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L’eccentrica originalità di Tomaso Staiti di Cuddia

marzo 19, 2017 Riccardo Paradisi

L’ultimo esemplare d’un mondo irripetibile, sempre dalla parte dei vinti e senza intrallazzi monegaschi

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A salvare l’onore di quell’entità anfibia e ambigua che è stata la destra italiana del dopoguerra – i missini predicavano l’alternativa al sistema ma ambivano al sottogoverno – alla fine è stata una pattuglia d’eccentrici che da quel mondo altro non ricavarono che delusioni ed esclusioni. Esuli in patria finirono esiliati anche in un partito destinato a oscillare tra sentimenti e risentimenti senza mai essere attraversato dalla luce d’un pensiero, tentato da un atto di consapevolezza, sfiorato da un momento d’autocoscienza e però, avendo introiettato la caserma, capace di bandire l’intelligenza con la prontezza d’istinto del caporale di giornata. A questa pattuglia di intelligenze insieme a Beppe Niccolai ed Enzo Erra, a Franco Petronio e Giano Accame, a Piero Buscaroli e Fausto Gianfrancheschi era iscritto a modo suo anche il barone Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, morto lo scorso primo marzo a Milano a 84 anni, portati divinamente.

Da tempo malato senza lamentarsene – ma spregiava la vecchiaia come «una pena di morte inflitta a rate quotidiane» – Staiti, Sagittario Tom per gli amici, era l’ultimo dei mohicani, il sopravvissuto d’un mondo e d’una stagione irripetibili, quella di coloro che non avendo fatto in tempo a perdere la guerra s’accomodarono a conflitto finito dalla parte dei vinti, per una predilezione estetica e un’inclinazione romantica sulla scia di «una appassionata e grande tragedia». Per quelle circostanze che non si sa se attribuire al caso o al destino Staiti s’è congedato da questo mondo nella settimana in cui i residui di Alleanza nazionale si scioglievano nella macina delle cronache giudiziarie, coinvolti in inchieste di riciclaggio e traffico di influenze. È grazie al suo tempistico congedo che la storia della destra italiana non è stata ridotta, nel racconto pubblico di queste settimane, all’esito miserabile di bische, cognati e intrallazzi monegaschi e invece è stata narrata attraverso il sogno coltivato per una vita da Tomaso Staiti di Cuddia.

«I presupposti per una vera Destra c’erano tutti – diceva Staiti in un’intervista al Borghese nel 2013 – si trattava di un movimento nato dopo la sconfitta e che, proprio per questo, poteva essere completamente libero nelle sue scelte essenziali. Invece si è progressivamente “adattato” a quel sistema che proclamava di voler combattere. Nato anti-partitocratico, quel movimento nel breve volgere di un decennio è diventato partitocratico nei comportamenti anche senza disporre di un vero potere». Deputato del Msi per tre legislature, dal 1979 al 1991, Staiti non ci stava ad ammettere che la realtà effettuale delle cose era sempre stata un’altra da quella che avrebbe potuto essere. Che erano nelle cose e sin dall’inizio la subordinazione alla Dc e i velleitarismi di Pino Rauti – «pericoloso rivoluzionario con pennichella pomeridiana» – la marginalizzazione di Pino Romualdi e la retorica vincente e vuota dell’almirantismo, «la Nuova Destra soffocata in culla» di Marco Tarchi e Stenio Solinas – colpevoli d’essere còlti a pensare in luogo pubblico – e infine l’abbraccio mortale al berlusconismo e il ventennio finiano.

Gianfranco Fini: «Un leader in Lebole» lo definì Staiti racchiudendo in una formula micidiale e geniale l’assertività vuota d’un punto esclamativo appeso al nulla. Staiti era spietato nel raccontare l’ultimo tratto della storia missina: «Sono stati vent’anni di dissipazione e arroganza. Paolo Borsellino dimenticato. La legalità una parola inutile. Autoblù, scorte, ministeri, prebende, affari. Ostriche e puttane. Soprattutto, mancanza di stile, di buon gusto, di classe». E per uno che era abituato a cambiar d’abito due volte al giorno senza mai essere stato snob nemmeno cinque minuti questo rodeo di volgarità era davvero lo spettacolo più insopportabile: «Diventavano ministri autentiche nullità, arrivisti presuntuosi e incapaci, caricature improponibili in un sistema politico con un minimo di serietà. Pagliacci autopromossi maestri di pensiero». E Fini, ancora lui, incapace di un colpo d’ali politico anche dopo quel «che fai mi cacci», che a Staiti era per un attimo piaciuto, confondendolo con un sussulto di dignità. E invece Fini rimase stretto alla presidenza della Camera, a cercar riparo in Pier Ferdinando Casini e Repubblica mentre era già avviata la saga dei Tullianos. «È venuto fuori il Fini di tutta una vita» chiosava Staiti: «La destra è finita».

Assomigliava ad Alain Delon
Più in generale, figlio del Novecento, era per lui finita la ragion d’essere e di combattere d’una vita: «La politica oggi è per morti di fame spirituali». Ma la destra di Staiti e quella di Niccolai, di Buscaroli e di Erra, di Accame e Gianfranceschi era stata sempre in fondo una suggestione letteraria come la Wartburg dei Minnesänger o l’Estremadura di Don Chisciotte. Un miraggio o il pretesto di un’avventura esistenziale generosa e dissipatrice. Niente di più impolitico. Niente di più lontano dalla retorica dei vincenti. Alle fogne della politica così Staiti finì col preferire altre fogne dove si potesse scrivere poesia. L’ultima sua battaglia e quella che lui stesso chiama «la sua prima e vera vittoria, sicuramente l’ultima» è la pubblicazione de Le fogne del paradiso (Oaks editrice, 223 pagine, 18 euro) l’autobiografia romanzata del suo amico Albert Spaggiari, l’autore della rapina del secolo, il colpo alla Société Générale di Nizza messo a segno nel 1976. Un libro pieno d’adrenalina e di giovinezza voluto con caparbietà dal suo curatore, Carlos d’Ercole, che convince Staiti, in possesso dei diritti italiani, a cercare un editore per pubblicarlo.

 

Staiti ha conosciuto Spaggiari in Brasile, nel febbraio del 1977 al tavolo d’un caffè di fronte al quale scorre il fiume umano del carnevale di Rio. «Albert assomigliava ad Alain Delon»: diventano subito amici. E lo saranno fino alla fine. Prima d’essere un rapinatore Spaggiari era stato volontario dell’Oas in Indocina: non ce l’aveva fatta, conclusa quell’avventura, a rientrare nei ranghi della vita borghese, per questo ideò e attuò il colpo alla banca di Nizza, «simbolo delle fameliche vagine che inghiottono sogni e paure – chiosa Staiti – e purificano imbrogli per i furbi di turno a danno dei poveri borghesi confidenti».

Alla fine lo condannarono all’ergastolo, per un colpo in banca, «mentre una medaglia – protestava Staiti – sarebbe stata più appropriata» se non altro per quella poesia lasciata sul muro del caveau a sigillo dell’azione: «Sans arme, ni haine, ni violence…», «senza odio, senza violenza, senza armi». «L’avventura è la vita perfetta – scrive Staiti nella postfazione in ricordo di Albert – la sua nuda essenza, la sola cosa che può almeno in parte spiegare la nostra casuale presenza su questa terra». Che importa sia un partito, il caveau d’una banca o una partita in Indocina. Se deve finire in Costa Azzurra meglio a Nizza con Spaggiari che a Montecarlo coi Tulliani.

Foto Ansa

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