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Allarme occupazione in Lombardia. Giovani e anziani pagano il prezzo più alto Numeri e grafici

luglio 1, 2013 Matteo Rigamonti

Assolombarda ha presentato i risultati dell’indagine sul mercato del lavoro nella provincia di Milano e in tutta la regione. E propone un ponte generazionale per far sì che i giovani imparino da chi si avvia verso la pensione

Anche in Lombardia è allarme occupazione. Sebbene infatti la locomotiva d’Italia e in particolare la città di Milano godano ancora dei benefici derivanti dalla concentrazione di professionalità altamente qualificate, la disoccupazione cresce verso il 9 per cento (ora è ferma all’8,7 per cento) senza considerare le ore di cassa integrazione. Dell’andamento del mercato del lavoro in Lombardia nell’anno della riforma Fornero e delle prospettive future si è parlato oggi in un convegno promosso da Assolombarda nell’ambito del quale sono stati presentati anche i risultati dell’indagine sul mercato del lavoro nell’area della vecchia provincia milanese, Lodi e Monza e Brianza comprese. Oltre al neo direttore generale di Assolombarda Michele Angelo Verna, sono intervenuti, tra gli altri, Stefano Colli Lanzi, amministratore delegato di Gi Group, Emilia Rio, direttore risorse umane e patrimonio immobiliare di A2A e Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro al Senato.

I PICCOLI FANNO PIU’ FATICA. A Milano la disoccupazione è più contenuta (7,8 per cento) che nel resto del Paese e in Lombardia, ma d’altra parte, come è stato riconosciuto da parte di tutti i relatori, se la ripresa tarda ad arrivare e senza crescita, il mercato del lavoro difficilmente invertirà la tendenza. E che sia ancora troppo presto per parlare di ripresa è universalmente riconosciuto; fine caduta sì, ma non certo ripresa.
A confermarlo è soprattutto un dato: nell’area milanese la bilancia occupazionale, ossia la differenza tra il numero dei nuovi assunti e i contratti cessati, è risultata praticamente nulla, pari a più 0,2 per cento. Pure in Lombardia si registra un pareggio di fatto, seppur in presenza di un dato negativo di modesta entità (meno 0,7 per cento) nel manifatturiero, compensato, però, da un miglioramento nel terziario (più 4,1 per cento). Anche se, va detto, sono le grandi imprese a far registrare saldi positivi, mentre la situazione peggiora al decrescere delle dimensioni dell’impresa.

PENALIZZATI GIOVANI E ANZIANI. A pagare maggiormente il costo dell’emergenza occupazionale nel 2012 sono soprattutto i giovani precari e i lavoratori anziani, penalizzati i primi dalla stretta sui contratti flessibili e i secondi dalla posticipazione della data di pensionamento voluta dal governo Monti. Per entrambe le categorie sociali ci si trova di fronte a una situazione di perdita occupazionale secca. Motivo per cui, oltretutto, ad Assolombarda continuano a sottolineare l’importanza del “Ponte generazionale”, proposta già sperimentata dalle aziende della chimica e del farmaceutico che invita i dipendenti anziani già in odore di pensione a passare negli ultimi tre mesi a un contratto part time a favore dell’ingresso di nuovi giovani da formare e far crescere professionalmente. Un’esperienza che si auspica possa essere estesa sempre più. Nel frattempo, però, in un anno, il tasso di conversione dei contratti a termine in contratti a tempo determinato è sceso dal 41 al 33 per cento.

LA RIFORMA NON FUNZIONA. Più in generale dall’indagine è emerso che l’impatto della riforma è stato piuttosto contenuto. Il dato più evidente è la tendenziale propensione a sostituire i contratti di inserimento con l’apprendistato, forma contrattuale che, però, è giudicata ancora troppo costosa (20 mila euro l’anno, solo 6 mila euro in meno, per esempio, di un operaio) per decollare. Non un caso che coinvolga solo il 7 per cento dei lavoratori milanesi. E da questo punto di vista l’apprendistato è ancora molto meno utilizzato che in altri paesi come la Germania.
Ad ogni modo, i relatori hanno convenuto che a penalizzare il mercato del lavoro in Lombardia e in Italia è, ancora una volta, l’elevato costo del lavoro. Deficitario, rispetto ad altri paesi dell’Unione europea è anche la percentuale di spesa pubblica destinata alle politiche attive per il lavoro, solo il 6 per cento dei 27 miliardi di euro spesi in totale, mentre siamo in linea per quanto riguarda le politiche passive con l’80 per cento del totale.
Diminuiscono lievemente invece le ore lavorate (da 1.567 per dipendente nel 2011 a 1.563 nel 2012) ma gli stipendi rimangono fermi (è di circa 35 mila euro l’anno lo stipendio medio di un lavoratore in un’impresa lombarda) sia per impiegati sia per operai, essendo cresciuti mediamente del 2 per cento, ossia meno dell’inflazione (3 per cento nel 2012). Come sempre di questi tempi, infine, mentre si contraggono i consumi, gli unici risultati positivi provengon0 dall’export.

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