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Le anime morte di Nazran

gennaio 1, 1999 Micalessin Gian

Ceceni e russi di Cecenia, prostrati e impotenti sotto le tende e fra
i vagoni del campo profughi Sputnik, maledicono Putin, Eltsin, Basaiev, Mashkadov e tutti i loro soldati. Dietro di loro le rovine delle case abbandonate, davanti a loro il nulla. Nessuna missione Arcobaleno in vista per queste anime morte. Dal nostro inviato sul fronte ceceno

Nazran, Inguscezia. Dicono che il popolo russo sia molto contento di questa guerra. Dicono che Vladimir Putin, grazie ad essa, diventerà presidente. Per il momento, grazie ad essa Putin ha regalato al partito di Eltsin il 25 per cento dei voti nelle elezioni per il rinnovo della Duma, il parlamento russo. Ljudmilla ha 41 anni e fa anche lei parte del popolo russo. Ma non sembra tanto entusiasta. Fino a qualche settimana fa abitava a Grozny. Ora questa bionda signora russa e la figlia sedicenne sono finite anch’esse in una di queste tende verdi sprofondate nel fango al confine tra Inguscezia e Cecenia. Sono due rappresentanti di quella sfortunata comunità russa che nonostante la precedente guerra ha continuato a vivere nella capitale cecena. Figlie dei pionieri mandati da Stalin a colonizzare la provincia dopo la deportazione dei suoi abitanti sono rimaste prive, con gli anni, di ogni contatto con la madrepatria. Nel bene e nel male la Cecenia è diventata anche la loro terra. Ma ora la loro casa è una tenda del campo Sputnik.

Russi che rovinano altri russi Chissà perché lo chiamano campo Sputnik. Di spaziale qui c’è solo il rumore dei bombardieri in volo verso la Cecenia. La frontiera è a una manciata di chilometri. Ljudmilla alza le mani al cielo e maledice i suoi confratelli piloti. “Ma lo sapete quanti russi sono costretti a vivere sotto le bombe a Grozny, sapete quanti russi come me vivono in questo campo? – Ljudmilla parla, alza le mani al cielo e maledice Putin, i generali e i piloti – Ma che guerra tra russi e ceceni. Questa è una guerra tra banditi. Banditi russi da una parte e banditi ceceni dall’altra”. Gli occhi azzurri di Ljudmilla si guardano intorno e incontrano gli occhi neri delle donne che la circondano. Quegli altri occhi fanno cenno di sì. “Ljudmilla ha ragione”, dicono gli sguardi di decine di donne cecene. “Qui a Grozny tra noi e i russi non c’è nessuna differenza. Disgraziati noi, disgraziati loro”, spiega Khavra Musostova. Ha trent’anni, è scappata da Alkhan Jurt, una cittadina a due chilometri da Grozny, due settimane fa. Ora vive anche lei nel fango del campo Sputnik. Il numero dei profughi in Inguscezia sta superando quello degli abitanti: 246mila ceceni contro meno di 250mila inguscezi. In questa seconda guerra tra russi e ceceni l’Inguscezia rappresenta una sorta di terra di nessuno. Appartenenti allo stesso ceppo etnico e legati tra loro da antiche tradizioni di clan gli inguscezi e i ceceni sono di fatto quasi lo stesso popolo. Nel 1943 mentre le truppe del Terzo Reich si avvicinavano a Grozny, inguscezi e ceceni si sollevarono contro l’Urss. Nel 1944 Stalin fece deportare entrambe le popolazioni in Kazakistan. Graziati da Kruscev inguscezi e ceceni cominciarono a fare ritorno alle loro case soltanto nel 1956. Nel 1995, durante la prima guerra cecena, Nazran (capitale dell’Inguscezia) e i suoi territori rappresentavano una sicura retrovia per la guerriglia di Grozny. Messi nell’impossibilità di aiutare i loro cugini ormai troppo compromessi, gli inguscezi sono oggi comunque riusciti a impedire la presenza dei soldati russi sul proprio territorio. Le truppe di Mosca possono soltanto muoversi lungo l’arteria E28 che da Mozdok, ultima retrovia russa, conduce al confine ceceno. Ma le autorità, di Nazran non sono più nemmeno in grado di sostenere il peso di un quarto di milione di profughi sul proprio territorio. Il presidente Ruslan Aujha ha già fatto sapere che entro il 26 dicembre i rifugiati dovranno fare tutti rientro in Cecenia, nelle zone controllate dai russi. La domanda ora è “chi li convincerà?”. “Tre giorni fa sono andata a vedere se era possibile tornare, – racconta Khavra Muhostova – sono andata a Alkhan Jurt è ho trovato solo rovine. La nostra casa era distrutta. I soldati russi hanno rubato tutto e poi l’hanno data alle fiamme. Non ho più nessun posto dove tornare. Non ci si può fidare dei russi”.

Delusi da Mashkadov, ostaggi di Basaiev Ma la verità è che queste 250mila anime morte, sperdute nella melma e nel gelo dell’Inguscezia, non si fidano proprio più di nessuno. “Di chi dovremmo fidarci? Del nostro governo che in due anni non ha fatto niente? Dei terroristi pagati dagli arabi che volevano conquistare il Daghestan per ringraziarlo dell’aiuto datoci nel 1995, quando combattevamo la prima guerra contro i russi? Guardate in che condizioni siamo finiti”. Bejlan Magomadov se ne sta accovacciato nel fango assieme a un bambino, a un vecchietto e ad altri due uomini. In un secchio, trasformato in braciere, arde un po’ di nafta. Le mani e i volti si protendono verso le vampate calde. All’estremità Ovest il campo Sputnik rivela il suo volto più irreale. Sulla massicciata della linea ferroviaria sostano immobili 182 vagoni. Sembrano saltati fuori da un museo del trasporto su rotaia, invece sono il contributo della Russia per l’accoglienza ai profughi. 182 vagoni abbandonati sulla linea ferroviaria in cui vivono come sardine in scatola 10mila esseri umani. “Guardate – grida Aslan – questo è il futuro che il nostro presidente Mashkadov ha regalato al proprio popolo. Nel 1996 lo abbiamo votato tutti. Gli abbiamo dato tutta la nostra fiducia. E lui cosa ha fatto? Niente, è rimasto a guardare mentre Basaiev e gli altri banditi rubavano, rapivano e si arricchivano coi soldi degli arabi. Così i russi hanno avuto la scusa buona per tornare”. Dentro il serpente di ferraglia abbandonato sui binari la vita è una sorta di limbo tra morte e sopravvivenza. Ammassate per scompartimenti le famiglie cecene sembrano umanità in viaggio verso l’inferno. Ma l’inferno è l’immobilità di questo convoglio attraversato da fetore e sofferenza, miseria e sporcizia. Qui i corpi si ammassano, i piedi si calpestano, il vociare e il pianto dei bambini si sovrappongono. Una babele di dolore. Ma neppure le anime perdute di questi vagoni vogliono tornare.

La macchina umanitaria ignora la Cecenia “Quando i russi sono entrati ad Alkhan Jurt hanno svuotato le cantine dove si era rifugiata la nostra gente a colpi di bombe a mano, – racconta Aslan – eppure nel villaggio non era rimasto neppure un combattente. I russi ci odiano, il nostro governo se ne frega e sta a guardare. I banditi alla fine troveranno un modo per salvarsi la pelle. Soltanto noi siamo qui senza soldi, senza vestiti e senza cibo”. “Abbiamo i pidocchi ma non c’è nemmeno un po’ d’acqua per lavarci. Siamo malati, ma qui non si è visto neppure un dottore da due mesi – grida Adishat, una signora di 63 anni con addosso soltanto un sottile vestito a fiori, lo stesso che indossava a settembre quando scappò dai primi bombardamenti di Grozny – non posso neppure uscire perché muoio congelata. Per fare due passi devo chiedere un maglione in prestito. Ho perso tutto e vivo prigioniera in questo treno. Chi ci aiuterà? La nostra unica speranza è l’Occidente, ma fino a oggi non abbiamo visto niente”. Difficile vedere l’Occidente qui a Nazran. O perlomeno quella parte dell’Occidente che più farebbe al caso di questi 250mila profughi. Di delegazioni umanitarie non si vede proprio traccia. Le cattive memorie cecene, il ricordo degli occidentali rapiti e qualche volta orrendamente trucidati, la pessima fama dei ceceni, tengono alla larga dall’Inguscezia gran parte delle organizzazioni umanitarie che di solito frequentano le retrovie della guerra. Basti pensare che l’Alto commissariato per i profughi ha qui soltanto una piccola unità formata da 15 operatori arruolati in Inguscezia.

Eppure l’emergenza cecena dura ormai da oltre due mesi, con cifre di sfollati simili a quelle del Kosovo. Là i volontari si contavano a centinaia di migliaia, qui non sono più di qualche decina. “Fino a una settimana fa non avevamo neanche da mangiare, – racconta Larissa, 32 anni, la responsabile di un blocco di 140 tende nel campo di Sputnik – poi quando i giornalisti sono cominciati ad arrivare e le televisioni hanno cominciato a trasmettere le nostre interviste qualcosa si è mosso. Adesso abbiamo diritto a una zuppa e a mezza pagnotta a testa al giorno. Ma di certo non basta. E poi guardate come viviamo. In ogni tenda devono stare quattro famiglie. Qualche volta più di venti persone. Siamo come topi in fuga”. Ma a qualcuno va anche peggio. “È una settimana che giro, piango, chiedo una tenda – grida Zulfika, una donna di 31 anni con un bimbo in braccio – guardatemi: sono sola con il mio bimbo. Mio marito è rimasto a Grozny a guardare la casa. Non so neanche se sia vivo o morto. Per arrivare qui e pagare i soldati ho dovuto vendere tutto quello che avevo. Ho venduto le provviste di zucchero e i vestiti. Ora non mi è rimasto niente. Ma qui non riesco ad avere nemmeno un posto in una tenda. Tutte le notti faccio un giro nel fango a chiedere a qualcuno di ospitarmi. I responsabili del campo hanno detto che mi aiuteranno, ma anche stanotte non so dove dormire. Dove finiremo io e mio figlio? Chissà, forse moriremo di freddo stanotte. Forse non vedremo neanche il sole di domani”.

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