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L’esercito da un euro al pezzo

ottobre 20, 2010 Chiara Sirianni

Dietro il mito della Rete democratica: la paga da operaio cinese e il callo del copia-incolla. Ritratto prosaico del manovale dell’informazione online

«Vorrei essere pagata per il tempo e gli sforzi dedicati, o quanto meno ottenere una minima remunerazione per le spese sostenute per produrre contenuti originali». Mayhill Fowler è americana, ha sessantadue anni ed era una “citizen journalist”. Fino a ieri. Il bersaglio del suo amarissimo sfogo è l’Huffington Post, la grande ammiraglia americana dell’informazione online, sito web della sinistra intellettuale che deve il grande successo di questi anni non solo alla grande abilità politica e manageriale della fondatrice Arianna Huffington, ma anche al lavoro quotidiano di seimila blogger che producono una media di trecento post al giorno. Lavoro volontario, quindi non remunerato. Mayhill Fowler collabora all’Huffington dal 2007 ed è nota per alcuni scoop realizzati durante la campagna presidenziale di Obama. Ora, però, «senza paga e senza alcun supporto editoriale non vedo altra soluzione se non quella di lasciare» spiega sul suo blog personale.

Su 20 milioni di blogger negli Stati Uniti, secondo il Wall Street Journal, 450 mila ricavano la parte principale del loro reddito dalle loro pubblicazioni sulla rete. Un buon articolo può far ricavare dai 75 ai 200 dollari. Complessivamente rappresentano quasi l’1 per cento della popolazione adulta americana, hanno in generale un buon livello di istruzione e sono in maggioranza maschi. Quanti dichiarano di essere blogger? Un giovane su tre. Ma per quanto tempo ancora questo mezzo milione di “emergenti” (che secondo diversi esperti sostituiranno gradualmente le vecchie leve del giornalismo professionista) potranno sopravvivere, senza alcuna protezione sociale, senza codici etici, senza limitazioni e in gran parte senza alcuna formazione?

Mark Penn ha riassunto efficacemente una decina d’anni di informazione online: «Anche il “Wild West” alla fine è diventato il “West”». Vale a dire che la rete, da mitologica terra di nessuno, è stata colonizzata dalla bandiera del profitto. Doveva essere il più tecnologico, futuribile, accessibile, democratico tra i mass media deputati alla divulgazione dell’informazione. E invece tra le pieghe dell’industria della produzione di contenuti si cela, molto più prosaicamente, il frenetico lavoro di migliaia di manovali, pagati poco, dimenticati e soprattutto stressati. In America come in Italia. Basta addentrarsi brevemente nel sottobosco del web per scoprire quanto sia diffusa questa figura a metà tra il giornalista e l’operaio alla catena di montaggio. Sul web nasce, sul web si nutre, di web muore. Blog, siti istituzionali, associazioni, edizioni online di testate tradizionali: tutti pronti a offrire collaborazioni da 50 centesimi a 2 euro lordi a pezzo. La figura richiesta? Uno che produce il maggior numero di articoli possibile per il maggior numero di committenti, nel minor tempo e soprattutto al minor costo. Fenomeno estremo di questo nuovo tipo di giornalismo è il nano-publishing, la produzione editoriale all’interno di un blog, eseguita mediante il contributo di più persone, solitamente inserita all’interno di una rete di blog più ampia e multitematica. Dario Salvelli, esperto di nuove tecnologie che collabora con Nova24, l’inserto di tecnologia del Sole 24 ore, ha usato la rete per condividere la sua esperienza del settore: «Ho capito che chi ci guadagna (economicamente) veramente non sono i blogger, chi scrive, bensì i proprietari dei network: il panorama italiano dei network di nano-publishing credo sia deprimente e sottopagato. Le voci di pagamenti con 3 dollari a post che mi giunsero tempo fa mi fanno immaginare una nuova definizione: quella del blogger operaio, o se baroccamente volete del blogger cinese, mal pagato, declassato, come dice Rino Gaetano».

Le testimonianze si sprecano. C’è lo studente appassionato di politica che si fa blogger per arrotondare, c’è il quarantenne che nella vita fa tutt’altro e la sera, quando torna a casa, spende un paio d’ore a tradurre notizie da siti americani per pagarsi l’assicurazione della macchina. C’è chi spera di essere notato e chi si cimenta per pura curiosità. C’è l’avvocato che nei ritagli di tempo scrive di tecnologia e la casalinga con quattro figli appassionata di cinema. C’è chi scrive di porno-soft, vive a Budapest e riesce a pagarci l’affitto. C’è chi lo farebbe anche gratis: «Io prendo 3 euro a pezzo. Non scrivo molto: mi ripago le spese di connessione a internet e poco più. Però mi diverto». C’è chi racconta a Tempi di aver cominciato a collaborare con «un portale che all’inizio richiedeva una disponibilità minima. Dovevo realizzare interviste video, compatibilmente coi miei impegni collaterali. Mi hanno dato telecamera e cassette, ne ho fatti una quindicina. Un giorno avevo un esame all’università e l’ho fatto presente. Mi hanno redarguito per la “scarsa serietà”, e non mi hanno mai pagato i servizi che avevo già fatto».

Un blogger da 50 centesimi a pezzo rivela che nel noto portale per cui lavora (che si chiama con un nome di donna) «vengono predisposte vere e proprie tabelle di marcia: maratone di pubblicazione. Se rimani indietro, sei fuori». Spiega una sua “collega”: «Io riempio le pagine di un blog nano-publishing per 1 euro a post. Mi serve per accumulare crediti formativi all’università. Ero quasi riuscita a entrare nel giro di un blog da 2 euro a pezzo: ci ho riflettuto un mesetto, poi mi sono decisa e ho spedito un fax col contratto firmato. Due ore dopo mi annunciano che la posizione era già stata occupata». Un altro ragazzo collabora con un blog network piuttosto conosciuto. Per 3 o 4 euro a post, sui 10 giornalieri: «Non importa se i pezzi sono costituiti da contenuti originali, vanno bene anche copia-incollati, basta che “facciano massa”. In modo che le pagine del sito siano visitate e conseguentemente cliccate e che quindi i rilevatori algoritmici che segnalano ai motori di ricerca la notorietà di un sito segnino cifre a sei zeri». Non sono un po’ pochi 3 euro? «Purtroppo temo che sia una pratica comune, soprattutto con la scusa del “farsi le ossa”». Un andazzo che non riguarda solo il nano-publishing, ma spesso e volentieri si ritrova anche presso realtà tradizionali con una presenza web: «Una volta mi fecero una offerta: massimo 3 pezzi al giorno, minimo 300 parole a pezzo, compensi da 1 a 2,5 euro. Una testata giornalistica, ovviamente».

 

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