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Leggere le interviste a Renzi e D’Alema e capire la differenza tra pensierino modesto e rischio forte

settembre 29, 2014 Luigi Amicone

Gli piace, a Baffino D’Acciaio, dimenticare che, piuttosto che Renzi, sembrano essere in difficoltà e caduta libera di consensi i D’Alema, gli Hollande e le loro retroguardie di politici e sindacati socialisti europei

Per una fortunata coincidenza può persino capitare che la lettura dei giornali sia pane per lo spirito. Non sarà proprio come dice Hegel «la preghiera del mattino», però, leggere e confrontare le interviste di Matteo Renzi e Massimo D’Alema apparse su Repubblica e Corriere della Sera ieri, domenica 28 settembre, aiuta a capire in che senso l’Italia si trova a una svolta politica quasi più eloquente del famoso 41 per cento incassato alle europee dal ragazzo che si è preso il governo e anche la simpatia dell’elettore che non vota Pd.

Già i titoli in prima pagina delle due testate (“Mi attaccano, ma non mollo”, Repubblica; “D’Alema: Renzi istruito da Verdini”, Corriere) racconta la forchetta che c’è tra un giornalismo di interessi potenti ma non allergici alla realtà. E un giornale pomposo ma in preda alle scalmane di una testa che non sa come decidersi tra la linea editoriale alla scarpa Tod’s o alla «anche Dudù è gay» secondo Francesca Pascale.

Dunque, probabilmente a sua insaputa, Massimo D’Alema diventa un pezzo di campagna stampa della direzione uscente Ferruccio De Bortoli contro il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Dunque, secondo il Corriere di D’Alema, Renzi sarebbe «in evidente difficoltà» perché in Europa «il predominio conservatore è impressionante… tanto è vero che c’è grande malcontento nel gruppo socialista a Bruxelles».

Gli piace, a Baffino D’Acciaio, dimenticare che, piuttosto che Renzi, segretario del più grande partito della sinistra europea, sembrano essere in difficoltà e caduta libera di consensi i D’Alema, gli Hollande e le loro retroguardie di politici e sindacati socialisti europei. Piace, all’ex segretario della Federazione giovanile dei comunisti italiani, dimenticare che questi sono i fatti. Mentre pare non pervenuta (se non nel libro dei sogni) la notizia che «la vecchia guardia del Pd, noi abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro».

Nel contesto di picche e ripicche in cui viene collocata la pièce dalemiana sul giovinotto «istruito da Verdini» e colpevole di andare a braccetto con l’editore (del Corriere) che «non leggo il Corriere» (Sergio Marchionne), quasi tutto sa di vapor acqueo e arrampicata su vetri molto insaponati. Tipo: «abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che col tempo si sono rivelate persino eccessive» (sempre della serie «noi abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro»). O ancora, «Draghi è sotto attacco» (sempre a causa «dell’offensiva conservatrice in Europa»).

Piuttosto che niente, allora, uno si gode il presidente del Consiglio. Il quale, su Repubblica, non perde tempo a difendersi dalle chiacchiere. Ma ribadisce puntuto la sua direzione di rottura. «Va cambiato tutto lo Statuto dei Lavoratori». «È stato fatto 44 anni fa». «A conti fatti non difende più nessuno». Intelligente, Renzi non polemizza con nessuno dei suoi detrattori. Però colpisce in positivo (e speriamo che duri) una posizione che non ammette strizzatine d’occhio alla Cgil né deroghe al giudizio che l’articolo 18 è preistoria. «Congelare per i primi 3 o 4 anni il diritto al reintegro? Scusi, ma che senso avrebbe? Significherebbe essere un Paese in cui il futuro dell’economia e dell’industria dipende dalle valutazioni dei giudici. L’articolo 18 o c’è per tutti o non c’è per nessuno».

Bello e simpatico è poi il modo con cui Matteo si sbarazza del piagnisteo, si spiega rispettosamente con tutti ma lascia anche intendere che non si fa intimidire da nessuno. Nemmeno da quel pezzo di Rcs  che fa le Tod’s. Anzi. «Se ci dà una mano con i suoi consigli, lo ascolto volentieri. Se vuole misurarsi in prima persona, gli auguro di cuore i successi più belli. Con affetto e senza alcuna polemica». Nemmeno da qualche ecclesiastico. «Ricevo telefonate di amici vescovi che mi dicono che c’è stato un equivoco, che le parole sono personali del segretario generale della Cei». Nemmeno dalla minoranza del partito. «In un partito normale, si discute, si vota anche dividendosi, poi si prende una decisione e la si rispetta».

La sintesi più eloquente della spessa conversazione con Repubblica è la seguente: «Ho detto che mi fa più paura il pensiero debole che il potere forte. Negli ultimi giorni si sono schierati contro il governo direttori di giornali, imprenditori, banchieri, prelati. Ai più è apparso come un attacco studiato. Io sono così beatamente ingenuo che preferisco credere alle coincidenze. Ma è normale: ho 39 anni, sono il capo del partito più grande d’Europa, alla guida del Governo del paese più bello del mondo. Qualcuno mi critica? Mi sembra il minimo».

Tutto vero. Tutto beatamente vero. Come è vero che Renzi è solo agli inizi del suo (si spera) rivoluzionario programma dei 1.000 giorni. Come è altrettanto vero che, a fronte di un establishment di «poteri forti o presunti tali che in questi vent’anni hanno assistito silenziosi o complici alla perdita di competitività dell’Italia», viene spontanea una preghierina di ringraziamento.

Meglio il pensiero e il rischio forte che si è preso il boy scout Matteo che il pensierino modesto e la mollezza levantina dei suoi più recenti detrattori (che sono poi gli stessi che in questi vent’anni han fatto gli affari loro, mentre lasciavano quelli degli italiani, in manette e in mutande, nelle mani dei vari De Magistris).

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