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Le Marche squassate dall’immobilismo

settembre 5, 2017 Caterina Giojelli

La situazione tragica di una Regione ostaggio di figli, figliastri e burocrazia. «Qui si rischia la fine di Santa Maria in Pantano»

Terremoto ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Diciamolo subito, le Marche non sono il Lazio, «qui si rischia di fare la fine di Santa Maria in Pantano», «però su Errani la verità non la dice nessuno», «dobbiamo evitare l’assistenzialismo, non siamo terremotati di professione», «il commissario? Deve essere un tecnico e non un politico, un sisma non è di centro, destra o sinistra», «alcuni provvedimenti generano effetti fantozziani, lo sa che nel cratere c’è stata una richiesta abnorme di Viagra?». Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno, parla a Tempi a qualche giorno dal vertice sul terremoto che si è tenuto a Palazzo Chigi, poche ore prima che si frantumasse un pezzo di Ischia e dalle rovine provenissero altre voci di bambini. «“Succede Casamicciola”, e la considerazione è elementare: l’Italia è per il 65 per cento una nazione sismica, quasi nessuno può dirsi immune dalla possibilità di un terremoto. Se Delrio dice che dal secondo Dopoguerra ad oggi, oltre ad aver pianto migliaia e migliaia di morti, sono stati spesi 245 miliardi per le riparazioni dei danni è forse ora di cambiare la testa e fare autocritica. A Roma hanno negato l’innegabile parlando di ricostruzione. A Montegallo, vicino ad Ascoli c’era la chiesina di Santa Maria in Pantano, la chiesa delle Sibille. C’era, perché a causa di divergenze su come metterla in sicurezza alla fine è franata e non c’è più. Ecco, quello che ha rischiato e ha subito quella chiesa è il destino che potrebbe rischiare il Centro Italia se non si dà un immediato cambio di marcia».

Perché a Roma hanno negato l’innegabile?
Molte delle responsabilità sono di tipo regionale. Premesso che i numeri sono diversi se si fa riferimento alle diverse amministrazioni – drammatici nelle Marche, meno negativi in Umbria e nel Lazio –, qui nelle Marche siamo ancora al 92 per cento delle macerie a terra, cioè che stanno lì dove stavano il 24 agosto e il 30 ottobre. Lei pensi che su 1 milione e 120 mila tonnellate di macerie qui presenti (2 milioni e 660 mila tonnellate è il dato complessivo del terremoto) ne abbiamo rimosse appena 127 mila. Per quanto riguarda gli ordinativi delle casette, nelle Marche ne abbiamo ordinate 1.856 e ne sono state consegnate 42. Per questo dico che Gentiloni ed Errani hanno provato a negare l’innegabile, i numeri restano drammatici. Solo nella mia città, a un anno dal terremoto, la Regione deve avviare ancora qualcosa come 1.500 verifiche, questo vuol dire che 1.500 nuclei famigliari, non meno quindi di 3.000 persone su una popolazione di 50 mila, dopo un anno stanno ancora aspettando di capire se la propria abitazione è utilizzabile o meno.

Ma lei cosa pensa della fine del mandato Errani?
È una situazione inconcepibile, nessuno ha detto il vero motivo di questa indisponibilità a proseguire l’incarico. Solo indiscrezioni, solo gossip, ma qui c’è un fatto nuovo, cioè che quando ancora la ricostruzione deve iniziare, il commissario per la ricostruzione chiede di non essere riconfermato; quando siamo ancora in piena emergenza – perché quando io parlo di casette, macerie, verifiche, parlo ancora di emergenza, non di ricostruzione –, il commissario lascia. E perché? Io personalmente ho avuto un ottimo rapporto con Errani, che ci ha consentito un rapporto diretto col governo quando le Regioni dimostravano sordità, grazie a lui siamo potuti andare a Palazzo Chigi e trovare soluzioni, per esempio, sulla gestione finanziaria delle contabilità degli enti locali in rapporto al terremoto. Io non voglio interpretare Errani però ricordo perfettamente quando pronunciò la famosa frase catturata e resa scoop da Panorama, «Non esiste il fatto che per cominciare a fare le casette si attenda di avere il fabbisogno definitivo di tutte le casette. Non esiste. Non esiste che per fare le stalle bisogna metterci tutto questo tempo. Non esiste! Non esiste!», e la disse a febbraio. Siamo a settembre, ammesso il fallimento dello Stato, io penso che lui abbia preso atto di una situazione che dal suo punto di vista forse è irrecuperabile. Però gli do l’onore delle armi, il fatto che nessuno dica la verità è imbarazzante.

castelli ansaOra si è parlato anche di deleghe a Maria Elena Boschi e di rafforzare i poteri dei quattro presidenti delle regioni terremotate.
A dirigere e coordinare la gestione del post sisma ci vuole un tecnico e non un politico. Non può essere un sottosegretario o un ministro, perché ci vuole una persona che faccia solo questo e in maniera esclusiva, uno che conosca il significato di spalare le macerie e fare le verifiche, che abbia esperienza, che sia stabilmente dedicato alla materia, ragionare su dei nomi che abbiano queste caratteristiche. E il processo non può essere calato dall’alto, il governo dovrebbe per lo meno convocare i sindaci direttamente coinvolti in questa tragedia. Non parlo di me, ma dei sindaci delle zone rosse, devono essere coinvolti in un confronto. Politico il commissario, politici i subcommissari, il rischio è che qui si politicizzi il terremoto: attenzione, perché questo nelle Marche lo stiamo patendo, è forte la sensazione che ci sia anche un imprinting politico, che ci siano figli e figliastri nella partita della ricostruzione. Non esiste un terremoto di centro, di destra o di sinistra, ecco perché chiedo un tecnico.

Gentiloni del resto ha chiesto un «protagonismo più accentuato dei territori», e chi meglio dei sindaci delle zone rosse?Non si sono raccomandati l’anima a nessuno, hanno spostato massi, battuto i pugni sui tavoli romani, mescolando la disperazione e la determinazione del leone che non conosce resa: sono loro, le facce dei sindaci e le tanto bistrattate fasce tricolori, la faccia pugnace dell’Appennino, squassato dal terremoto eppure fiero e indisponibile a farsi umiliare dall’effetto domino della burocrazia, uomini che in borghi e paesi piccolissimi rappresentano una certezza.

Non solo, molti errori sono stati evitati grazie alle rivolte di voi primi cittadini, ma anche alle denunce e alle critiche della popolazione amplificate dai media.
Assolutamente, le faccio solo due esempi. Le Marche avevano escluso dalla prima distribuzione dei proventi degli sms solidali – 17 milioni di euro – addirittura il comune di Arquata del Tronto. Quando il sindaco Aleandro Petrucci si è ribellato alla decisione presa della Regione, Errani e Gentiloni hanno bloccato il tutto e reinserito Arquata. Che, non dimentichiamolo, il 24 agosto scorso ha pagato un tributo di cinquanta morti. Il secondo caso è quello della zona franca, quando Sergio Pirozzi ha tuonato che i patti non erano stati rispettati, che era stata promessa una esenzione biennale e invece nel bando del Mise c’era solo un credito d’imposta. La forza dei sindaci sostenuta dai media ha indotto un cambiamento di rotta. Noi dobbiamo cooperare e sedare anche la rabbia di chi ha perso tutto, ma il governo deve metterci nelle condizioni di poterlo fare, altrimenti il rischio è che il dottore si metta a gridare più del paziente.

Lei più volte ha denunciato le idiosincrasie dei provvedimenti a favore dei terremotati. Ha ricevuto delle risposte?
Io non ho ricevuto che silenzi imbarazzati almeno su due questioni. La prima ricordava il fatto che non sono state fatte delle modulazioni per quanto riguarda la misura che riconosceva 5 mila euro di rimborso a tutti i lavoratori autonomi che autocertificassero di avere avuto una sospensione dell’attività. Il fatto di non avere graduato, modulato, questa premialità ha fatto sì che in molti casi ci siano state delle assegnazioni massive, come è successo nel comune di Castel di Lama vicino ad Ascoli, mentre in altri casi di comuni stravolti dal terremoto questa misura è stata infinitamente meno utilizzata. In pratica anche chi non ha subìto grandi danni o ha sospeso le attività anche solo per qualche ora, ne ha approfittato. Una contraddizione che grida vendetta al cospetto di Dio, distribuire tutto a pioggia, dare tutto a tutti, significa non dare a chi ha bisogno. La seconda cosa è successa in riferimento alla premialità che la sanità riconosceva a tutti coloro che abitavano nel cratere e che ha consentito esenzione totale dei ticket sanitari sulla specialistica (analisi, attività mediche, richieste in ospedale) e sulla farmaceutica. Ebbene, aver stabilito una esenzione totale ha inevitabilmente determinato una richiesta consistente e spesso inappropriata delle prestazioni o di farmaci. In altre parole la gente ha fatto le scorte. Lei lo sa che c’è stata una richiesta abnorme di Viagra? Qui c’è da intervenire, riparare e ridare vita ai borghi e alle città vilipese dal terremoto, ma Dio ci guardi dall’assistenzialismo, da chi cerca di fare il terremotato di professione. Benissimo ha fatto Pirozzi per esempio ad imporre a tutti i ristoratori di riprendere in mano la loro vita, cosa che è accaduta dopo il 20 luglio, quando ad Amatrice hanno allestito ambienti che hanno consentito a una decina di ristoranti di riprendere in mano la propria attività.

Sindaco Castelli, cosa resta fermo e certo quando tutto è in bilico?
Cosa posso risponderle, se non la fede, guardare, porre il Cristo vivo al centro del dolore degli uomini? La ferita dell’Appennino è ancora viva e aperta, la terra ha inghiottito gli uomini e il cielo li ha sepolti di neve. Ci sono ancora migliaia di famiglie senza casa. Le do un ultimo dato: da un anno vivono in albergo complessivamente 6.862 persone, altre 37 mila beneficiano del Cas, il Contributo di autonoma sistemazione (600 euro in media al mese), e 1.057 persone abitano nei container. A luglio i costi ammontavano a 80 milioni per chi vive in albergo e 120 milioni di Cas. In pratica in un anno 200 milioni sono andati via in sistemazioni provvisorie e la gente sta uscendo matta. Non abbiamo proprio più tempo da perdere.

Foto Ansa

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