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«Le mie ore di religione con don Giussani, che non riduceva mai la fede a stereotipo»

settembre 27, 2012 Emmanuele Michela

Intervista a Lorenzo Strik Lievers, radicale ed ex-studente del Liceo Berchet di Milano. «Alle sue lezioni mai escluso, ma sempre costretto a interrogarmi. Che parlasse di Leopardi o di Sartre, era uno che ti spiazzava»

È insindacabile la sua idea sull’ora di religione: va cambiata, almeno nelle caratteristiche dettate dal Concordato. Lorenzo Strik Lievers è docente di Storia e didattica della Storia all’Università Bicocca di Milano ed esponente storico dei Radicali italiani. Il suo punto di vista è chiaro: «L’esistenza di questo insegnamento è un errore sotto ogni aspetto: non ha senso che nella scuola pubblica venga proposto solo un punto di vista». Al contempo, però, Strik Lievers ha un ricordo positivo delle “sue” ore di religione al Liceo Berchet di Milano, e del suo insegnate di allora: don Luigi Giussani.

Strik Lievers, in questi giorni si è discusso molto sull’ora di religione nelle scuole italiane. Qual è il suo parere in merito?
Sono assolutamente contrario a queste ore, perché l’insegnante di religione non è chi è chiamato ad informare su cosa sia la religione cattolica – questione culturale di primo rilievo in Italia – ma è una figura nominata dal vescovo, ovviamente anche in base alla sua ortodossia. E che quindi propone quella verità. Qui sta uno dei limiti: è una cosa abnorme per la scuola pubblica italiana, dove chi è chiamato a fare formazione deve conoscere un determinato argomento, non esserne necessariamente d’accordo. Tanto è vero che la religione ha uno status molto particolare: in un sistema scolastico tutto basato sul voto, l’insegnamento della religione non ne ha quasi nessuno. Io mi metto anche nei panni dei cattolici: se fossi credente mi batterei per l’abolizione dell’insegnamento della religione cattolica così come oggi, su base concordataria.

Perché?
Un’insegnamento strutturato in questa maniera trasmette l’idea di qualcosa di irrilevante, con conseguenze importanti sulla qualità della cultura religiosa in Italia, anche tra i cattolici. Nelle ore di religione spesso gli insegnanti hanno il problema di doversi conquistare l’attenzione dei ragazzi, quindi si parla del più e del meno, di attualità, ecc… Trasmettendo così, loro per primi, l’idea dell’irrilevanza del fatto religioso. È un pessimo affare, anche per la Chiesa. Mi capita spesso, interrogando per gli esami universitari, di trovare grande ignoranza tra studenti che magari hanno studiato anche per 13 anni religione: ad esempio un sacco di gente non sa che Gesù era ebreo! Tanti ragazzi non conoscono il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, ed effettivamente le origini della loro fede. L’ora di religione secondo i parametri concordatari è da abolire, dopodiché si apre il problema di come dare informazione e cultura sul fenomeno della religione in base alle fasce d’età. E allora sarebbe giusto stabilire un’ora dedicata specificamente alla conoscenza del fenomeno religioso, che abbia anche una maggiore attenzione al credo cattolico, di gran lunga il più importante in Italia.

Ci racconti allora delle sue ore di religione al Liceo Berchet, quando ebbe come insegnante don Giussani. Come si svolgeva il dialogo tra quel sacerdote e lei, già allora laico?
Questo incontro è stato per me umanamente importante, al di là del consenso che si poteva avere o meno sui temi religiosi. Tra noi due c’era un dialogo che, dal punto di vista della scuola, era sbagliato: io frequentavo l’ora di religione con l’idea di sentire un parere diverso dal mio. Andavo a lezione con lo spirito di un confronto critico. In quegli anni c’erano due gruppi a scuola: uno era quello di Gioventù Studentesca, l’altro era il nostro, i laici. Quando arrivava Giussani non vedevo entrare un professore, ma il capo del gruppo opposto. Il confronto con lui iniziò quindi da una premessa polemica: io ascoltavo e cercavo di capire, ma la mia preoccupazione era intervenire per contestare. Poi però anche io, laico, con un’idea ben determinata della Chiesa italiana degli anni Cinquanta, mi accorsi che quel prete non corrispondeva per nulla a quell’immagine antiquata.

Cosa le rendeva interessante quel sacerdote?
Aveva un’idea sconvolgente su tante cose. Ad esempio GS, il gruppo che guidava: era forse l’unica realtà cattolica a non avere una divisione interna tra sessi. E il suo punto di vista era sempre originale: che parlasse di Leopardi o di Sartre, era uno che ti spiazzava, perché proponeva un’immagine del cattolicesimo e della sua fede non stereotipata. Parlare con lui era qualcosa di arricchente, comunque. L’ora di religione era sempre un momento di riflessione e di rielaborazione delle nostre posizioni.

In cosa si è sentito arricchito da queste lezioni?
Per esempio tutto il valore che lui dava al rapporto umano, e il modo in cui viveva e proponeva la realtà cristiana come un incontro con una persona. Non conoscevo questa posizione: la trovai molto interessante, e che mi obbligò a riflettere. Mi rendevo conto che dentro la posizione cattolica c’era anche molto altro rispetto a quello che io vedevo, e quindi quelle lezioni erano un’opportunità di approfondimento e di confronto su come io vivevo il rapporto con gli altri.

C’è un episodio particolare che le è rimasto in mente di quegli anni, a esemplificare questo dialogo con una figura diversa ma utile per lei?
Ci raccontò una volta di aver incontrato Sartre in maniera casuale, forse in aeroporto, e di aver avuto uno scambio di opinioni. Non ricordo i dettagli con precisione, ma Giussani diceva che in quel dialogo aveva avvertito in modo tangibile che Sartre non lo ascoltava ma lo disprezzava, e non in base alle cose che diceva ma per la veste che portava. Mi colpì vedere che un filosofo che appariva come uno delle grandi figure dello schieramento cui appartenevo teneva un simile atteggiamento. Era qualcosa di inaccettabile per me, e mi fece molto riflettere sui comportamenti e i modi d’essere degli intellettuali cui guardavo. E poi mi portò ad avere più attenzione al come io guardavo agli altri: ascoltavo davvero Giussani e gli avversari di GS, o mi preoccupavo solo di combatterli?

Com’è stato possibile per lei non sentirsi escluso da queste ore di lezione e da questo rapporto con Giussani, nonostante la diversità in gioco?
Non ero affatto escluso, anzi. Ero una parte di un “gioco intellettuale”, dove anche io potevo avere un mio ruolo. Per me esisteva sempre un problema: come io, ragazzino di 15 anni, potevo controbattere una persona di quella umanità e profondità? Ero costretto ogni volta a interrogarmi. E mi è rimasta in mente anche un altro episodio, posteriore di diversi anni. Finiti gli anni del liceo, ho reincontrato solo una volta Giussani: mi colpì perché si ricordava perfettamente della nostra classe. Si ricordava perfettamente i nomi e le nostre caratteristiche: sarebbe stato capace di dirmi anche dov’eravamo seduti di banco! Evidentemente anche lui viveva in maniera utile per sé il rapporto con noi studenti, tanto che, nonostante fossero passati quasi 30 anni, aveva in mente tutto della nostra classe. È una cosa su cui ho riflettuto spesso: c’era da riflettere su questo rapporto vivo e proficuo con l’altro.

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