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Il lavoro minorile, la solitudine, la rinascita. Storia di Mario, il “bimbo vecchio” che è ritornato giovane

maggio 24, 2015 Chiara Rizzo

Storie di nove ragazzi di Palermo che sono ringiovaniti grazie a un progetto di reinserimento sociale. «Nessuno mi aveva mai detto: “Bravo”»

COP Strada che spunta«Sono stato bambino sino a dieci anni, poi sono invecchiato» dice Mario, oggi 22 anni, raccontandosi nel libro Strada che spunta (Flaccovio editore, euro 12) della giornalista Alli Traina, appena arrivato in libreria. La storia di Mario è una delle nove vicende vere, raccolte ai margini di una città alla periferia del Paese: Mario e gli altri ragazzi, infatti, vivono nei quartieri disagiati di Palermo. Un’appartenenza che non è solo geografica, visto che tutti i ragazzi dello Zen, come quelli della Zisa o di Ballarò, sembrano portare le medesime stimmate. Sono ragazzi che hanno abbandonato presto gli studi, per lo più alla terza media, figli di coppie con una bassa scolarizzazione, con padri che hanno lavori precari, quando non sono disoccupati (e non di rado hanno precedenti penali) e madri casalinghe o precarie anch’esse. I nove protagonisti di Strada che spunta, pur avendo tutte queste caratteristiche, hanno avuto anche la fortuna di una chance. Si tratta infatti di alcuni dei 313 ragazzi tra i 14 e i 21 anni seguiti dal progetto Rise, dell’Ufficio servizi sociali per i minorenni (un dipartimento del ministero della giustizia) di Palermo.

LAVORARE A 11 ANNI. In inglese “rise” significa salire, sollevarsi. In Italiano è l’acronimo di «Rete per l’inclusione socio economica», quella che per fortuna ha “accalappiato” anche Mario. Fino a tredici anni fa, Mario aveva vissuto un’infanzia che si potrebbe definire felice. Vivendo in quartiere che da una parte si affacciava sul mare sempre caldo di Palermo, dall’altro verso la montagna su cui domina il monastero di Santa Rosalia, Mario andava al mattino con il nonno a passeggio sul monte e al pomeriggio a pescare con il padre e con gli zii. «Mi ricordo quelle giornate al mare, e che ero felice» racconta nel libro, prima di socchiudere gli occhi e rivedere il buio. Quando Mario aveva nove anni, infatti, suo padre ha abbandonato la famiglia, facendo perdere le sue tracce. Per lui è colpa di sua madre: «Non aveva fatto nulla, e forse soffriva più di me, però ce l’avevo con lei» dice. Si trasforma, quasi all’improvviso, in un uomo. A undici anni lavora al pomeriggio dopo la scuola, fa le consegne a domicilio per un supermercato vicino casa, inerpicandosi con casse d’acqua e sacchetti troppo pesanti per la sua età verso appartamenti al quinto o sesto piano senza ascensore. A tredici anni abbandona la scuola per lavorare a tempo pieno: dopo la chiusura del supermarket, si ferma anche a fare le pulizie.

«PUO’ ESSERE FELICE UN BAMBINO COSI’?». Dal libro, tra i suoi ricordi, sembra quasi di risentire l’urlo che accompagna quel bambino: «Venivo pagato quaranta euro a settimana e lavoravo tutto il giorno, dalla mattina alla sera. Stavo buttato in strada aspettando di fare una consegna e pernsavo che la mia vita ormai era quella per sempre. Proprio non ci arrivavo all’idea che c’era dell’altro. Ero rassegnato a non avere futuro. Un bambino così, può essere felice?».
Ingabbiato sempre nella stessa routine, tra le stesse mura del medesimo quartiere tutto il giorno, con quel grido dentro, a Mario non resta che spaccare tutto. A cominciare da se stesso, in un certo senso. Inizia a frequentare cattive compagnie, diventa violento in particolare con la madre: «Ero triste e non capivo di esserlo. Ero sfruttato e non capivo che mi sfruttavano. Un bambino così può mai essere felice?». È la madre che, stremata da anni di litigi e violenze verbali e fisiche, lo denuncia all’autorità giudiziaria, che come primo provvedimento allontana il ragazzo dal quartiere e lo inserisce in una comunità. All’inizio, però, a Mario sembra che la comunità riproponga semplicemente la stessa legge del suo quartiere d’origine, quella del più forte. «Nel gruppo c’era sempre un capo. All’inizio mi scontravo con tutti. Poi ho deciso di allearmi con i più forti, ma ho capito che la violenza non mi portava a niente. Sentivo che quel mondo non mi apparteneva, e lo vivevo come una tragedia».

COME UN PADRE. La svolta, paradossalmente, avviene proprio grazie alla madre. Mario si accorge che, mentre gli altri ragazzi della comunità non hanno i genitori o non li sentono mai, sua madre lo chiama sempre: «Ho capito che le volevo bene, e che mi sentivo molto più solo lì che a casa con lei». È in quel periodo che il tribunale dei minori di Palermo decide di metterlo in prova con il progetto Rise, che si basa su un’idea semplice. Offrire un percorso di istruzione e inserimento professionale a questi ragazzi significa ridurre drasticamente la recidiva dei delitti, e prevenirli (800 gli interventi a Palermo, tra cui 51 tirocini formativi e 36 tirocini di sostegno). Un’idea che può essere più efficace se ai ragazzi si offre anche una relazione umana. I giudici stabiliscono che se Mario dimostra di imparare un lavoro, e di rispettare il percorso propostogli, il suo reato sarà cancellato e lui sarà libero. Quando il tutor gli chiede cosa voglia fare, lui, ad appena 16 anni ormai non ha più fiducia in nulla: «Quello che capita, quello che c’è», risponde. Il tutor ha un’intuizione e mette Mario a lavorare in una gastronomia a conduzione familiare, guidata da Giulio. Ricorda Mario: «Nessuno mi aveva insegnato qualcosa. Solo mi dicevano non fare questo o quello. Ma mai, come Giulio, “ora ti insegno come si fa”. Nessuno mi aveva mai detto “bravo”. Da Giulio, oltre a un mestiere, ho imparato i sentimenti».

«SONO FELICE». Mario impara a cucinare benissimo, tanto da mantenere a lungo il lavoro. Esce dalla comunità perché la messa in prova si conclude con successo, si fidanza con una ragazza e conosce almeno una parte della vita di un adolescente qualsiasi, quella delle passeggiate del sabato, dei batticuori e delle speranze. Nemmeno quando Giulio, a causa della crisi, chiude il suo locale e Mario è costretto a cercare lavoro altrove, il filo che li unisce si rompe. Poco dopo infatti Giulio trova un nuovo lavoro come cuoco in un grande albergo, chiede e ottiene che anche Mario venga assunto con lui come aiuto cuoco. «Un giorno – conclude ora il ragazzo – mi sono guardato e ho pensato: sono felice».


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