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«Le inchieste farlocche sulla lobby gay e sugli appalti sono orchestrazioni a sfondo politico»

febbraio 25, 2013 Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara sul Foglio contro le campagne per colpire papa Benedetto XVI e la Chiesa. «È una caricatura del liberalismo»

Sul Foglio in edicola oggi c’è un articolo del direttore Giuliano Ferrara che merita di essere riproposto. È intitolato “Quella caricatura del liberalismo che sono le inchieste sul Vaticano”.  

Finalmente anche il Vaticano ha cominciato a reagire. La segreteria di stato e il portavoce della santa sede hanno detto sabato quel che tutti i non conformisti avrebbero dovuto dire da subito e nessuno si era azzardato nemmeno a sussurrare. Hanno detto che le inchieste farlocche sulla lobby gay e sugli appalti, e tutta la movimentazione sghemba e accidiosa delle notizie presunte sul malaffare vaticano e sulle connivenze del clero con gli abusi pedofili sui minori, sono orchestrazioni a sfondo politico ed elettorale. Sono, hanno aggiunto, campagne per colpire il papato, per intimidire i cardinali, per sferrare nuovi colpi a una chiesa dolente, che cerca di fissare nel rispetto delle sue antiche regole i termini inauditi di un passaggio di consegne tra un Pontefice che ha liberamente deciso di andarsene rinunciando alla carica e uno che deve essere eletto, altrettanto liberamente, da un corpo di porporati selezionato secondo costituzioni autorevoli e vecchie come il cucco.

Una volta, all’epoca del temporalismo e della legittimazione religiosa del potere politico, le potenze europee intimidivano il clero deputato a eleggere i papi invocando la ragion di stato, armeggiavano con le pressioni delle diplomazie e la minaccia della forza, oggi si fa altrimenti, si usa il controllo onnipervasivo dell’opinione pubblica, s’inventano fatti, rivelazioni segrete non verificabili, o si rinfocolano e deformano e personalizzano sospetti e ombre che una lunga stagione di delazione anonima, di negoziato finanziario risarcitorio, di pregiudizio anticlericale ha lasciato posarsi su settori decisivi della chiesa come istituzione umana, cercando di assoggettarla alle regole del secolo, di democratizzarla a viva forza, di imporle un modo ideologicamente corretto di sentire i problemi morali, di impedirle il governo delle anime a fronte del peccato come area distinta dalla denuncia del reato.

Credo di avere compreso la questione, che non è riconducibile solo alla maldicenza come stile professionale o ai complotti anticattolici, quando a New York qualche anno fa tentai invano di spiegare a una militante liberal dell’Upper West Side che la legge americana poteva arrestare l’arcivescovo di Boston, se colpevole di reato, e sottoporlo a giusto processo, quando voleva; ma la legge e la società americana non potevano assecondare una barbarica campagna di sospetto e di odio sui modi in cui i vescovi governano le anime dei loro preti e dei loro fedeli: lì si entrava in un altro ordine del discorso, quello dell’autonomia del fatto religioso, della libertà della chiesa, e conseguentemente si poteva criticare, incalzare, pretendere tutta la trasparenza del mondo, ma non criminalizzare e sputtanare con metodi poco ortodossi, con richieste di risarcimento e delazioni a molti anni di distanza che puzzano di combine lontano un miglio. Quella è una caricatura del liberalismo.

Tantomeno, oggi, è tollerabile l’uso elettorale in Conclave dello scandalismo di questi anni e del sospetto sulla tenuta personale, di fronte ai peccati del clero, dei cardinali chiamati a eleggere il Papa. Ci domandavamo nei giorni scorsi, denunciando la strategia della calunnia e il silenzio corrivo dei cattolici di fronte ad essa, se i paolini siano diventati pazzi, e adesso c’è solo da sperare che questa domanda se la rivolgano direttamente loro stessi: sottoporre a referendum tra i lettori di Famiglia cristiana il diritto, che è un dovere canonico, dei cardinali a partecipare al Conclave: che idea basso-secolarista, quale bizzarro calco del morboso a mezzo stampa con cui in tanti vorrebbero una chiesa a bocca chiusa e la fine nell’umiliazione e nel disdoro, nell’impotenza e nell’intimidazione, di un ciclo papale, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, che ha dato al mondo alcune delle azioni e delle idee più efficaci a tutela della sua libertà, dalla vittoria sul comunismo alla messa in questione delle certezze scientiste sulla manipolazione della vita umana e sul prepotere del relativismo immoralista che schiaccia i canoni ovvi di una vita decente.

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