      i morti di fame indiani come li chiama lei, sig nessuno stanno tenendo in galera solo due emeriti incapaci! La marina italiana ha già fatto altre recenti figure da incapace, quando con una manovra errata con una nave miitare ha speronato una carretta del mare nel canale di sicilia, che trasportava “altri, morti di fame”, causando la morte di decine di persone innocenti “morti di fame” come li chiamerebbe lei. Gente che non avendo un governo solido alle spalle e per “vari accordi internazionali” ha perso la possibilità di ottenere giustizia.
      Come al solito i due incapaci rientreranno in Italia con tutti gli onori e lo stato pagherà milioni di euro per questo in un modo o nell’altro. I pescatori assassinati non avevano armi, non hanno sparato. Il peschereccio era l’unica barca che operava nella zona, quindi di quale azione di presunta pirateria stiamo parlando? Sei uomini della marina armati fino ai denti, a bordo di una nave con delle murate altissime avrebbe potuto fermare all’istante un vero abbordaggio piratesco.
      Esistono invece centinaia di altri casi di cittadini italiani sottoposti a stati di fermo in diverse parti del mondo, per i quali lo stato italiano non si prodiga abbastanza, con la solerzia che dimostra nel proteggere due assassini di serie A.

  3. nessuno scrive:

    e `successo lo stesso modo con una nave amerricana da querra,dopo ripetuti segnali di non avvicinarsi troppo alla nave gli americani hanno aperto fuoco uccidendo 3 persone.gli indiani stanno zitti e non dicono nientesulla avventura perche` hanno paura degli stati uniti d,america.con gli italiani stanno facendo un grande bordello noi italiani li abbiamo sfamati e salvati dalla fame.

  4. francyfre scrive:

    MI fa ridere pensare che; gli Italiani che danno ragione all’india (indicando come fascisti chi difende i maro’) sono le stesse persone che probabilmente criticano la pena di morte nel mondo…

    Se i due maro’ dovessero essere considerati colpevoli in India RISCHIANO LA PENA DI MORTE!!!!!!!

    SVEGLIAAAAAAAAAAAAA

  5. scricchi scrive:

    Perché fare finta di non ricordare il Cermis? (Dove il velivolo da guerra USA nel ’98 tirò giù la funivia friulana ammazzando 20 persone perché il pilota aveva voluto divertirsi un po’.) Anche allora dall’altra parte c’era un’intoccabile potenza, come oggi. Ricordo che l’India è il numero due del Bric (Brasile, Russia, India, Cina), “la” potenza mondiale de facto. Come allora abbaiamo… E’ possibile che passate le prossime elezioni l’interesse si abbassi e i marò tornino a casa. Speriamo e non stracciamoci le vesti, “così è (se vi pare)”, per ora.

  6. Raoul Pontalti scrive:

    Scricchi Tu mostri di non conoscere storia, geografia e diritto. Il Cermis non è in Fruli ma in Trentino e l’intoccabile potenza subì invece il processo che si celebrò a Trento in Corte d’Assise e si concluse con il riconoscimento della giurisdizione USA a norma dell’articolo VIII della Convenzione di Londra del 1958 relativa allo statuto delle truppe NATO. Per effetto della norma citata e invocata dagli USA, e riconosciuta dai magistrati trentini, la competenza a giudicare i soldati NATO in caso di concorrenza di giurisdizione è, a richiesta, quella della magistratura dello Stato di appartenenza dei soldati imputati. Nessuna prevaricazione quindi da parte di una Superpotenza, ma applicazione di una norma convenzionale sottoscritta dalle parti in causa. Diverso è il caso dei nostri marò in India, poiché non esiste alcuna convenzione riguardante casi consimili con questa nazione. Ad onta degli esperti (nello spulciare i cani) che sproloquiano sulla stampa non sussiste alcuna immunità per i militari in quanto tali al di fuori del proprio paese per presunte consuetudini internazionali che semplicemente non esistono.

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