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Le due vite di Scalfaro. Per cinquant’anni nella Dc e per venti nel Pd

febbraio 2, 2012 Luigi Amicone

Dai rimbrotti per le spalle scoperte delle signore alle presentazioni dei libri di Capanna. Da Scelba, passando per Craxi, fino ad Alex Britti. Giusto celebrare l’ex presidente della Repubblica, ma occorre farlo raccontando tutta la sua storia. Senza omissioni. Come in quell’occasione in cui pronunciò il famoso “io non ci sto”.

Ricordando la sua attitudine poco presidenziale a parteggiare per i governi ribaltonisti e per gli avversari dell’elettorato di Silvio Berlusconi, vi è chi si è ferocemente discostato dalle celebrazioni in morte di Oscar Luigi Scalfaro, ricordando un certo suo passato da “sepolcro imbiancato”. Un giudizio pesante e, forse, ingeneroso.
Piuttosto che sepolcrale, Scalfaro fu magari lievemente superbo e vanesio nell’incarnare un’istituzione quirinalizia che egli sembrò rappresentare, almeno a tratti, come addirittura sovrumana. Mai rinunciando a portare al bavero una spilletta di intonsa religiosità, Scalfaro ha anche rappresentato bene una certa severità censoria. E che bella erre arrotata lo compungeva quando si trovava a biasimare certi cattivi costumi berlusconiani e le “spalle scopevte” di signore della buona e cattiva società (come quella che nel ‘50 incrociò in una trattoria e che divenne oggetto della prima intemerata scalfariana)! Ma insomma, una certa sua iattanza istituzionale e propensione all’imposizione etica, non basta a definire Scalfaro un “fariseo” di evangelica memoria.

Che c’è di male, in fondo, in un cattolicesimo un po’ moralista? Si sapeva, ad esempio, che, appena finita la guerra, da magistrato e moralista egli ricoprì il ruolo dell’accusa e diede manforte ai tribunali speciali. Come quello d’emergenza in cui si applicò nella sua Novara – «un tribunale militare di partigiani» lo definì lo stesso Scalfaro – dove nel 1945 ottenne la pena di morte per cinque militari italiani incriminati di «collaborazione con il tedesco invasore». Però è anche noto che egli provò sincero rincrescimento per quei fatti occorsi nell’«incandescente clima post-bellico». Il futuro presidente della Repubblica italiana aveva avuto il potere di far scorrere il sangue degli italiani vinti. Purtroppo, quando se ne pentì, si rese conto di non avere il potere di resuscitarli.

Così, dopo che nel ’46 lasciò la toga per abbracciare la carriera politica (a partire dall’Assemblea Costituente dove venne eletto tra i più giovani della Dc), per quasi mezzo secolo Scalfaro rappresentò la parte più reazionaria della Dc e, addirittura, fu ministro degli interni del feroce Bettino Craxi. Come si spiega la dimenticanza di questi trascorsi nei necrologi celebrativi? Si spiega col fatidico 25 maggio 1992. Quando 48 ore dopo la strage di Capaci, sull’onda dello shock provocato dall’omicidio Falcone a Palermo (e dell’avvio di Mani Pulite a Milano), alla sedicesima votazione un parlamento diviso e atterrito elegge Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica. Fu allora, alla tenera età di 74 anni, che “il reazionario democristiano” si trasformò nel giovane Virgilio cantore della nuova Repubblica.

Ecco, tutt’al più a Scalfaro si può rimproverare la mancata spiegazione e approfondimento di questa sua svolta davvero epocale. Per esempio: di un Carlo De Benedetti, che fu uno dei principi elettori e protettori della presidenza scalfariana (e poi ciampiana), si può dire quel che si vuole. Si può criticarlo come imprenditore dal passaporto svizzero e, al tempo stesso, banditore disinteressato della Costituzione italiana. Si può dargli del Titiro che sub tegmine fagi dei presidenti amici si inventò le dismissioni Olivetti, le immissioni di Omnitel e le scatole cinesi della finanza che non evade il fisco. Però De Benedetti è anche uno che ha avuto le palle di dire al Financial Times «ho pagato le tangenti, lo rifarei, quello era il sistema». Uno che al suo giornalista Federico Rampini ha fatto scrivere papale papale che «senza i nostri giornali la sinistra non sarebbe andata al governo». E che adesso, finiti i vent’anni di inseguimento a Silvio (e incassati i 560 milioni di pendenze), può addirittura ammettere salomonicamente che Mani Pulite «fu fatta evitando di toccare il Pci».

Insomma, il laico De Benedetti è di tutt’altra stoffa di un cattolico che a Repubblica trasferì idealmente l’inginocchiatoio che aveva in casa di Novara e la cui linea editoriale servì con zelo orante e filantropico fino all’ultimo respiro. Tant’è che, nella sua ricordanza su Repubblica, il buon Filippo Ceccarelli indulge nel rappresentare Scalfaro con toni anche un po’ troppo naif. «Colpisce con quanta naturalezza l’arcigno conservatore Oscar Luigi Scalfaro, allievo di Mario Scelba e nemico giurato del primo centrosinistra, si trovasse a suo agio a fianco di Umberto Eco, di Ingrao, di un ex Pot-Op come Pancho Pardi, come pure a guidare il comitato elettorale di Veltroni, ma anche a rappresentare i libri di Mario Capanna e una volta lo si vide persino su un palco con il cantautore Alex Britti». Sì, in effetti colpisce. Colpisce come di Scalfaro si ricordi solo la simpateticità con un certo giro di seconda Repubblica. E colpisce – altro esempio – come la storia del mitico “Io non ci sto” col quale Scalfaro rigettò a reti unificate l’accusa di aver intascato soldi dal Sisde, sia raccontata solo per metà.

Quale storia? Eccola. Era il 1994. Nel 1995, dopo che una commissione di indagine sui fondi Sisde presieduta da Filippo Mancuso (magistrato che lo stesso Scalfaro “propose” come Guardasigilli nel governo ribaltonista Dini) appurò che le cose non stavano esattamente come aveva spiegato agli italiani l’indignato “Io non ci sto” di Scalfaro. Lo stesso Scalfaro non chiarì perché l’anno prima aveva detto di non averli presi e adesso diceva «sfido chiunque a dimostrare di aver preso soldi per fini non istituzionali». Non si tardò a capire cosa era successo, quando con procedura davvero inedita nella storia della Repubblica, nel maggio 1995 il ministro della Giustizia Filippo Mancuso subì una sfiducia ad personam e l’esautoramento dall’incarico senza che il governo Dini rassegnasse anch’esso le dimissioni.

Il ministro Mancuso se ne andò, ma non senza prima aver lasciato al Parlamento riunito per sfiduciarlo la catilinaria in cui il Guardasigilli rivelò i rapporti avuti con il presidente della Repubblica nel 1993. Quando, per l’appunto, trovandosi a presiedere i lavori del “Comitato d’inchiesta amministrativa sulla gestione dei fondi Sisde” «una sera fui amichevolmente prelevato a casa del Segretaro Generale e, per la prima e ultima volta, condotto nell’abitazione privata dell’On. Scalfaro». Segretario e Presidente, non avevano apprezzato le formulazioni contenute nella conclusione dell’inchiesta sul Sisde. «Entrambi mostrandosi scontenti e preoccupati della formulazione anzidetta – in negativo e di portata relativa – mi parlarono di conseguenza. Concordemente e insistentemente dissero che avrebbero preferito che quella formula, data l’impossibilità di revocarla o di modificarla, venisse integrata, in una nuova riunione del Comitato. Integrata in maniera che, venisse invece esplicitato – e questa volta in positivo e in assoluto – che era stato accertato che i Ministri medesimi non avevano mai percepito nessuna somma di provenienza Sisde».
 

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