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L’applauso più lungo Obama l’ha ricevuto quando ha citato Lincoln. Un repubblicano

gennaio 27, 2012 Benedetta Frigerio

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione il presidente si fa concavo e convesso evitando di ammettere gli errori della sua amministrazione. Soprattutto cerca di ridefinire il suo profilo, troppo “europeo” per molti americani. Cita Steve Jobs e i successi di GM e Chrysler, ma gli applausi più forti riceve quando ricorda una frase antistatalista di Lincoln.

«Sono un democratico, ma credo in ciò in cui credeva il repubblicano Abraham Lincoln: il governo deve fare solo ciò che i cittadini da soli non riescono a realizzare. Nulla di più». Questo è il punto in cui il presidente Barak Obama è stato applaudito più a lungo durante il discorso di martedì sullo Stato della nazione. Obama sa di rischiare il posto nelle elezioni di novembre. Sa che con una disoccupazione all’8,5 per cento nessun presidente potrebbe essere rieletto. Così, oltre a promettere di abolire le tasse e ridefinire certi regolamenti, cosa che può fare solo fino un certo punto, il presidente ha puntato a dare una nuova immagine di sé, un po’ meno europea.

Per questo Obama si è ripensato, restando democratico certo, ma di una sinistra che torna ad essere a stelle e strisce. E ha sfoderato le armi di un capitalismo smussato dai suoi eccessi più estremi. Il suo discorso sullo Stato dell’Unione è stato tutto teso a fare comprendere agli americani di essere a favore dei regolamenti minimi, della detassazione, dell’incentivo allo sviluppo e alla ricerca e di un investimento nell’educazione. D’altra parte, Obama ha dovuto tenersi buoni i suoi principali alleati come i ceti meno abbienti e gli imprenditori della Green Economy.Da buon americano in piena crisi economica ha elogiato l’America delle grandi imprese manifatturiere come la General Motors e la Chrysler, «che sono un modello e su cui scommettiamo». Ha promesso agli uomini d’affari «il pieno sostegno dello Stato laddove si impegnino a creare lavoro». Ha garantito sgravi fiscali a chi tornerà a «produrre in America per dare lavoro agli americani». Abolirà «le regolamentazioni che affliggono la piccola e media impresa», definita «una risorsa per l’America perché crea molta occupazione».
E mentre la moglie di Steve Jobs lo guardava parlare, seduta a fianco della first lady Michelle, Obama ha osannato la produzione di chi innova e rivoluziona, «come gli imprenditori della Silicon Valley». 

Il presidente ha fatto parecchie promesse ai suoi sostenitori. «Il petrolio è necessario», ha detto, ma per un futuro senza inquinamento Obama ha lodato l’operato del settore delle energie alternative, promettendo una tassazione zero a quanti la sviluppano. «Ho messo le misure più restrittive che l’America abbia mai avuto contro l’immigrazione illegale, ma occorre dare la cittadinanza a quanti amano il nostro paese, lavorano e studiano qui», ha poi chiarito il presidente all’elettorato più liberal. Per Obama non ci sarebbero differenze «tra democratici e repubblicani, tra uomini e donne, tra gay o etero… perché se ci uniamo costruiremo una grande nazione». Anche i ricchi e i poveri possono stare insieme perché «non è giusto che un miliardario paghi le stesse tasse che paga una segretaria, ma se il più povero ne deve pagare di meno non è detto che il ricco debba pagarne di più».

In realtà, di concreto, c’è solo una cosa che Obama ha annunciato, ed è un tetto massimo del 30 per cento di tasse. Per il resto sono stati snocciolati solo i numeri di una crisi che il presidente ha attribuito totalmente all’amministrazione passata e a cui intende rimediare. Ma i dati non cambiano. La disoccupazione resta all’8,5 per cento e se non scende entro le elezioni di novembre, qualsiasi casacca Obama indossi, questa volta non servirà più a convincere l’America “to believe in change”.

 

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