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Lavorare in carcere. Un’esperienza positiva poco diffusa

novembre 13, 2017 Redazione

Imparare un mestiere dietro le sbarre offre risultati positivi sotto diversi aspetti. Ma la situazione italiana non è buona. Qualche numero

carcere-italia-ansa

Tempi è sempre stato molto attento alla drammatica situazione dei nostri detenuti e alle problematiche del mondo penitenziario italiano (leggi: sovraffollamento). Una delle esperienze più positive per il reinserimento dei carcerati nella nostra società è quella dei “detenuti-lavoratori”. I lettori di Tempi conoscono la vicenda della cooperativa Giotto che opera a Padova, ma significative sono anche altre esperienze che si svolgono in altre carceri: lavorando, il detenuto riacquista stima nelle proprie capacità, ha l’occasione di imparare un mestiere, guadagna qualcosa. La recidiva, nei casi di carcerati che abbiano lavorato dietro le sbarre, si abbassa drasticamente. Insomma, un modello che andrebbe incentivato. Ma la realtà, purtroppo, non racconta questo.

REDDITO. Sull’edizione odierna del quotidiano Italia Oggi si riportano i numeri del XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione a cura dell’Osservatorio dell’associazione Antigone. «I dati sul reddito percepito dai detenuti lavoranti – scrive il quotidiano – sono difficili da reperire, ma è possibile almeno farsi un’idea dello stipendio annuo di un detenuto lavorante. Nel 2014 ad esempio i 12.226 detenuti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria hanno avuto a disposizione 88.975.281 euro per le mercedi, ottenendo in media stipendi pari a 7.300 euro lordi all’anno. Sebbene si tratti di cifre modeste, attraverso l’attività lavorativa retribuita il detenuto ha modo di provvedere al sostentamento proprio e della famiglia, di acquisire competenze e di aumentare la fiducia nelle proprie capacità, obiettivi importanti che dovrebbero aiutarlo a cambiare stile di vita dopo la detenzione».

REGIONI E PRIVATI. Esistono inoltre grandi discrepanze tra le regioni italiane («con una percentuale che oscilla tra il 45% di lavoranti nelle carceri sarde e il 21,5% in Friuli-Venezia Giulia») e una grande difficoltà a interagire coi privati («solo di rado le lavorazioni sono commissionate da privati, dato che i prezzi dei prodotti realizzati non sono competitivi rispetto a quelli di mercato»).
Insomma, più luci che ombre: «Una serie storica (1991-2016) del Ministero della giustizia mostra infatti che negli ultimi 25 anni i detenuti lavoranti sono scesi dal 34,46% al 29,73%. Perché oltre alle scarse disponibilità di lavoro, risultano favoriti i detenuti che hanno pene più lunghe o che hanno la “fortuna” di finire in un carcere anziché in un altro o di lavorare per privati (che offrono l’unica reale possibilità di reinserimento lavorativo post detenzione)».

Foto Ansa

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