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«Lei deve farsi mettere un timbro». Labirintica disavventura di una famiglia alle prese con la burocrazia italiana

settembre 12, 2014 Ferdinando Cancelli

«Adesso possiamo fare il modello 22» ci dice Mario. «Quindi non è finito?» chiedo ingenuamente. La risposta è uno sguardo sornione e ironico. Benvenuto in Italia, fratello

burocrazia-fiscoArticolo tratto dall’Osservatore Romano – «Poi quando passate la dogana vi fate mettere un timbro sul libretto della macchina». Le ultime parole del consolato rivolte a noi rimpatriati dopo due anni all’estero risuonano questa mattina ironicamente nei nostri pensieri. La dogana alla frontiera è in verità solo un ricordo di tempi andati e per chi vuol rivedere la propria vettura con targa italiana tutt’altro è l’iter che si prospetta.

Il palazzo della dogana sorge fuori città e si raggiunge dopo aver percorso qualche chilometro di tangenziale. Non si è ancora in campagna, non si è più in città, si ha piuttosto l’impressione di essere in una terra di nessuno, nascosta dietro un nome tante volte intravisto sfrecciando in macchina verso altre destinazioni. «Che sarà mai questo interporto?» — ci siamo chiesti distrattamente tante volte. Oggi l’abbiamo scoperto.

La grande area che porta questo nome è grigia e piatta, per nulla incline a svelare i suoi segreti a chi vi arriva per la prima volta per “farsi mettere un timbro”.

«Già… ma dove sarà l’ufficio?». Una rampa sale, un’altra scende, nessun cartello. Per naturale inclinazione decidiamo di salire e facciamo bene: due edifici in cemento e vetro, grigi, ci attendono a squadra rispetto al parcheggio. «Sarà l’edificio a destra o quello a sinistra?» — nessun cartello.

A caso entriamo a destra e facciamo bene: è l’edificio giusto ma ci impieghiamo un po’ a scoprirlo. Poche figure di impiegati si muovono o stanno seduti dietro ad alti banconi di granito grigio che incorniciano solennemente una stanza immensa con al centro quattro piccoli divanetti neri, quelli dove avremmo passato la mattina. Un grande parcheggio con l’erba che cresce tra le lastre di cemento, uno stanzone immenso, nessuno che attende agli sportelli: regna una strana atmosfera come di smobilitazione, una calma nella quale sembra che tutti aspettino noi e il nostro “timbro da fare”.

«Mah, non saprei, dovremmo chiedere al signor Mario» — ci dice un’impiegata da dietro il bancone mostrandosi sorpresa per la nostra richiesta probabilmente rara. Si allontana con il nostro piccolo plico di documenti in mano, solleva una cornetta del telefono, la riposa, compare il signor Mario, sorridente, dalla nostra stessa parte del bancone. «Non vi preoccupate, vi aiuto io» — e subito il clima si fa più disteso.

«Quando avete comprato la macchina? Dove è stata costruita? Cosa avete fatto quando siete emigrati? Chi vi aveva messo il timbro all’uscita dal nostro Paese? Sapete che avete diritto alla franchigia solo se siete stati almeno dodici mesi all’estero? Ma siete sicuri che ci voglia il modello 22? Non è forse meglio una bolletta doganale semplice?» — siamo storditi, il signor Mario risponde per noi e rassicura, dirige, orienta l’azione di due impiegate, mostra l’esperienza di quarant’anni di servizio.

Esce un foglio dattiloscritto con un timbro, «È fatta» mi dico guardando mia moglie. «Venite — ci dice Mario — saliamo al quarto piano dal direttore, deve timbrare».

Noi due, Mario, il foglio e il piccolo plico: tutto il corteo sale al quarto piano. In realtà il direttore è una direttrice: occhiali spessi, grassoccia, un mare di timbri davanti e un mare ancora più esteso di fogli tra le mani e sotto i timbri. «Siamo nel posto giusto — mi dico — c’è tutto: direttrice, fogli, timbri, Mario, noi due, il nostro foglio, il piccolo plico».

Due minuti sono lunghi quando una direttrice guarda il vostro foglio prima di mettere il suo timbro accanto a quello che avete già ma abbiamo fiducia, e facciamo bene. La porta si richiude dietro le nostre spalle e il corteo, timbrato per la seconda volta, ridiscende le scale. «Potete uscire con la macchina — afferma Mario scatenando in un attimo le mie fantasie di libertà — e recarvi al parcheggio della dogana passando dai finanzieri con il foglio, poi ritornate qui con il foglio timbrato da loro».

«Quelli pensano che noi siamo qui per mettere solo un timbro — ci dice un finanziere riferendosi agli impiegati — ma noi dobbiamo controllare anche il numero del telaio del veicolo che non uscirà di qui fino a che tutto non sarà fatto per bene». La nostra macchina la lasciamo quindi su un piazzale immenso insieme a quattro Tir e noi risaliamo di nuovo nello stanzone.

«Adesso possiamo fare il modello 22» ci dice Mario. «Quindi non è finito?» chiedo ingenuamente. La risposta è uno sguardo sornione e ironico: quello dell’addetto allo sportello per il modulo 22. «Mah… potremmo fare la procedura meccanizzata, diversamente il dazio allo zero per cento potrebbe non essere corretto essendo i signori rimpatrianti».

Come una formula magica, una parola dopo l’altra, ormai il tourbillon di sportelli, persone, parole e timbri ci toglie ogni resistenza. «Mah… vediamo se me lo fa l’impiegata, le porto il foglio» — sospira tra i denti l’addetto allo sportello per il modulo 22 — «se è capace» — soggiunge un autotrasportatore di passaggio. «Fatemi partire ‘sto carico di viti» — dice un altro camionista ormai allo stremo.

Ci siamo: l’impiegata che aiuta l’addetto allo sportello per il modulo 22 è pronta, noi in piedi davanti allo sportello. Occhi fissi al monitor, ecco il programma giusto, si apre la videata per il modulo 22. Lo sforzo è grande ma è vano: dopo mezz’ora il programma resta testardo e, da solo, mette in scacco cinque addetti doganali. A lui proprio non va di non farci pagare nulla, gli sembra impossibile che esistano dei rimpatrianti che hanno diritto a non pagare per far rientrare una macchina vecchia di otto anni e con più di 200.000 chilometri in corpo.

«Metti 0,0 per cento al posto di 0 per cento», «hai cliccato su dazio?», «ma è 205 o 405 alla voce Iva?», «al massimo le facciamo pagare 1 euro così freghiamo il programma»: siamo tutti, Mario, noi due, il piccolo plico, il foglio con i timbri, l’impiegata, l’addetto allo sportello per il modulo 22, due autotrasportatori, altri tre doganieri, ostaggi di un programma fondamentalmente anti-italiano creato da italiani per far pagare altri italiani.

A nulla vale il desiderio, anche lui molto italiano, di spegnere tutto e di fare un bel modulo a mano: il modulo non esiste più. E qui il colpo di genio è del signor Mario: «Io farei una bolletta di sdoganamento al posto del modulo 22!». Come cambiare l’acqua ai pesci rossi dimenticati nella boccia da una settimana: tutti respirano. Ci adagiamo nei divanetti, stremati, e attendiamo che Mario, scomparso dalla scena, ricompaia con in mano la bolletta.

«Eccomi qui, andiamo a farla timbrare all’ufficio competente»: ripartiamo ma facciamo due passi perché l’ufficio competente è dietro i banconi di granito, solo qualche metro più in la. «Vediamo cosa dice il sistema adesso che metto i dati» — dice l’impiegata. «Cosa può dire il sistema?» — chiedo terrorizzato. «Dirà se c’è bisogno di un ulteriore controllo oppure dirà c.a.» — mi rispondono. Un minuto dopo si scopre che il sistema ha detto «c.a.» ed è un piccolo miracolo: ha deciso che non ci vogliono ulteriori controlli.

Il rumore sordo risuona per ben tre volte: un timbro piccolo rotondo, un timbro medio quadrato e il timbro finale, con manico in legno e testa d’acciaio, si abbattono sullo stesso foglio, esausto e frusto a furia di inchiostro e di colpi. «Adesso passiamo alla cassa, se no quella si offende» — ci dice Mario sapendo già che il timbro rosso dell’avvenuto pagamento non sarà messo visto che nulla è da pagare. L’impiegata della cassa termina di mettere un po’ di timbri, rossi, su alcuni fogli, esausti, che ha davanti e ci restituisce subito delusa il nostro foglio: niente timbro rosso. Torniamo dalle prime impiegate: ci ritirano tutto, osservano, si allontanano, ritornano. Tutto è protocollato a mano su due registri e tutto è sparito: ci resta un foglio in duplice copia, uno per noi e uno per il finanziere quando usciremo con la macchina.

«Adesso dove si va?» — chiedo a Mario.

Il finanziere mi guarda il foglio: «Meglio di così non si poteva fare, davvero benvenuti in Italia».

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4 Commenti

  1. gipo says:

    Al confronto, Kafka era un dilettante allo sbaraglio………..

  2. mau says:

    Partiamo dal presupposto che quando si va in un ufficio, si va con tutti i documenti in regola, sono un dipendente pubblico e vedo tanto pressapochismo

    • Cristiano Sala says:

      Mau, la tua è la tipica concezione di rapporto Stato/sudditi, anziché Stato/cittadini. Questa mentalità, peraltro piuttosto diffusa, è quella che ci ha portato ad avere uno Stato con una delle tassazioni più alte del mondo e, contemporaneamente, con i servizi peggiori del mondo. L’inamovibilità dei dipendenti pubblici e l’assenza di qualunque criterio meritocratico completano il quadro. Si dovrebbe in realtà partire da un presupposto completamente opposto a quello che tu auspichi: tu, dipendente pubblico, sei AL SERVIZIO del cittadino, che è realmente il tuo cliente e ti paga lo stipendio. Perciò tu non puoi lamentarti che il cittadino non porti tutti i documenti (peraltro spesso è assolutamente complicato e astruso capire “quali documenti” portare) ma ALZI IL CULO e ti metti al servizio del tuo cliente/il cittadino e lo aiuti a risolvere il suo problema. Un po’ come ha fatto il Mario della storia che però è l’eccezione e non certo la regola.

  3. paolo says:

    no Mau, il presupposto è che tutto il personale di qualunque ente pubblico è prima di tutto al servizio dei cittadini. E deve fare di tutto perché questi ottengano il miglior risultato possibile.
    Quante volte parlando con l’impiegato A ti dice “non si può fare” e invece l’impiegato B ti dice che c’è un modo?!?! Ecco, noi vogliamo tutti impiegati B.
    Se vengo io con i moduli sbagliati mi prendo la mia responsabilità ma tu mi indichi dove trovare quelli corretti. Altrimenti la vita dell’impiegato pubblico è un po’ troppo facile!
    Aggiungo che i problemi che può avere un privato sono ancora piccoli e con poco impatto sulla società, mentre quelli delle imprese – se mal gestiti, se intralciati dagli enti pubblici – risultano avere effetti devastanti.
    Questo devono tenere a mente gli impiegati pubblici. Non tanto la tutela degli interessi dello Stato, altrimenti cominciamo davvero a pensare che lo Stato voglia fregare i cittadini in qualche modo.

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