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L’Aquila a tre anni dal sisma. «Ci vorranno 15 anni per ricostruirla»

marzo 28, 2012 Carlo Candiani

Le polemiche inutili, la reale situazione del territorio. Nell’approssimarsi dell’anniversario del sisma che distrusse la città, tempi.it fa il punto della situazione con Luigi Patanè, ingegnere impegnato nella ricostruzione. «

6 aprile 2009. L’Aquila e le persone che vivevano la loro quotidianità tra le mura di della città furono colpite drammaticamente da un terremoto devastante. Il ritmo cittadino di una della più belle città italiane, a suo modo unica, fu completamente stravolto. Alla fine si contarono 309 morti, 1.500 feriti, un centro urbano e un tessuto sociale da ricostruire. Cos’è L’Aquila oggi e qual è la vita dei suoi cittadini? Tempi.it l’ha chiesto all’ingegnere Luigi Patanè, Direttore tecnico di Consta Spa, azienda padovana impegnata nella ricostruzione sul territorio.

Ingegnere, la prima immagine che balza ai nostri occhi è il centro storico dell’Aquila, ancora ricoperto di ponteggi. La ricostruzione avverrà in tempi ragionevoli?
Effettivamente, per una persona che dovesse passarci occasionalmente, il centro storico dell’Aquila si presenta come un luogo gravemente danneggiato nel quale per tre anni non è stato fatto nulla, se non la messa in sicurezza delle strutture. Parlo secondo logica, e non ho la sfera di cristallo, ma penso che un centro storico come quello aquilano non può non ritornare alla luce, non può rimanere abbandonato, né tantomeno può essere raso al suolo, anche se, ahimè, ci sono ancora elementi di grave incertezza sugli interventi. Il piano di ricostruzione è stato approvato solo qualche mese fa ed già stato messo in discussione da molti; qualche giorno fa è stata emanata l’ennesima ordinanza in merito agli appalti per la ricostruzione del centro storico: un’altra ordinanza incapace di essere incisiva così come quelle simili che l’hanno preceduta e che sono state emanate in questi anni. Ogni volta c’è come l’attesa di qualcos’altro, che precisi i termini degli interventi.

Una situazione molto precaria…
Tutto ciò ha creato un senso di incertezza e ha prodotto un atteggiamento di attesa: nessuno si è mosso, solo qualche coraggioso l’ha fatto, ma senza un piano unitario, senza un progetto chiaro. 

C’è, quindi, una responsabilità politica degli amministratori locali?
Oggettivamente, in Italia, negli ultimi cento anni, non è mai accaduto che un capoluogo di Regione fosse così pesantemente colpito, con un centro storico danneggiato al settanta/ottanta per cento. L’Aquila ha settantamila abitanti e il suo centro storico si estende come quello di una città ancora più grande: si tratta di intervenire su un’area vasta e assai delicata. Probabilmente c’è stata poca sinergia tra responsabili di enti locali di diverso colore politico, ma affermare che sia questo il motivo dell’impasse sarebbe riduttivo e semplicistico.

Esiste poi il problema della cosiddetta “New Town”, gli appartamenti costruiti a tempi di record dall’esecutivo Berlusconi, che diede un tetto a quindicimila persone e che le aiutò a passare l’inverno al caldo, in una casa vera.
Una premessa: per quanto riguarda il progetto C.A.S.E., era già previsto che si realizzasse un intervento abitativo che si potesse poi recuperare dopo l’emergenza. Molti progetti sono stati perciò pensati come dei futuri studentati, con la possibilità di trasformarli in alberghi. Molte case sono ancora abitate, per un fatto psicologico, assolutamente comprensibile: tante persone preferirebbero anche in futuro rimanere nelle nuove case perché si sentono più sicure. Ho assistito ad alcune assemblee di condominio e le assicuro che è così, anche se lì dove sorgono non ci sono bar, né centri di aggregazione, né una chiesa.

Ma le persone potranno rimanere lì e non rientrare nelle loro case originarie?
Una volta ristrutturate le case di provenienza, i nuclei familiari dovranno lasciare le queste abitazioni. Certo, fra circa due anni, questa nuova “periferia” sarà spopolata e questi appartamenti potrebbero attrarre gli studenti che tradizionalmente scelgono facoltà situate all’Aquila. Un’opportunità su cui riflettere.

Molti hanno contestato la costruzione della “New Town”, perché avrebbe prosciugato, in un colpo solo, le risorse finanziarie disponibili.
Questo progetto è costato meno di cinquecento milioni di euro. Cifra elevata, ma che ha risolto nel giro di sei mesi la necessità di un tetto per circa quindicimila persone: costruire un condominio di ventisei appartamenti in sessanta giorni richiede un impegno pazzesco da parte delle aziende edili. Teniamo presente che per la ricostruzione vera a propria si parla di quindici miliardi di euro, quindi il “budget” della New Town, non può aver prosciugato l’intera previsione di spesa. Si poteva spendere di meno? È un tema sempre d’attualità, ma oggi alla Cassa Depositi e Prestiti alla voce “contributi per la ricostruzione dell’Aquila” c’è ancora un miliardo di Euro da spendere. Il problema vero è che, se da una parte c’è sicuramente una certa esiguità di risorse economiche, dall’altra va registrata una lentezza nel rendere operativa la cifra già a disposizione.

Ma, allora, si vive ancora una fase emergenziale degli interventi?
Sì. Gli aquilani stessi, ancora oggi, si sentono, e lo sono, ancora in emergenza. Questo condiziona tutto. Non c’è serenità, c’è molta incertezza; si nota l’assenza di un piano che coordini le varie esigenze e questo produce esasperazione tra la popolazione. Purtroppo questo tragico evento si è manifestato in un contesto politico, e soprattutto economico, di crisi mondiale che ha influenzato il piano degli interventi. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa.

Prego.
Si rischia di perdere un’occasione: per la città aquilana, perché si potrebbe costruire un centro abitato dove tradizione e innovazione tecnologica possano convivere, e per le imprese, che hanno davanti l’opportunità di “aguzzare l’ingegno” e proporre tecnologie nuove ed avanzate attraverso l’impegno creativo dei propri progettisti.

Il Cipe ha recentemente stanziato poco più di settecento milioni di euro: quali sono le priorità su cui concentrarsi?
Innanzitutto bisogna ristrutturare gli edifici pubblici ritenuti “strategici” del centro storico, perché da lì si riparte per avere un centro di nuovo frequentato. L’altra priorità è che i progetti possano contemplare il meglio delle tecnologie oggi a disposizione: non bisogna più accontentarsi. Queste nuove risorse potrebbero essere spese per progetti pilota.

Tra i progetti pilota ci potrebbe essere la “Smart city” illustrata da Monti nella sua visita a L’Aquila?
Da quello che ho capito si parla di una città intelligente legata al territorio, “con luoghi di lavoro moderni, creativi, flessibili, adatti ai nuovi modelli di business”, banda larga e Internet, con edifici intelligenti costruiti con nuovi materiali, che adottino le tecnologie per essere autosufficienti dal punto di vista energetico e producano a loro volta energia, con trasporti leggeri e non inquinanti, con un ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti efficiente e sostenibile. Un mix ottimale di offerta di servizi al cittadino. Anche questa è un’occasione di sinergia tra esperti e risorse umane, una ricerca di una filosofia d’intervento finalmente unitaria. Un modo ordinato ed efficiente di ricostruzione di spazi abitativi e relativi sottoservizi.

Ma c’è ancora un tessuto sociale a cui offrire tutte queste iniziative? Le ultime notizie parlano di un esodo dalla città, segno di profonda delusione dei cittadini.
Dopo tre anni di presenza aziendale all’Aquila, abbiamo intessuto rapporti umani profondi. Gli aquilani sono persone eccezionali, in un numero consistente, però, hanno già abbandonato la città e altri meditano di seguirli, a Roma, Pescara, nell’Italia del Nord. Quello che la popolazione chiede è sicurezza e un minimo di certezza. Ma ce ne sono ancora molti, che hanno voglia di rimanere e di lottare. Bisogna ripartire dalla persona: la popolazione dovrebbe essere coinvolta maggiormente.

Non le chiedo se è ottimista o pessimista, ma realisticamente cosa potrà accadere nei prossimi mesi?
Io penso che per vedere una città ricostruita non ci vorranno meno di quindici anni; ma anche allora le ferite del terremoto saranno visibili: persisterà una situazione in chiaroscuro. 

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