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L’arte invisibile in mostra a Londra. «Ma la creazione non è astensione dal giudizio»

giugno 17, 2012 Sara Caspani

Da Warhol a Yoko Ono, da Yves Klein a Gianni Motti. A Londra si apre una mostra sui generis, con opere “invisibili”. Provocazione o arte autentica? Intervista ad Alessandro Rovetta

S’intitola Invisible: Art about the Unseen 1957-2012 la particolare mostra londinese che raduna all’Hayward Gallery gli ultimi cinquant’anni dell’attività dei cosiddetti “artisti dell’invisibile”, dal 12 giugno al 5 agosto 2012. In bilico tra la provocazione e un ragionamento estremo sulla finalità dell’arte, in un’epoca in cui regna l’immediatezza espressiva della fotografia, la risposta degli invisible artists è radicale. La prerogativa delle opere esposte sarà, infatti, quella di presentarsi senza mezze misure come blanck canvas, tele vuote, sculture trasparenti, spazi e labirinti inesistenti, quadri dipinti con inchiostro simpatico, richiedendo un notevole impegno all’immaginazione del pubblico pagante.
Il direttore della mostra, Ralph Rugott ha spiegato che «questa esposizione mette in luce come l’arte non sia fatta di oggetti materiali, ma di luoghi inesplorati che la nostra immaginazione percorre. È questo ciò che gli artisti nella mostra rivelano, in modi e con strumenti differenti».
Fra i noti artisti vi sono Yves Klein, Andy Warhol, Yoko Ono, Gianni Motti, giunti all’invisibile attraverso una progressiva azione di riduzione all’essenzialità e al concetto astratto dell’arte visiva. Tempi.it ha voluto confrontarsi con Alessandro Rovetta, professore di Storia della critica d’arte presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università cattolica di Milano.

Professore, che giudizio può provocare nello spettatore un’opera vuota?
La prima distinzione necessaria è stabilire se davanti all’opera d’arte lo spettatore è messo nella condizione di non vedere nulla, oppure se gli è richiesto di risolvere la trama di una tela che rappresenta il nulla. Nel primo caso il problema del giudizio non si pone nemmeno, nel secondo invece bisogna tornare alla radice del messaggio che l’opera esprime. L’arte contemporanea è indecifrabile se slegata dalla lettura della situazione in cui è prodotta. Il foglio bianco molto spesso denuncia la volontà di restituire l’assenza, la negatività in forme e modalità sciolte da qualunque desiderio estetico. L’elemento visibile dell’opera d’arte non è più considerato determinante: si manifesta violentemente la solitudine e il malessere contemporaneo in questa mancanza ostentata di forma, che permette di evitare corrispondenze con i predecessori, rimanendo fedele in extremis a se stessa, senza ispirare un riconoscimento di bellezza nello sguardo di chi osserva.

Leggendo questa espressione artistica, quanto può essere considerata contenuto e quanto ironia?
Molto dell’arte odierna può riassumersi in pura provocazione. È evidente che in un’epoca confusa come la nostra, l’invisible technique eserciti una forte attrattiva sulla gente, in quanto rispecchia il desiderio di autodeterminazione dell’individuo, secondo una negazione dipinta sul foglio, bianco su bianco, che si propone di sovrastare tutto, anche l’effetto formale. Basti pensare al naturale progresso della storia dell’arte: dall’Impressionismo, colpevole di voler eliminare qualsiasi rapporto artistico col naturalismo e la mimesi, attraverso il Cubismo, che cancellò la prospettiva, fino all’Astrattismo, che pugnalò la realtà stessa. Oggi molti artisti sono addirittura convinti che possano fare a meno dell’opera.

L’arte contemporanea sta riuscendo in questo tentativo di autodeterminazione e indipendenza dai modelli a lei precedenti?
Il grande difetto di queste opere è che più tentano di rendersi indipendenti e più si trovano strettamente connesse alla realtà. Di per sé un foglio bianco con la cornice intorno non è in grado di significare nulla, diviene usufruibile solo se spiegato attraverso una guida o uno studio precedente: non vi è niente di meno autonomo. Dobbiamo avere presente che ci troviamo di fronte a rappresentazioni per lo più artificiose, perché frutto di complesse operazioni intellettuali. Non è l’astenersi dal giudicare che porta un artista a creare, ma sempre, per condizione necessaria, il proposito di esprimere un giudizio, anche quando tale giudizio è negativo. Un uomo nega, ma confutando è come se affermasse. Innumerevoli sono le opere tragiche che ne sono testimoni, in ogni forma d’arte, dalla scrittura alla pittura. Nella loro tragicità gridano l’assenza di qualcosa o qualcuno che desidererebbero ci fosse.

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