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Le Femen contro il vescovo è solo l’ultimo caso. L’Occidente è anticristiano?

aprile 25, 2013 Aldo Vitale

Il mondo occidentale non sembra più tenero nei confronti del cristianesimo di quanto lo siano in oriente o di quanto storicamente siano stati i regimi totalitari del XX secolo

L’aggressione subita dal vescovo Andrè Leonard di Bruxelles dal solito gruppo di erinni inferocite, cioè le femen, è soltanto l’ultima di una lunga serie di atti persecutori pressoché quotidiani nei confronti dei cristiani in genere e dei cattolici in particolare.
Le persecuzioni attuali che si verificano nel mondo intero, soprattutto all’ombra dei regimi comunisti asiatici, o all’interno delle turbolente società islamiche africane, costituiscono fatti notori non necessitanti di ulteriori considerazioni.
Ciò che invece merita una riflessione è un’altra dimensione del fenomeno persecutorio, cioè quanto avviene nell’ambito di sistemi, società, Paesi che tutti oggi avrebbero dubbi nel definire pacificamente democratici, laici e moderni come quelli che fanno parte del mondo occidentale.
Tuttavia, il mondo occidentale non sembra più tenero nei confronti del cristianesimo di quanto lo siano in oriente o di quanto storicamente siano stati i regimi totalitari del XX secolo.

Con un inizio soft, per procedere sempre con più vigore, infatti, è oramai da alcuni anni che in occidente si conduce una vera e propria guerra culturale contro la tradizione, la storia, i valori, i riti, i simboli, il sentimento religioso, la libertà e i diritti dei cristiani, con la scusa del rispetto del multiculturalismo, della aconfessionalità degli Stati, della separazione tra Stato e Chiesa, della tolleranza nei confronti degli immigrati, della libertà di coscienza di chi professa un credo diverso da quello cristiano o da chi non ne professa alcuno, e così via.
Numerosi, del resto, sono stati i casi che, se solo non avessero avuto come oggetto la religione cristiana, avrebbero costituito il fondamento della legittimazione per gridare alla discriminazione, all’intolleranza, alla violazione dei diritti fondamentali.

Celebri, tra i più recenti, sono i casi di licenziamento di persone allontanate dal proprio ambiente lavorativo in quanto indossavano una croce: esemplari il caso della hostess inglese e dell’infermiera.

In Italia non va di certo meglio, posto che se da parte di tutti si deplorarono le famose magliette leghiste che sbeffeggiavano Maometto come un palese segno di intolleranza religiosa, i giornali e la cultura laicista, dopo aver fatto la morale, non perdono occasione per insultare, offendere, denigrare, sminuire, deridere la tradizione cristiana in genere, quella cattolica in specie e la Chiesa in particolare, come ebbe modo di dimostrare Il Fatto Quotidiano nel maggio del 2011 in occasione della beatificazione di Giovanni Paolo II.

In Spagna pochi ricordano che nell’aprile del 2011 alcune influenti associazioni femministe, socialiste ed ateistiche proposero di bruciare le chiese durante il periodo di Pasqua dietro lo slogan “La única iglesia que ilumina es la que arde”, come si legge dalle colonne de La Razon; non c’è da stupirsi, dunque, se qualche giorno dopo qualcuno tentò di appiccare un incendio alla Sagrada Familia.

In Canada, da pochi giorni, si è saputo che è stato addirittura vietato l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica in quanto ritenuto incompatibile con la politica statale di riconoscimento delle unioni diverse da quella familiare fondata sul rapporto di uomo e donna.

Il problema, tuttavia, qui non si esaurisce, dovendosi accennare alla questione dei simboli religiosi. Su questo tema sarebbe opportuno avere lo spazio di un vero e proprio trattato e perciò si metteranno da parte le questioni più strettamente filosofiche o giuridiche, limitando l’indagine di questa sede ad una mera ricognizione comparatistica che già di per sé mette in rilievo le contraddizioni e le difficoltà del caso.

Se in Inghilterra, come già visto, si licenziano i dipendenti perché indossano simboli cristiani, sempre in Inghilterra si garantisce, in eccezione ad ogni normativa di semplice ordine pubblico, che i Sikh possano andare in giro liberamente con i loro kirpan, cioè con i loro pugnali sacri, i quali, sebbene nella ritualità dei Sikh non possano mai essere utilizzati come strumenti offensivi, sono e rimangono comunque delle armi bianche potenzialmente in grado di offendere se utilizzate a tal fine ( nonostante ciò che una non molto acuta giurisprudenza italiana ha ritenuto in merito).
Insomma, in Inghilterra una croce sacra è più problematica e pericolosa di un pugnale sacro.

Si evince chiaramente che o si tratta di una ingenua contraddizione frutto di immaturità intellettuale e culturale, o vi è qualcosa di preordinato, cioè una ferma e precipua volontà di discriminare i cristiani.

Le cause di tanta ostilità nei confronti del Cristianesimo sono le più varie, sebbene si possa rintracciare in una specifica dicotomia (negativo/positivo) la fonte principale. La cultura europea degli ultimi tre secoli può essere ripartita in tre fasi: una di antropocentrizzazione assoluta a seguito della rivoluzione francese nel XVIII secolo; una di scientificizzazione assoluta a seguito della rivoluzione positivistica del XIX secolo; una di disumanizzazione assoluta a seguito delle rivoluzioni e dei regimi materialistici e paganeggianti del XX secolo.

Gli ultimi tre secoli sono stati i secoli dell’uomo per l’uomo, dell’uomo contro Dio e poi dell’uomo contro l’uomo, poiché, come ha precisato Nikolaj Berdjaev «l’umanesimo dei tempi moderni è superato e lascia il posto, nella cultura e nella vita sociale, al suo contrario, alla negazione, cioè, dell’immagine dell’uomo. Là dove non c’è Dio, non c’è l’uomo».
Sulla scorta dei fatti del XX secolo costruiti sulle riflessioni del XIX secolo sgorgate dalle passioni del XVIII secolo, ha ben notato Albert Camus che l’uomo in rivolta contro il divino, una volta sfuggito alla prigione di Dio, ha avuto come prima cura quella di «costruire il carcere della storia e della ragione».

A fronte di questa assolutizzazione di una cultura anti-religiosa, si potrebbe dire negativa, si è costruita una cultura positiva, nel senso di una cultura che afferma l’uguaglianza totale, cioè la relativizzazione assoluta, di tutte le religioni.
Insomma, oggi si può scegliere o per un odio totale nei confronti della religione in genere e di quella cristiana in particolare, o per un cieco indifferentismo che pone l’uomo contemporaneo in una posizione di asettica equidistanza da ogni religione garantendogli, anzi, la possibilità di scegliere da ognuna di esse, come in un supermarket della fede, o in un self-service dello spirito (per parafrasare la formula che Legendre ha utilizzato per la dimensione del diritto), la parte che preferisce, nell’ottica di un assoluto sincretismo individuale.

In parziale conclusione, si possono considerare le parole di un ex-marxista incallito, sulla cui laicità dunque non possono nutrirsi dubbi, del calibro di Bernard-Henri Levy che così ha scritto: «Oggi i cristiani formano, su scala planetaria, la comunità più costantemente, violentemente e impunemente perseguitata […]. O si aderisce alla dottrina criminale e folle che mette in competizione le vittime (a ciascuno i propri morti, a ciascuno la propria memoria e, fra gli uni e gli altri, la guerra dei morti e delle memorie) e ci si preoccupa soltanto delle “proprie” vittime. Oppure la si rifiuta e con la stessa energia, stavo per dire la stessa fede, si denuncia l’odio planetario, l’ondata omicida di cui i cristiani sono vittime e di cui la loro vecchia condizione di rappresentanti della religione dominante o, in ogni caso, più potente, impedisce di prendere coscienza. Esiste un permesso di uccidere quando si tratta dei fedeli del “papa tedesco”? Un permesso di opprimere, umiliare, martirizzare, in nome di un’altra guerra delle civiltà non meno odiosa della prima? Ebbene no. Oggi bisogna difendere i cristiani».

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