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Le armi che uccidono in Siria parlano lingue balcaniche

marzo 21, 2017 Rodolfo Casadei

Dall’Europa centrale e dai Balcani 1,34 miliardi di dollari di armi a quattro paesi musulmani (per due terzi all’Arabia Saudita) che le hanno girate ai ribelli siriani.

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Centinaia di migliaia di morti e di feriti, distruzioni immani, ondate bibliche di profughi in tutto il Medio Oriente e in Europa, nessun vincitore sul terreno, stallo dei negoziati per la pace: sei anni di guerra civile in Siria sembrano non avere portato vantaggi a nessuno, solo danni e perdite catastrofiche. In realtà uno sguardo disincantato sulla tragedia individua il profilo di cinici vincitori: i produttori e i mercanti di armamenti. Ma ad essersi avvantaggiati economicamente della carneficina non sembrano essere stati (almeno in base ai dati e alle inchieste fino ad ora disponibili) i paesi che capeggiano la classifica internazionale dei fornitori di armamenti (Usa, Russia, Germania, Francia, Regno Unito e Cina), bensì gli outsider balcanici. Fra essi risalta la Croazia, che secondo una recente inchiesta del Birn (il Network di giornalismo investigativo balcanico) ha venduto armi per 87,5 milioni di dollari all’Arabia Saudita nel solo 2016.

Dal regno wahabita i container hanno preso la via della Siria, secondo un collaudato schema triangolare che stavolta non ha per destinazione il governo di uno stato canaglia, ma le forze ribelli, in questo caso quelle che da duemila giorni combattono il regime di Damasco e i suoi alleati. Riyadh avrebbe dovuto garantire che i carichi letali arrivassero soltanto nelle mani di gruppi combattenti vistati e approvati dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, ma così non è mai stato: sin dall’inizio le armi sono finite nelle mani di Jabhat al Nusra (oggi Fatah al Sham, consociata siriana di Al Qaeda), di milizie salafite gradite ai sauditi e infine in quelle dell’Isis. A causa di compravendite fra i vari gruppi, passaggi di comandanti e combattenti dai gruppi affiliati al Libero esercito siriano a quelli islamisti radicali, o come esito di lotte fra le varie fazioni, di razzie, ecc.

Il profitto per le casse dello stato croato è considerevolissimo per una fondamentale ragione: non si tratta di armi di recente produzione, ma di “fondi di magazzino” delle guerre balcaniche degli anni Novanta del XX secolo. La prova? Il tipo di armi individuate dalle inchieste giornalistiche: si tratterebbe in gran parte di proiettili per armi leggere, bombe da mortaio, razzi, lanciagranate e lanciarazzi, tutte cose che l’industria militare croata ha smesso di produrre da tempo o non produce più in grande quantità. Documenti del ministero della Difesa croato mostrano che negli anni 2013 e 2014 la Croazia si è liberata grazie alle esportazioni di 5 mila tonnellate di armi delle 18 mila depositate nei suoi arsenali. Non è difficile immaginare che il boom del 2016 abbia la stessa origine: nel giro di nove mesi Zagabria ha venduto a Riyadh più armi che nei quattro anni precedenti sommati insieme. Non è difficile immaginare le ragioni dell’accelerazione degli acquisti da parte dei sauditi: a partire dal settembre 2015 forze armate russe avevano fatto la loro apparizione sul teatro bellico siriano, il livello dello scontro doveva essere alzato per evitare la prevedibile sconfitta dei ribelli.

L’andamento delle esportazioni di armi croate verso paesi del Medio Oriente è assolutamente peculiare. Fino al 2012 l’export dalla Croazia alla Giordania è pari a zero, poi improvvisamente segna 6,5 milioni di dollari in quell’anno e si impenna a 39,7 milioni l’anno successivo. Esce però allora un’inchiesta giornalistica del New York Times che svela come quelle armi siano in realtà pagate con fondi dell’Arabia Saudita e trasportate in Giordania con la supervisione della Cia, per farle avere ai ribelli siriani di là della frontiera. Probabilmente Amman non gradisce la pubblicità, perché l’anno dopo l’import militare giordano dalla Croazia torna ad essere zero. Sbuca invece dal nulla il mercato saudita: nel 2014 il reame wahabita risulta aver importato 37,2 milioni di dollari di munizioni semplici e di artiglieria e 3,3 milioni di dollari di lanciarazzi e lanciagranate dalla Croazia. Il 2015 sarà anno di bonaccia, poi nel 2016 il boom detto all’inizio. In tutto, in tre anni l’Arabia Saudita ha importato dalla Croazia 124 milioni di dollari di armamenti, per oltre il 90 per cento munizioni di artiglieria e per armi leggere.

La Croazia non è stata fino ad oggi l’unica beneficiaria di vendite di armi triangolate ai ribelli siriani, e probabilmente nemmeno la numero uno: secondo un’inchiesta della Birn dello scorso anno, dall’inizio del 2012 alla metà del 2016 otto paesi dell’Europa centrale e balcanica (Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Montenegro, Repubblica Ceca, Romania, Serbia e Slovacchia) hanno esportato armi e munizioni per un valore di 1,34 miliardi di dollari in quattro paesi noti per essere sostenitori dei ribelli siriani. Si tratta di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Turchia. La parte del leone in questi contratti l’ha fatta l’Arabia Saudita, destinataria di 829 milioni di dollari di armamenti. Anche il piccolo Montenegro è entrato nella lista dei fornitori degli arsenali sauditi: fra l’agosto 2015 e il maggio 2016 ha consegnato 32 tonnellate di armi anticarro e 250 tonnellate di munizioni, inclusi proiettili per mortaio e per contraerea, per un valore pari a 2,7 milioni di euro.

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