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Lincoln, il ritorno di Spielberg profuma di Oscar

gennaio 16, 2013 Paola D'Antuono

Ci sono attori che sembrano diretti discendenti dei camaleonti. Hanno una loro espressività, un modo di parlare e di camminare, ma quando gli viene richiesto di diventare il personaggio di un film sono in grado di mettere in atto una strana forma di mutazione, quasi genetica. Marlon Brando era un maestro nell’arte dell’immedesimazione e in […]

Ci sono attori che sembrano diretti discendenti dei camaleonti. Hanno una loro espressività, un modo di parlare e di camminare, ma quando gli viene richiesto di diventare il personaggio di un film sono in grado di mettere in atto una strana forma di mutazione, quasi genetica. Marlon Brando era un maestro nell’arte dell’immedesimazione e in tempi più recenti sembra che qualcun altro abbia ereditato questo stesso trasformismo.

LINCOLN. Il nuovo Brando è Daniel Day-Lewis, attore irlandese noto per la meticolosità con cui sceglie i progetti a cui prender parte. Non stupisce quindi che Steven Spielberg si sia affidato a lui per il ruolo da protagonista nel biopic Lincoln, in uscita il prossimo 24 gennaio, ruolo per cui inizialmente si era pensato a Liam Neeson. Il film racconta come il presidente degli Stati Uniti riuscì a far approvare il Tredicesimo emendamento, mettendo così fine alla schiavitù del popolo afroamericano e ponendo le basi per la fine della Guerra di Secessione americana avvenuta il 9 aprile 1865, dopo quattro anni di aspre lotte fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati.

PRESIDENTE E PADRE. Day-Lewis incarna Abraham Lincoln, letteralmente. La sua altezza spropositata per l’epoca, la camminata dinoccolata, le espressioni del volto, tutto riconduce ai racconti e alle immagini del primo presidente repubblicano. La critica americana si è dilungata molto anche sull’uso della voce definito “straordinario”, di cui purtroppo non potremo godere a causa del doppiaggio, comunque di buon livello. Lincoln è un uomo amato, giunto al secondo mandato ma con l’incubo costante di una guerra che sta dilaniando il paese. A suo parere l’unico modo per ricompattare gli Stati Uniti e porre fine a questo massacrante tributo di sangue è abolire la schiavitù dei neri. Le resistenze sono tantissime, tra i suoi collaboratori, tra le frange democratiche ma anche tra l’ala conservatrice del suo partito. Ma Lincoln è un uomo conscio del suo potere e delle sue abilità e sa come agire, anche in modo poco ortodosso, per spostare i voti dei politici e spingerli ad appoggiarlo anche contro la loro stessa volontà. È un uomo che si sente guidato da Dio, che ama la famiglia e che ha dovuto fare i conti con un lutto terribile, la morte di un figlio (in realtà ne morirono due). Questa perdita ha avuto gravi conseguenze sulla salute mentale della moglie Mary (un’ottima Sally Field), con cui vive un rapporto complicato. Abraham Lincoln è il presidente di una nazione giovane che ha bisogno di trovare la sua identità ma è anche e soprattutto un padre, che ama i suoi figli e riserva attenzioni particolari al più piccolo, Tad, a cui non nega mai il suo tempo.

AMERICA. La sua umanità, unita ai modi gentili e risoluti e alla grande capacità di comunicare, hanno portato Lincoln a essere uno dei presidenti più amati dagli americani, che hanno adorato il film di Spielberg, tornato dietro la macchina da presa nelle vesti di maestro. Il regista ha dato vita a un biopic impeccabile, patriottico e costruito tessendo dialoghi fittissimi, dove la guerra è sempre presente ma viene mostrata in pochissime occasioni e dove tutte le attenzioni sono rivolte a un uomo che giganteggia su tutti, non solo grazie alla sua altezza. Ottimo il cast: la già citata Sally Field, negli ultimi anni relegata ingiustamente in ruoli televisi, Tommy Lee Jones, che incarna Thaddeus Stevens, leader dell’ala radicale del partito Repubblicano e acceso sostenitore dell’abolizione della schiavitù, David Strathairn, quasi irriconoscibile nei panni del segretario di Stato William H. Seward e Joseph Gordon-Levitt, nei panni del primogenito di Lincoln deciso ad arruolarsi per non sentirsi un vigliacco. Saranno forse solo due elementi a frenare il pubblico italiano: il primo è la durata, 150 minuti in sala possono scoraggiare molti spettatori, il secondo è la storia, praticamente sconosciuta in Italia ma che viene esplicitata nel dettaglio nel corso del film, anche se si fa un po’ fatica a inquadrare correttamente tutti i personaggi dell’epoca. Ma sarebbe opportuno superare queste reticenze e godersi lo spettacolo del film candidato – e non per caso – a 12 premi Oscar.

 

Vale il prezzo del biglietto? Senza dubbio
Chi lo amerà? Chi adora le pellicole impeccabili
A chi non piacerà? A chi si sente lontano dalla storia

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