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L’ebraismo, l’America. E il mondo comune

aprile 21, 1999 Kramar Silvia

Intervista di Silvia Kramar a Alan M. Dershowitz

“Sono fiero di essere ebreo e americano. Gli Stati Uniti hanno una responsabilità di polizia internazionale nel mondo, ma non siamo sempre all’altezza di questo compito. In Kosovo siamo arrivati troppo tardi. I miei maestri? Wiesel, Ben Gurion e il Papa. Questo Papa”. Parola di uno dei maggiori esponenti della comunità ebraica americana, il più noto degli avvocati penalisti Usa

Basta entrare nell’ufficio di Dershowitz, al secondo piano di una palazzina della facoltà di legge di Harvard, per farsi un’idea immediata della sua fama; e delle enormi polemiche che quest’avvocato penalista, amico di Clinton e di Netanyahu, autore di numerosi saggi sul mondo ebraico americano, riesce a scatenare appena esprime uno dei suoi salaci pareri sugli affari e i malanni del mondo. La parete che conduce al suo ufficio è infatti tappezzata di quella che Dershowitz descrive come “la sua posta dell’odio”: ritagli dei suoi articoli corredati da insulti in pennarello, svastiche, lettere anonime che iniziano con un intimidatorio “sporco ebreo” e finiscono con barzellette come questa: “Dershowitz, un giorno un criminale catturò Mussolini, Hitler ed un avvocato ebreo, ma aveva solo due colpi in canna. E sparò due volte all’ebreo…”.

Tutte le mattine, venendo ad insegnare come fa da 35 anni nella più ambita università americana, Dershowitz vede questo muro della vergogna e sorride; e a chi viene ad intervistarlo indica lui stesso i ritagli più offensivi: “Lo metta nel suo articolo, guardi: questo qui è proprio divertente…”. Ci fa sedere mentre la CNN lo vuole per un’intervista e il suo assistente cerca di arginare l’insistente squillo del telefono.

Professore, Kafka scrisse: “Io non sono stato introdotto nella vita, come Kierkegaard, dalla mano già cadente del cristianesimo, e neppure ho afferrato l’ultimo lembo dileguante del mantello ebraico da preghiera. Io sono una fine o un principio”. Lei che è una personalità di successo, un protagonista della società americana, continua a misurarsi con la dimensione religiosa?

Io non sono una persona religiosa, ma mi sento molto ebreo; credo che anche Kafka si sentisse molto ebreo, e il suo essere ebreo era riflesso nel suo stato di outsider, nel suo porre domande, nel suo vivere al di fuori della corrente della sua società. Il mio modo di essere ebreo è diverso, è molto più positivo e nasce da una grande tradizione che nella storia si è manifestata in diversi modi: siamo stati vittime, ci hanno perseguitati, ma siamo anche un popolo creativo, abbiamo una grande cultura. Io sono in tutto e per tutto un ebreo e un americano: i miei libri, anche l’ultimo romanzo che sto terminando e che s’intitola “Giusta vendetta”, ambientato nell’Olocausto, sono a sfondo ebraico, così come i miei saggi e i miei discorsi: non cerco di scappare dall’ebraismo e certamente non lo considero come un inizio o una fine, ma come un mondo in perpetua crescita. Mia madre, lei sì che è convinta che io sia una fine, perché i miei figli sono molto meno ebrei di me: uno dei miei figli si è sposato con una donna non ebrea e l’altro sceglierà chi vuole. Ma sono convinto che noi ebrei siamo partecipi di un processo mentale che cerca continuamente di definire la nostra identità; e credo che stiamo uscendo da un periodo nel quale gli ebrei si sono definiti in base ai propri nemici ed alle persecuzioni religiose, per entrare in un periodo nel quale dovremo scoprire un ebraismo ottimista. Io continuerei ad essere un ebreo anche se un dio ateo scendesse dal cielo per annunciarmi che Dio non esiste: lo ascolterei, ma non cambierei la mia identità perché l’ebraismo è molto più di una religione: è cultura, civiltà, è nazionalismo, è una lingua. Molti si sbagliano quando dicono che l’ebraismo è come il cattolicesimo, oppure come essere un nero, un indiano d’America, un serbo croato. Non ha nulla a che vedere con quelle definizioni: è come ognuna di esse e tutte quante messe insieme.

Adesso che la televisione ci porta le immagini dell’ultimo pogrom di questo secolo, di un Kosovo che brucia, di treni carichi di povera gente, gli ebrei di questo grande Paese torneranno a ricordare la Shoa?

Tocca un tasto dolente: sono profondamente dispiaciuto del fatto che solo pochi ebrei si vogliano identificare con la pulizia etnica dei serbi, con questa immane tragedia. Preferirei credere che tutti gli ebrei che sono stati vittima di una pulizia etnica oggi si trovino compatti nel criticare e nel condannare pubblicamente quel che accade nella ex Jugoslavia. E invece molti continuano a vivere la “bella vita” americana. Preferirei che gli ebrei avessero una memoria migliore; una memoria che non venga però solo dall’essere state vittime. Molta gente adesso dice: “Voi ebrei non fate nulla per il Kosovo, ma appena torneranno ad attaccare voi…”; non voglio vedere più nessuna forma di violenza contro gli ebrei, mai più, ma uno degli aspetti più importanti dell’essere ebreo è la memoria: Elie Wiesel lo predica, la Bibbia lo dice, nel rito del Passaggio, alla cena del sedar, i libri ci dicono che siamo obbligati a raccontare ai nostri figli la storia della fuga dall’Egitto, come se fossimo ancora schiavi. L’essenza dell’ebraismo sta nel ricordare chi eravamo, cos’eravamo e quello che siamo diventati.

Nel suo libro “The vanishing jew” lei dice che gli ebrei americani stanno scomparendo, e cita tra le cause maggiori i matrimoni misti. Quali sono le altre cause di questa “diaspora” del cuore?

Innanzitutto non credo che i matrimoni misti siano la causa della perdita dell’identità ebraica: basterebbe che gli ebrei accettassero chi è mezzo ebreo, che mogli e mariti di ebrei fossero accolti in sinagoga per celebrare le nostre feste, che dichiarassimo ebrei anche i loro figli e chiunque si volesse convertire. Molti ebrei americani non sono più ebrei per altri motivi: perché oggi non c’è più motivo di rimanere tali. Israele ormai è stabilita, l’olocausto è finito, abbiamo salvato gli ebrei sovietici… per cui gli ebrei che si definivano tali in quanto coinvolti in una missione sono diventati soldati senza un nemico, e rimangono inutilmente ad aspettare il prossimo attacco.

I giovani ebrei americani ricevono inoltre un’educazione religiosa molto banale; e diventano buddisti non capendo che l’ebraismo può a sua volta offrire loro una componente spirituale molto elevata. Oppure diventano cattolici o gesuiti perché cercano un aspetto più intellettuale, che troverebbero nei nostri libri, se avessero voglia di leggerli. Una questione di letargia: oggi è più facile lasciare il mondo ebraico, e la propria identità ebraica, di quanto non sia facile dissociarsi da un country club…

L’America ha sempre aperto nuove porte agli ebrei… a quando un ebreo alla Casa Bianca?

Riflettiamo: c’è stato un presidente ebreo in Austria, che probabilmente è stato – ed è – il Paese più antisemita al mondo: difficile distinguere tra l’Austria, la Polonia, la Latvia e la Lituania in fatto di anti semitismo… Eppure la Russia ha avuto un primo ministro ebreo, come la Francia che ha una lunga storia di antisemitismo alle spalle; l’Inghilterra ha avuto un primo ministro “quasi ebreo”, mentre ancora ci discriminava… il presidente, o il primo ministro di un Paese, non ne riflette automaticamente il livello di antisemitismo: non credo che l’America oggi sia pronta nemmeno per una donna, o per un nero. Per essere eletto a Washington bisogna essere estremamente “main stream”, al centro della corrente politica, un prodotto da supermercato, che piace a tutti, almeno all’inizio. Se un ebreo dovesse diventare presidente, come sta accadendo oggi in Russia, diventerebbe un parafulmine per ogni calamità: negli Stati Uniti se la Borsa dovesse crollare s’incolperebbero “gli ebrei”…

Ma un giorno un ebreo arriverà alla Casa Bianca, perché in America un ebreo può ottenere tutto quel che vuole. Quando arrivai ad Harvard nessuno credeva che un ebreo sarebbe potuto diventare presidente della più selettiva università d’America. Intanto accettiamo il fatto che già Clinton è il primo presidente americano cresciuto in totale assenza di antisemitismo. A proposito guardi qui – Dershowitz ci mostra una fotografia nella quale lui appare accanto a Clinton, che fa una faccia stupita -: gli avevo messo in mano un ritaglio di giornale che diceva che Elvis Presley era ebreo… e lui mi dice: “Ma voi ebrei siete dappertutto!”.

In Israele oggi è in atto un duro confronto tra laici e religiosi, confronto che va ad aggiungersi alle annose vicende del difficile processo di pace israelo-palestinese. Che cosa vede nel futuro di Israele?

Non credo che in Israele sia in atto un conflitto tra ebrei laici e secolari, ma piuttosto un conflitto tra gli ebrei israeliani e un piccolissimo gruppo di fondamentalisti reazionari, che però possiedono un altissimo peso politico. La stessa percentuale di ebrei estremisti esiste oggi anche negli Stati Uniti, ma qui non ha alcuna influenza politica, per via del diverso sistema elettorale. Benjamin Netanyahu è un mio amico di vecchia data ed è l’ebreo meno religioso che io conosca… Eppure anche lui deve ascoltare gli estremisti, non perché condivida le loro idee, ma perché hanno un grande peso politico. Per cui il confronto israeliano è solamente politico e il fondamentalismo israeliano non ha nulla a che vedere con quello dei paesi arabi. Il pericolo del fondamentalismo oscura comunque il futuro di molti paesi: e mi sembra interessante riflettere che l’unico posto dove il fondamentalismo non trova radici è l’Europa: il continente meno religioso al mondo. Pur essendo la patria del cristianesimo, del Vaticano, di Lutero, è l’unico posto al mondo senza fondamentalismo, perché gli europei hanno paura di qualunque chiesa, giustamente, e voterebbero contro qualsiasi partito che non rispetti la divisione dei ruoli tra chiesa e stato. Noi americani non abbiamo mai avuto una chiesa ufficiale e non ne abbiamo paura: ma basterebbe che eleggessimo il reverendo Jerry Falwell e diventeremmo come l’Europa. E forse dovremo eleggere un Buchanan, un Robertson o qualcuno come loro, per metterci paura.

Gli Stati Uniti alle soglie del 2000 somigliano molto alla Roma imperiale e augustea. Secondo lei questa condizione di supremazia planetaria comporta rischi e responsabilità particolari?

Certamente: pensiamo al Kosovo. Abbiamo la responsabilità degli equilibri del mondo, come poliziotti, e mi sarebbe piaciuto vedere un intervento più immediato, sia in Jugoslavia che in Asia e in Africa.

Abbiamo sempre l’obbligo di evitare genocidi e massacri, ma non siamo molto bravi a farlo. Siamo troppo selettivi: abbiamo permesso alla Cina di fare la propria pulizia etnica in Tibet, senza alzare un dito, in Ruanda lasciamo che si massacrino interi villaggi e poi, improvvisamente, ci mobilitiamo per il Kosovo.

Lei è avvocato, docente universitario, scrittore, opinionista: in quali di questi ruoli si sente più a suo agio?

Io insegno, sono un insegnante, in tutto quello che faccio, in tribunale, in aula, nei miei romanzi…

E a quali maestri fa riferimento un uomo che insegna?

Ad Elie Wiesel, che mi ha insegnato a trasformare le avversità nella speranza; ad alcuni giudici che conoscono la legge; a David Ben Gurion ed al Papa, questo Papa, che ci ha insegnato il perdono e che ha conosciuto personalmente l’Olocausto.

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