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L’arcobaleno pigliatutto

aprile 21, 1999 Casadei Rodolfo

Missione Arcobaleno: lo Stato si appropria della solidarietà popolare, raccoglie fondi e irregimenta i volontari. Paradossi di un governo di guerra e di pacifismo. Le proteste del volontariato e scene di vanità intorno al “tavolo Kosovo”

Non era mai successo. Non era mai successo, nella storia dell’Italia post-bellica, che il governo organizzasse una raccolta di fondi fra i cittadini per finanziare una propria missione umanitaria. Troppo presi dal dibattito ideologico sulla legittimità dell’intervento Nato e troppo estasiati dal rinnovarsi del miracolo del grande slancio della solidarietà popolare italiana, pochi osservatori hanno fatto attenzione a un fatto che rappresenta, in negativo, una svolta politica e culturale dalle conseguenze incalcolabili: con la Missione Arcobaleno il governo italiano si appropria indebitamente di un’altra prerogativa della società civile, uccide un altro pezzo di sussidiarietà. Ma, dice il commissario straordinario per la gestione dei fondi della missione Marco Vitale, i soldi raccolti verranno in buona parte utilizzati tramite i soggetti del privato sociale coinvolto nelle operazioni. Ma questa più che una giustificazione è un’aggravante: non solo lo Stato pesca nell’acqua che è propria del volontariato, cioè dell’autonoma iniziativa sociale, ma per di più si arroga il potere discrezionale di dare e di non dare ai soggetti sociali, di premiare e punire gli obbedienti e i disobbedienti.

“Perché lo Stato non fa lo Stato?”
Veramente qualcuno che ha protestato c’è stato. Venerdì scorso sulle pagine di Vita, il “non profit magazine” diretto da Riccardo Bonacina, si poteva leggere la giustificatissima indignazione delle organizzazioni non governative (Ong), associazioni umanitarie, gruppi di volontari cattolici, laici e di sinistra che da anni operano in Bosnia, Albania e Kosovo sia con fondi pubblici che con fondi faticosamente raccolti con l’autofinanziamento, e che si sono sentiti traditi dall’invasione di campo del governo. Pochi lo sanno, ma ben prima che D’Alema si rivolgesse al buon cuore degli italiani per sovvenire alle sofferenze dei profughi kosovari, nel Kosovo e nei suoi dintorni erano presenti una ventina di volontari italiani di sette organizzazioni impegnati ad assistere gli sfollati interni; e in Albania operavano, in alcuni casi sin dal ‘91 o dal ‘93, una trentina di Ong impegnate in progetti socio-sanitari e di sviluppo per un importo vicino ai 30 miliardi. Puntualizza Luca Jahier della Focsiv (la Federazione degli Organismi cristiani per il servizio internazionale volontario): “Uno Stato si deve finanziare con la leva fiscale, anche straordinaria, non può contare sul buon cuore dei cittadini. Se proprio il governo voleva sottolineare la straordinarietà di questa emergenza, avrebbe potuto concedere la detraibilità totale dei fondi affidati ad un albo di associazioni e Ong abilitato all’intervento sull’emergenza Kosovo”. Don Elvio Damoli, direttore della Caritas italiana, pronuncia una predica pungente: “I politici devono fare i politici, e avere l’umiltà di sentirsi giudicati dal popolo. Il loro compito è quello di riportare la pace in Kosovo non facendo la guerra, ma mettendo in moto tutte quelle dinamiche di dialogo, diplomazia, lavoro intergovernativo che sono nelle loro mani. Per tradizione, invece, la dimensione umanitaria è affidata alle Ong, alla Croce Rossa, alle altre organizzazioni umanitarie che devono essere aiutate e non messe in difficoltà in questo loro compito. Mi pare perciò stonato che con la mano destra si sgancino bombe e con la mano sinistra si raccolgano i “cocci” della guerra… Lo Stato sociale è in crisi e perciò mutua dalle organizzazioni del Terzo settore molti atteggiamenti, ma è proprio questa mancanza di identità che ci preoccupa”. Esplicito il grido di dolore di Maurizio Carrara del Cesvi: “Così si schiaccia il volontariato, che fa dell’attività di aiuto la sua ragione di vita. In questo modo ogni istituzione pubblica si sentirà autorizzata a fare la sua raccolta fondi confinando l’associazione a mera esecutrice e non più promotrice e responsabile di un intervento. Così va a farsi benedire il lavoro di animazione, di creazione di percorsi di fiducia e di responsabilità nel tessuto sociale fatto dalle nostre organizzazioni”.

Sinistra: scontro intestino Belle, bellissime parole, che spiegano come lo Stato abbia deciso, approfittando della guerra e della complicità di intellettuali più intenti a coltivare il proprio narcisismo che la riflessione critica quali Norberto Bobbio, Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari (che non hanno avuto nulla da obiettare a questa inedita figura dello Stato questuante), di strappare un altro pezzetto di libertà alla società. Peccato però che le stesse associazioni che venerdì 9 aprile protestavano attraverso le pagine di un settimanale non diffusissimo la mattina prima fossero tutte sedute attorno all’ampio “tavolo Kosovo” presieduto da Livia Turco e incaricato di coordinare tutti gli interventi della Missione Arcobaleno. C’erano anche i rappresentanti del Cocis e dell’Ics (Consorzio italiano di solidarietà), due coordinamenti di Ong e associazioni di sinistra (nell’Ics sono presenti l’Arci e l’Acli) attivi da tempo nei Balcani e risolutamente contrari sia all’intervento della Nato che alla Missione Arcobaleno. I loro aderenti e simpatizzanti avevano partecipato alla manifestazione contro la guerra del sabato santo e si preparavano a partecipare a quella di sabato 10 aprile. Al tavolo si sono presentati ponendo una serie di condizioni alla loro partecipazione alla missione. Due spiccavano sulle altre: la richiesta di organizzare un sistema di trasporto degli aiuti e del personale volontario completamente distinto da quello della missione militare e la richiesta di destinare una parte dei fondi raccolti alle iniziative di assistenza ai profughi kosovari già esistenti prima della crisi. Sulla seconda i ministri presenti alla riunione dell’8 aprile hanno espresso un consenso di massima, mentre sulla seconda si sono riservati di verificare la fattibilità della cosa. Insomma le Ong protestano, ma alla fine non dicono di no alla grande bonanza di Missione Arcobaleno. E così lasciano il dubbio che siano più indispettite per il fatto che il governo ruba loro la vetrina, piuttosto che per motivi socio-culturali.

Italia portasoccorsi (e portaerei) D’altra parte non sono le uniche che si contendono i riflettori della grande kermesse umanitaria di Missione Arcobaleno. Due, infatti, sono le chiavi di lettura possibili dell’iniziativa: la prima, tutta politica, sottolinea il problema di look di D’Alema e del suo governo di sinistra; i nostri governanti non vogliono essere identificati come coloro che per la prima volta nel dopoguerra hanno assicurato la partecipazione dell’Italia a un’operazione militare aggressiva contro uno stato sovrano (nei casi del Kuwait nel ‘91 e della Bosnia nel ‘95 erano stati i legittimi governi di quei paesi a chiedere aiuto), ma come i promotori della più grande impresa umanitaria italiana fuori dai confini nazionali. Missione Arcobaleno serve a distrarre l’opinione pubblica dall’imbarazzante realtà di un Italia portaerei della Nato guerriera proprio quando la sinistra post-comunista è per la prima volta al governo, ovvero a salvare la faccia del buonismo.

La seconda chiave di lettura riguarda invece il grande palcoscenico mediatico, la grande occasione di consacrazione che l’emergenza umanitaria connessa alla guerra offre ai politici, soprattutto mentre si approssima la corsa al Quirinale. Ecco allora il presidente uscente Scalfaro che dispone la donazione di 1 miliardo dalla disponibilità della presidenza, benchè fra poche settimane potrebbe dover lasciare il Colle. Ecco Rosa Russo Jervolino che, prima fra i ministri italiani, sale a Kukes per piangere insieme ai profughi e per mettere il proprio cappello sulle iniziative a venire degli aiuti italiani, attribuendo alla protezione civile che da lei dipende un ruolo mai prima avuto in una crisi fuori dai confini nazionali. Ecco Emma Bonino, commissario europeo per i diritti umani, che sfrutta la nuova scia per prendere velocità nella sua inedita campagna presidenziale “dal basso”.

La fiera delle vanità
Ma anche i politici non presidenziabili hanno colto l’importanza dell’occasione che può far fare loro il salto di qualità: Livia Turco, già beneficiaria due anni fa dell’assegnazione della crisi albanese alle competenze del suo ministero anzichè a quello capeggiato da Lamberto Dini, strappa una nuova fetta di politica estera alle cariatidi della Farnesina; Silvia Costa, ininfluente presidente della Commissione per le pari opportunità, ha pescato il jolly dal mazzo col suo “treno della vita”, puntuale più del Pendolino in tutte le cronache televisive; e ora anche presidenti di Regione e assessori regionali alla protezione civile sgomitano per conquistare le telecamere e annunciare un malpensato “villaggio delle Regioni” di prossima installazione a Kukes (vedi box).

Per soddisfare le esigenze di protagonismo di tutti D’Alema ha dovuto varare un tavolo Kosovo lungo come una mensa nuziale. La riunione dell’8 aprile scorso, avente per scopo la mobilitazione del volontariato, ha visto un “parterre des rois” che riuniva le già citate Turco (punto di riferimento per gli interventi del volontariato), Jervolino (punto di riferimento del livello operativo in quanto responsabile della protezione civile), Silvia Costa, e inoltre Giuseppe Minniti in rappresentanza del presidente del Consiglio D’Alema, Katia Belillo ministro per le Regioni, Maria Pia Garavaglia presidente della Croce Rossa e Massimo Iannucci, vicedirettore della Direzione generale cooperazione e sviluppo del ministero degli Esteri. ministro degli Interni. L’andamento dei lavori ha già prodotto una prima scrematura di “vincenti” e “perdenti”: fra i primi la Jervolino, che ha saputo presentarsi come la controparte istituzionale obbligata dei volontari, confinando la Turco nel ruolo di portavoce di questi ultimi; fra i secondi la Farnesina, snobbata da tutti e di fatto tagliata fuori dalla partita degli aiuti. Per le agenzie umanitarie è un grande sollievo: negli ultimi anni, a causa delle procedure cervellotiche e dei ritardi nella liquidazione dei progetti, lavorare col ministero degli Esteri era diventato impossibile. Ora però rischiano di cadere dalla padella nella brace: dopo essere state povere ma abbastanza libere sotto Andreatta, Susanna Agnelli e Lamberto Dini, adesso si ritrovano sommerse di risorse e facilitazioni, ma con un bel guinzaglio attorno al collo.

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