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L’arresto del cappellano di San Vittore. Intervista a Antonio Simone

novembre 22, 2012 Redazione

Don Alberto Barin è stato arrestato con l’accusa di concussione e violenza sessuale su sei detenuti. Oggi sulla Stampa appare un’intervista ad Antonio Simone, che qui riportiamo

Don Alberto Barin, cappellano del penitenziario di San Vittore, è stato arrestato nei giorni scorsi e ora si trova nel carcere di Bollate. È accusato di aver chiesto e ottenuto favori sessuali da sei detenuti stranieri tra il 2008 e lo scorso ottobre, in cambio di piccoli beni di necessità. L’inchiesta è coordinata dai pm Daniela Cento e Lucia Minutella e dal procuratore aggiunto Pietro Forno con ordinanza firmata dal Gip Enrico Manzi. La curia di Milano ha diramato un comunicato in cui esprime «il proprio sconcerto e il dolore per l’arresto di don Alberto Barin e per i fatti che al cappellano della Casa circondariale di san Vittore sono contestati. Fin da ora manifesta la massima fiducia nel lavoro degli inquirenti e la disponibilità alla collaborazione per le indagini».
Oggi sulla Stampa appare un’intervista a Antonio Simone a firma di Filippo Poletti e intitolata “L’ex detenuto eccellente: ‘Mi confessavo da lui, sarò stato intercettato?'” (in questa lettera, Che me ne faccio del prete in carcere?”Simone parlava del cappellano)Di seguito riportiamo il testo dell’intervista della Stampa.

Antonio Simone è sbalordito. Nei sei mesi passati a San Vittore, dove era finito per l’inchiesta sulla sanità in Lombardia, don Alberto Barin lo incontrava quasi tutti i giorni. In un luogo difficile come un carcere, il manager con un passato politico da assessore in Regione e un presente nelle fila di Comunione e Liberazione, aveva trovato in don Alberto una persona con cui confidarsi.

Antonio Simone, c’era la fede ad unirvi…
«Gli ho parlato più volte. Andavo a confessarmi nel suo ufficio. Adesso spero che non abbiano intercettato pure le mie confessioni».

Tutti parlano di don Alberto come di una persona di grande spessore.
«All’inizio era incuriosito da me. Lui è di formazione martiniana… Don Alberto è una persona di grande cultura. Mi ha regalato le Memorie del sottosuolo di Dostoevskij. E io dopo che ad ottobre sono uscito, gli ho fatto avere gli atti di un convegno che tenemmo al Meeting di Rimini proprio sul grande scrittore russo. L’ultima volta che ci siamo visti a San Vittore, mi ha detto di non dimenticarmi dei detenuti…».

Lei uscendo dal carcere ha parlato della grande umanità incontrata lì dentro. Parlava pure di don Alberto?
«Per come l’ho conosciuto io è una persona illuminata. Uno che credeva in quello che faceva».

Aveva firmato anche l’appello dei radicali per l’amnistia…
«Non solo. Dopo che il Consiglio comunale di Milano è venuto a tenere una seduta a San Vittore ha fatto il giro in tutte le celle, e io gli ho dato una mano nel mio raggio, a raccogliere le firme dei detenuti per ringraziare i consiglieri della loro sensibilità».

Anche se poi si è scoperto che a volte c’era dietro un altro scopo, don Alberto faceva avere ai più bisognosi sigarette, shampoo…
«I miei tre ultimi mesi a San Vittore li ho passati in cella con “il sacrista”, uno che chiamavamo così perché faceva da aiutante di don Alberto. La nostra cella era sempre piena di oggetti di prima necessità per i detenuti. Don Alberto non era solo un sostegno spirituale. Ma si faceva in quattro per aiutare chi aveva più bisogno. Quando sono arrivato a San Vittore il capo del mio raggio la prima cosa che mi ha detto è stata: “Se hai bisogno dell’orologio o di una radiolina vai da lui che ti aiuta…”».

E don Alberto aiutava tutti.
«Davanti al suo ufficio ogni giorno c’erano quindici o sedici detenuti che facevano la la fila per chiedergli un favore. Don Alberto aveva una funzione sociale. Poi, certo, si è scoperto altro. Ma San Vittore e gli uomini sono anche questo». [F.POL.]

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