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Libia. Se nel palazzo del Congresso di Tripoli non si riunisce più il Parlamento ma le milizie islamiste

ottobre 18, 2014 Leone Grotti

L’assurdo destino dell’ex regno di Gheddafi. Due Parlamenti, due premier e mille bande armate in lotta tra loro. Il generale Khalifa Haftar cerca di strappare ai jihadisti la città di Bengasi con il supporto dell’aviazione egiziana

Mentre a Bengasi infuriano gli scontri a fuoco tra le milizie islamiste e le truppe fedeli al generale Khalifa Haftar, che martedì ha promesso di «riconquistare Bengasi», a Tripoli è stato riaperto il Congresso nazionale del popolo. Solo che dentro non si riunisce più il Parlamento, ma milizie islamiste.

DUE PARLAMENTI, DUE PREMIER. La capitale è caduta nelle mani di brigate locali e provenienti da Misurata a fine agosto, quando il Parlamento è stato costretto a rifugiarsi a Tobruk insieme al nuovo premier Abdullah Al Thinni. I 115 membri del Parlamento e le loro famiglie vivono su un traghetto greco riservato per loro a 1.500 chilometri dalla capitale. Segno che potrebbero presto essere costretti a una fuga tempestiva.
Le milizie hanno intanto eletto un secondo premier, Omar Al Hassi, che governa di fatto la Tripolitania. Il governo, impotente, sta cercando almeno di riprendere Bengasi, la roccaforte dei ribelli nella parte orientale del paese da dove nel 2011 è partita la rivolta contro Gheddafi.

CALIFFATO A BENGASI. Bengasi è caduta nelle mani dei terroristi di Ansar Al Sharia, responsabili dell’assalto all’ambasciata americana dell’11 settembre 2012 nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens. Appoggiati dalla “Brigata 17 febbraio”, ad agosto le milizie hanno conquistato la città, sconfiggendo gli uomini di Haftar, promotore dell’operazione “Dignità”, con la quale voleva riportare la stabilità nel paese. Dopo la presa di Bengasi, Ansar Al Sharia ha proclamato la nascita di un nuovo Califfato.

AVIAZIONE EGIZIANA. Ora la parte di esercito fedele ad Haftar è tornata alla carica, attaccando alcuni quartieri di Bengasi con l’aviazione. Come riferito da alcuni parlamentari anonimi a Reuters, agli attacchi hanno partecipato anche aerei dall’Egitto, che non vuole che la Libia cada in mano a un islam vicino a quello dei Fratelli Musulmani. La sorte dell’ex regno di Gheddafi sta molto a cuore anche ad altri paesi: il Qatar ha rifornito di armi gli islamisti di Tripoli, i quali sono stati bombardati anche dagli Emirati Arabi Uniti, che appoggiano il governo rifugiato a Tobruk.

«SIAMO CHIUSI IN CASA». Solo negli scontri di giovedì, sono morte a Bengasi almeno 12 persone. Come riferito a Fides da monsignor Sylvester Carmel Magro, vicario apostolico della città, «la popolazione è chiusa in casa mentre sono in corso combattimenti nelle zone periferiche della città. I bombardamenti sono iniziati nella prima mattina di ieri. Non sappiamo come evolverà la situazione. Per questo siamo tutti chiusi in casa. Vi chiedo di pregare per noi». La Libia ormai non esiste più come Stato, divisa tra le diverse milizie in tante sfere di influenza.

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