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L’esemplare storia di Aligrup, una crisi aziendale creata in tribunale

novembre 14, 2012 Chiara Rizzo

La vicenda di un gruppo di Catania leader nella Gdo siciliana, entrato in crisi a causa di un’amministrazione giudiziaria ingessata e poco competente. La Cgil: «Rimpiangiamo il patron del gruppo, un padre padrone vecchio stile»

Milleseicento dipendenti in mezzo ad una strada, debiti e migliaia di piccole aziende agricole che non hanno più prospettive: quella di Aligrup, gruppo della grande distribuzione di Catania, è la storia di un fallimento aziendale dove la crisi economica ha solo un ruolo marginale. Questa è piuttosto la storia di una crisi nata, vissuta, e pasciuta nelle aule di tribunale. Fino a otto anni fa, Aligrup era guidata dal suo fondatore Sebastiano Scuto ed era un piccolo “impero” della grande distribuzione siciliana, proprietaria dei supermercati Despar nella sicilia orientale e a Palermo. Una rete da 1.600 dipendenti, che con l’indotto assorbiva 4 mila persone: imprenditori di piccole aziende agricole a conduzione familiare, spesso nate proprio grazie alla possibilità di distribuire con Aligrup. Poi Scuto è stato indagato per associazione mafiosa, e nel 2010 è stato condannato in primo grado, a 4 anni e 8 mesi di reclusione: oggi è in corso il processo d’appello per verificare se Scuto sia colpevole di aver finanziato una cosca mafiosa catanese, riciclandone il denaro, in cambio di protezione. Con l’avvio delle indagini, Aligrup è stata affidata all’amministrazione giudiziaria e contemporaneamente sono iniziati i problemi economici. «Scuto è un imprenditore vecchio stampo, un padre-padrone che non si può rimpiazzare» racconta Mario Carastro, rappresentante sindacale in Aligrup di Filcam-Cgil: «Nessuno dei dipendenti crede che sia colluso con la mafia. Pensiamo che ne sia stata una vittima, perché conosciamo la difficoltà di essere imprenditori in questo territorio. Riteniamo plausibile che sia sceso al compromesso di pagare il pizzo, ma che sia un mafioso noi  non lo crediamo possibile. Scuto conosce uno per uno i suoi dipendenti, lo so per esperienza diretta. Li ha assunti personalmente e ne conosce le abitudini e le famiglie. Per dire, era presente a tutti i matrimoni e ai funerali. Nei suoi supermercati entrava dallo scarico merci, e in base a come lo trovava decideva se essere sorridente o meno. Sapeva che era quello il biglietto da visita dell’efficienza dei punti vendita. Per centinaia di persone resta un punto di riferimento».

PASTICCIACCIO BRUTTO IN TRIBUNALE. Andrea Lodato, inviato de La Sicilia, segue da tempo il caso Aligrup. A tempi.it racconta che «questa è una vicenda simbolo che l’amministrazione giudiziaria finisce in mano a persone certamente oneste, ma non sempre competenti. A Catania c’è purtroppo una lunga tradizione di aziende che in amministrazione giudiziaria sono morte». Ricorda Lodato: «La crisi matura con la proliferazione dei grandi centri commerciali nella zona del catanese, creati da colossi come Auchan o Carrefour. Aligrup è costretta ad inseguire la concorrenza ma fa scelte sciagurate: apre tre centri commerciali a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro, che si autocannibalizzano. Intanto la crisi inizia a mordere ovunque, e nella distribuzione acquistano peso gli hard discount e Aligrup apre l’ennesimo centro commerciale. Che, però, “nasce già fallito”. Gli scaffali non vengono riforniti, anche i clienti più affezionati si allontanano. Teniamo a mente che ogni decisione strategica del gruppo deve prima essere approvata dalla corte d’appello: questo crea ulteriori problemi». L’esempio più eclatante risale a 8 mesi fa: dopo aver accumulato debiti per 100 milioni di euro e non riuscendo a pagare più fornitori, Aligrup avvia alcuni contatti per vendere una parte delle attività. L’amministrazione giudiziaria decide inizialmente di cedere il proprio ramo logistica a Coop, che in Sicilia non ne ha uno, insieme a 21 punti vendita.
Viene finalmente firmato un contratto preliminare con Coop, che scade a giugno, data per la quale si attende il nulla osta decisivo della Corte d’appello di Catania. Invece colpo di scena. «Alla scandenza il nulla osta ancora non c’è. I giudici invece revocano il mandato all’amministratore giudiziario e ne nominano uno nuovo, che chiede di nuovo pazienza alle Coop. A settembre, finalmente, arriva il nulla osta per la vendita ma c’è il secondo colpo di scena. Stavolta è Coop a defilarsi dalla trattativa, perché ormai è passato troppo tempo, il gruppo naviga in acque peggiori, e c’è il timore di dover assorbire tutti i 1600 dipendenti».
Il secondo amministratore avvia le trattative per la vendita di altri 27 supermercati del gruppo. «Quando finalmente trova i primi acquirenti per un pacchetto di 8 punti vendita, la corte d’appello boccia gli accordi, perché ritiene che ci sia una svalutazione dei supermercati rispetto a quanto dice il perito nominato dai giudici. Revoca la nomina del secondo amministratore e ne nomina un terzo, che poi è proprio il loro perito». I lavoratori, intanto, si imbufaliscono comprendendo che tutta questa vicenda si sta consumando sulla loro pelle. Scendono in piazza, avviano trattative con gli acquirenti e chiedono l’applicazione della Prodi bis, un po’ sull’esempio di quello che è accaduto con Parmalat, e ottengono la promessa di un incontro con il ministro per lo Sviluppo Corrado Passera. E arriviamo così ad oggi.

UNA LEZIONE PER TUTTI. Ieri l’ennesimo colpo di scena. Salta il tavolo con Passera, perché il Tribunale fallimentare di Catania, a cui si sono rivolti alcuni dei 2000 creditori di Aligrup, ha avviato un concordato preventivo in bianco. «Ci sono 60 giorni di tempo – chiarisce Carastro di Filcam-Cgil – per la cessione di 27 supermercati. Noi sindacati abbiamo già trovato un accordo pilota con un acquirente, e speriamo sia applicato da tutti gli altri. Prevediamo l’assorbimento di 600 dipendenti, con gli stessi livelli occupazionali, il mantenimento del contributo di solidarietà e l’anzianità di servizio al 40 per cento. Per gli altri 1000 si aprirà la cassa integrazione e la possibilità di assorbimento se si troveranno nuovi acquirenti per gli ultimi punti vendita del gruppo. Cosa ci insegna questa vicenda? Ci sono colpe nel managment dell’azienda. All’amministratore giudiziario infatti si è sempre affiancato Scuto jr., figlio del fondatore, che non ha saputo scegliere dirigenti all’altezza della situazione. Ma la storia di Aligrup dice a tutt’Italia qualcosa: e cioè che nelle amministrazioni giudiziarie c’è un serio problema.Per legge non si possono fare scelte commerciali o strategiche, la vita di un’azienda rimane cristallizzata al momento in cui si arriva in tribunale. Ma se un’azienda commerciale è vincolata nei suoi commerci è ovvio che poi arrivi al fallimento».

«VI DAREI LA VITA». C’è anche un’altra lezione in questo caso. Lunedì sera, quando ancora si attende la decisione del tribunale, i lavoratori di Aligrup in sit in permanente decidono di inviare una delegazione a casa di Sebastiano Scuto. Con loro c’è anche Carastro. «Siamo andati per chiedergli conforto. Lui ci ha accolti con il solito calore. Ha pianto, ricordando com’era prima il suo piccolo impero. Ha detto che sarebbe voluto venire in piazza a manifestare con noi, ma gli avvocati glielo avevano sconsigliato. E poi ci ha detto una cosa che non posso dimenticare. “Mi è rimasta solo la mia vita. Vi posso dare solo questa, più di questa non posso darvi”. Ecco perché un vecchio imprenditore, padre-padrone, non si può rimpiazzare».

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