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L’incidente Alonso-Grosjean, quando la morte ti passa un palmo dal casco

settembre 3, 2012 Emmanuele Michela

«I piloti sono fatti di una pasta diversa, e non hanno percezione del pericolo». Il giornalista Giorgio Terruzzi legge l’incidente di ieri a Spa: «Grosjean è giovane, e non ha avuto la piena considerazione di sé»

Il gran premio di Spa Francorchamps sta per partire. Si spengono i semafori, le monoposto accelerano e in poche decine di metri uno spaventoso incidente coinvolge cinque auto, tra cui quella del ferrarista Fernando Alonso: c’è da rabbrividire a vedere la Lotus del francese Grosjean “volare” a pochi centimetri dal casco dell’asturiano, a un palmo di mano da una tragedia. «Un po’ tutti siamo preparati al peggio in una partenza. Sta nelle regole del gioco che in quel frangente possa succedere un incidente. È una cosa che apprendi anche dai piloti. È uno spettacolo che assimili». Da anni Giorgio Terruzzi racconta per i microfoni di Mediaset la Formula Uno, e ieri era in Belgio anche lui, ad assistere a quello spettacolo. A tempi.it racconta le sue impressioni nel vedere la monoposto di Grosjean volare su quella di Alonso.

Le immagini dell’incidente di ieri sono incredibili. Più di una volta in Formula Uno vediamo scene simili: quanto conta l’errore dell’uomo e quanto è una fatalità di questo sport?
Quello di ieri è stato un errore di valutazione di un pilota che ha fatto una sciocchezza. Se sacrifichi la lucidità per l’ambizione o la foga le percentuali salgono. Non a caso parliamo di un ragazzo giovane, che ha un’alta tendenza a pasticciare in vicende analoghe. In più, nello specifico, ci si trovava in una curva a gomito da prima marcia, e Grosjean arrivava dall’interno: una delle situazioni peggiori. Grazie a Dio tutti sono tornati a casa sulle loro gambe, ma qui entriamo nel campo della fatalità.

In che senso?
Le macchine ora sono costruite in maniera molto robusta: l’abitacolo è autenticamente protetto. Ma sugli oggetti o sulle cose che arrivano dal davanti, c’è poco da fare: tutti ricordiamo quanto accadde a Massa un anno fa, a me torna in mente anche un pilota che si chiamava Tom Pryce, che negli anni Settanta morì in Sud Africa colpito accidentalmente da un estintore di un soccorritore. Oggetti che arrivano ad altezza testa dal davanti sono pericolosi.

Cosa vede lei come cronista e appassionato nel vedere questi incidenti e raccontare di uomini che vanno ad un passo dalla morte? Ad esempio ieri, cosa ha provato nel vedere una macchina volare a un palmo dal casco di Alonso?
È un elemento del fascino di questo sport. La storia del motorismo si basa su tre elementi: rischio, velocità e rumore. Sono tre formule che hanno determinato un mito tipico del Novecento sul quale si regge ancora la fortuna delle corse. Non è un caso se la partenza o l’incidente vengono visti da una gran quantità di persone, e vengono ritrasmessi all’infinito in televisione. I piloti fanno un mestiere che, spesso ce ne dimentichiamo, è in costante contatto con l’ipotesi di morire: anche questo è un elemento eclatante. Nello sport scatta la fascinazione e l’affezione quando si vedono degli esseri umani in condizione limite: questo succede nel nuoto, come quando vedi Bolt. Ecco, nella Formula Uno le condizioni limite sono estreme, e sono presenti a prescindere. La vicenda Simoncelli è emblematica in questo senso, perché è come se ti morisse un fratello: da una parte hai una persona normale che ti somiglia, ma che dall’altra fa cose così lontane dalla normalità.

Lei in questi anni ha incontrato tanti piloti. Perché per loro dovrebbe valere la pena correre questi rischi?
Per loro la questione è diversa: non hanno la percezione del rischio e del pericolo come l’abbiamo noi: se così fosse non riuscirebbero a fare quello che fanno. Loro non hanno in mente l’ipotesi che possano farsi male o morire: sono convinti di riuscire a gestire la situazione, facendo una cosa dove l’adrenalina e l’intensità superano enormemente le considerazioni di chi questo lavoro non lo fa. Sono fatti di una pasta diversa.

Spesso si parla della Formula Uno come di uno sport dove conta solo ed esclusivamente l’automobile, denigrando la componente umana della competizione. È così? Oppure l’abilità di questi atleti sta anche nella concentrazione che ci vuole per saper guidare ad alti livelli anche in circostanze come quella di ieri?
Beh, che non è così lo dimostra questa chiacchierata. Possiamo fare tanti discorsi sull’incidenza della tecnica nel vincere le gare, ma tutto ruota intorno alle persone. Se ci fossero macchine robot, a nessuno interesserebbe  questo sport. Invece l’interesse della gente è suscitato dal fatto che al centro di questa tecnologia c’è sempre una persona. Che, tra l’altro, è un eroe romantico, e viene dalla cultura del Novecento, dal mondo dei nostri nonni. È una storia fantastica: un mondo silente, fatto di cavalli e di campi, in un tempo straordinariamente breve (40-50 anni), è stato pervaso da un rumore bellissimo, e da una velocizzazione del tutto, rappresentato dall’automobile. Questa avventura ha avuto come traino i picchi stessi di questa evoluzione, cioè le corse. Uno comprava l’automobile perché la voleva con qualche parentela con quella di Nuvolari, Ascari, Villeneuve o Alonso. Non a caso i ragazzi mettono ora il casco di Valentino Rossi, piuttosto che altri oggetti.

Grosjean non è nuovo a errori come quello di oggi: già sette volte quest’anno si è reso protagonista di errori vari. Sembra che se, da una parte, c’è qualcuno abile a saper tenere i nervi saldi in situazioni difficili, dall’altra parte ci sono piloti che invece si agitano molto più facilmente.
Questo è un pilota che si trova per la prima volta con una macchina di primo ordine, con un compagno di squadra di primo ordine, e addirittura con qualche prestazione di primo ordine. Questo può generare qualche piccolo problema sulla considerazione del sé, cioè il credere di poter fare cose che poi non si possono fare. Quanto successo ieri è emblematico: uno crede di fare una cosa che poi non riesce a fare. È un problema mentale. Qualcosa va registrato alla luce di quanto accaduto, tant’è che è stato fermato per una gara. Il suo errore è simile a quanto fatto da Maldonado poco prima, che ha fatto partenza falsa, rendendo nervosi tutti. La domanda di fondo è la stessa: “Dove sei? Cosa stai facendo?”. Ma è quello che ci chiediamo anche noi quando dobbiamo scrivere un articolo o fare un lavoro: poi se un giornalista sbaglia, scrive un pezzo brutto, se un pilota sbaglia, rischia di fare i danni che ha fatto ieri. È un problema di dire: “Io chi sono? Dove sono? Cosa posso fare qui dentro?”

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