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L’era musicale dei Blues Brothers non finisce mai

giugno 20, 2012 Carlo Candiani

Era un gioco, ma portato avanti con professionalità e divertimento. Il divertimento era di quella coppia sul palco che cantava e ballava, non certo in maniera inappuntabile, protagonisti di scatenati concerti, trascinando il pubblico presente con entusiastiche performance, incuranti dello stile e della fedeltà originale ai brani. Elwood J. Blues (Dan Aykroyd) e “Joliet” Jack […]

Era un gioco, ma portato avanti con professionalità e divertimento. Il divertimento era di quella coppia sul palco che cantava e ballava, non certo in maniera inappuntabile, protagonisti di scatenati concerti, trascinando il pubblico presente con entusiastiche performance, incuranti dello stile e della fedeltà originale ai brani. Elwood J. Blues (Dan Aykroyd) e “Joliet” Jack E. Blues (John Belushi), in realtà non erano due cantanti professionisti, ma due comici, che provenivano, da quel laboratorio televisivo (oggi sarebbe lo Zelig) che lanciò i più grandi “clown” degli anni 70 e 80: il Saturday Night Live. Due comici con la passione del blues e del soul, delle hit lanciate negli anni ’60, soprattutto dall’etichetta Atlantic: quelle di Solomon Burke, Aretha Franklin, James Brown, Eddie Floyd, Ray Charles, Sam & Dave e tanti altri. Ma il successo dei Fratelli Blues è inscindibile dal gruppo di straordinari strumentisti che accompagnavano gli invasati intrattenitori: già dal loro debutto, il 22 aprile 1978, misero al servizio la loro professionalità per sostenere le trovate sceniche di Aykroyd e Belushi, dando un valore aggiunto alle esecuzioni dei classici scelti per i concerti.

Erano gli anni dell’esplosione della disco music, le discoteche erano invase da una generazione di giovani che aveva scelto quei luoghi come espressione della loro cultura musicale, le produzioni discografiche erano eredi “volgarizzate” dell’epico rhytm’n blues della tradizione afroamericana, riproposto non più tra le strade polverose con il sole a picco presso il Delta del Mississippi. L’intuizione dei Blues Brothers fu geniale: recuperare la tradizione mitologica, lasciata nell’oblio, tra i lustrini e le luci stroboscopiche dello Studio 54, lucidarla come si fa con la bigiotteria di casa e dargli quello “sprint” in più che avrebbe sicuramente conquistato i più giovani e fatto ri-innamorare i nostalgici. E così pezzi come Everybody needs somebody, Think, Gimme some lovin, rivissero una nuova esistenza, alcuni addirittura irriconoscibili nel nuovo andamento rock. Una soluzione, quella degli arrangiamenti accelerati, che incontrò immediatamente il favore popolare: se andate a risentire le prime versioni interpretate da Solomon Burke o da Spencer Davis Group, vi accorgerete come il tributo d’amore dei Blues Brothers andasse di pari passo alla sensibilità dance di quegli anni.

Fu grazie all’eco del successo dei concerti in giro per l’America che a John Landis venne la pazza di idea di raccontarla, quell’America, fatta di metropoli dall’umanità sempre più emarginata, di rurali movimenti pseudo-nazisti, di colorite comunità religiose, di ottusi commissari di polizia, di folkloristici cantanti country, di artisti falliti ma pronti a ricominciare per arruolarsi “in missione per conto di Dio”: il tutto filtrato attraverso le note della più rutilante e trascinante colonna sonora mai assemblata, dove i cantanti e i musicisti recitano e gli attori cantano. Tutti in divisa: completo nero, compresi il cappello e gli occhiali che calati sul naso per tutto il film servirono a Belushi per nascondere la sua espressione, quella di un uomo completamente strafatto dalla droga. Era il 1980: dopo due anni l’attore venne trovato morto, in una squallida camera d’albergo, vittima di un’overdose. Parabola brevissima, quella della band, al completo: quattro anni di attività. Un debutto discografico live (Briefcase full of Blues), l’epica soundtrack del film, un altro live (Made in America) e poi un serie infinita di antologie più o meno ufficiali (vivamente consigliata The Blues Brothers Complete).

Dopo la morte di Belushi, il gruppo non si sciolse e continuò a girare il mondo in tournée con il testimone raccolto dal “fratello” rimasto, Dan Aykroyd. Nel 2000 si tentò un ritorno cinematografico, piuttosto patetico a dir la verità, ma con una colonna sonora ancora esplosiva, con il vecchio gruppo sugli scudi e molte session “all star”. Per i collezionisti e per i veri fan ecco un titolo, che è uscito dal normale circuito, ma che potete trovate in qualche negozio virtuale (Amazon.it, alla modica somma di 52,00 euro + 2,00 di spedizione): Live in Montreaux, una registrazione d’inizio anni ’90, con tutti i classici risuonati dalla Band al gran completo eccetto i due “fratelli”. Grande disco, trovato per caso qualche anno in un cestone di un Iper al costo di 7,00 euro. Nel Paradiso degli artisti ora suonano il blues, oltre a Belushi, il trombettista Alan Rubin, che nel film è lo sfortunato impiegato al ristorante d’alta classe, e il bassista Donald Dunn che suonava con una pipa perennemente tra le labbra, scomparso poche settimane fa.

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