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L’amnistia conviene (anche a te che sei stato rapinato)

luglio 14, 2012 Renato Farina

Renato Farina appoggia Tempi, i radicali e i giuristi che invitano il Quirinale a intervenire su «un’emergenza assoluta» per risanare la giustizia

Partecipo ed invito a partecipare all’iniziativa promossa dai radicali e da Tempi per l’amnistia, e che dal 18 luglio propone quattro giorni di mobilitazione. Aderisco alla chiamata di Alfonso Papa che il 20 luglio invita i deputati a una visita a Poggioreale, dove le condizioni sono disastrose e urlano al cospetto di Dio e dell’Autorità. Appoggio la lettera che cento costituzionalisti hanno spedito al capo dello Stato, dove si mostrano le ragioni inderogabili per cui a Napolitano tocca, come puro dovere, di investire il Parlamento della questione così che deliberi in merito ad amnistia e indulto. Le ragioni attengono al fatto che oggi la giustizia in Italia è sia nella sua fase processuale sia in quella della pena un crimine in sé, valutato per tale dalle Corti europee, ma prima ancora dagli occhi di chiunque abbia un po’ di coscienza.

Il senso comune, che secondo me è un altro nome del diavolo, sibila: “Amnistia? Povero pirla”. Non sarai tu a spiantare il falansterio orripilante della giustizia italiana e delle sue galere. Lo dicono a me, figurati se non l’ho ridetto ad Amicone. Stare dalla parte dell’amnistia, e in generale di un risanamento della giustizia che preveda l’umanizzazione della pena, fa perdere voti e consensi ai partiti e ai politici, non fa vendere una copia di Tempi in più. E allora che senso ha una testimonianza perdente per definizione? Non è un’estetica della bella morte?

Ecco, io credo che se una testimonianza è “perdente per definizione” non è una testimonianza. C’è differenza tra essere testimoni perseguitati e testimoni perdenti. La persecuzione uno la mette in conto, del resto prendere qualche cazzotto è sempre meno brutto che infilarsi nel gruppo degli ignavi, nell’acquiescenza al non-senso fatto passare per buon senso.

Detto questo. Visto che abbiamo bisogno di voti, come conquistarli alla causa? Esiste un marketing della verità e del bene? Un sistema per venderli meglio al pubblico? C’è solo un modo, mostrare che verità e bene coincidono con gli interessi grandi e piccoli di chi ascolta. Insomma, si tratta di testimoniare la convenienza profonda della verità e del bene. Non tanto per il premio e il castigo nell’aldilà (anche se pure un pensierino bisognerebbe farcelo), ma proprio per una vita buona adesso. Sia chiaro. Sgombriamo il campo a un qualsiasi equivoco di superiorità morale. Non è che chi è per l’amnistia è buono e sensibile e gli altri invece hanno meno sviluppato il senso dell’umanità. Il fatto è che nella vita si cambia, si decide per un bene, grazie a degli incontri, a qualcuno sulla cui faccia tu leggi che sarebbe bello essere come lui.

È anche un fatto di furbizia

Per questo sono per l’amnistia e invito ad esserlo. È bello esserlo, ed è utile. Esistono per dimostrarlo argomenti di pura ragione, la quale è sempre mescolata alle cose ultime, altrimenti sarebbe la ragione nel senso di ragioneria. L’eterna matematica dell’universo non è fatta solo di numeri.

La lettera dei costituzionalisti a Napolitano spiega magnificamente il perché. Tra l’altro oggi abbiamo dieci milioni di processi in corso, un ingorgo terrificante, che impone una riforma della giustizia, la quale a sua volta avrà la spinta decisiva se finalmente, grazie all’amnistia, si spazza via il ciarpame che intasa il motore e impastoia qualsiasi gesto di rinnovamento. Soprattutto c’è la situazione carceraria a essere una infamia, un delitto in sé. Vado spesso nelle carceri, credo di aver fatto circa cento e più visite in giro per l’Italia, e non va bene come van le cose. Lo faccio per ragioni di pura mia convenienza. Questi incontri mi fanno scoprire uomo vedendo l’umanità altrui e attingendovi. Un’umanità che ha sbagliato, ma non è un buon motivo perché sbagliamo anche noi attraverso la sostituzione della giustizia con la vendetta. Chi parla di prigioni somiglianti a Grand Hotel, mente o non ha visto niente: essere in sei in un buco senz’aria, con letti a castello su tre piani, senza possibilità di lavoro… Non esiste. È emergenza assoluta.

Conviene l’amnistia, conviene l’indulto, anche a te che hai subìto un furto oppure una rapina. Oggi questa è una misura dolorosamente necessaria. Altrimenti diventa impossibile incrementare l’inizio di una novità di vita carceraria che qui e là per l’Italia apre prospettive di speranza e di sicurezza. La prigione della speranza – ha scritto Nicolò Amato. È un ossimoro, certo. Carcere viene dall’aramaico carcàr che ha che fare con seppellire, eppure – noi cristiani lo sappiamo bene – dalla tomba è venuta la resurrezione. La pena deve esistere! Certo. La giustizia è anche retributiva. Ma perché non ci siano più ricadute nel delitto, occorre che si sia più acuti del tizio che tira un sasso all’alveare perché è stato punto da un’ape. Il lavoro nelle carceri consentirebbe un risparmio enorme nel senso del crollo delle spese di giustizia, e con una pace sociale e una sicurezza maggiori.

Per me un testo decisivo sul dovere dell’umanizzazione delle carceri e dunque – oggi – dell’amnistia resta la trascrizione del dialogo tra papa Ratzinger e i detenuti di Rebibbia, il 18 dicembre scorso. Benedetto XVI dice alcune cose a braccio. «Questa visita, che vuole essere personale a voi, è anche un gesto pubblico che ricorda ai nostri concittadini, al nostro governo, il fatto che ci sono dei grandi problemi e delle difficoltà nelle carceri italiane. E certamente, il senso di queste carceri è proprio quello di aiutare la giustizia, e la giustizia implica come primo fatto la dignità umana. Quindi devono essere costruite così che cresca la dignità, sia rispettata la dignità e voi possiate rinnovare in voi stessi il senso della dignità per meglio rispondere a questa nostra vocazione intima… Quindi, io in quanto posso vorrei sempre dare segni di quanto sia importante che queste carceri rispondano al loro senso di rinnovare la dignità umana e non di attaccare questa dignità, e di migliorarne la condizione». Ancora: «Vorrei seguire le parole del Signore che mi toccano sempre, dove dice nell’ultimo giudizio: “Mi avete visitato nel carcere e sono stato io che vi ho aspettato”. Questa identificazione del Signore con i carcerati ci obbliga profondamente».

Un po’ di gioia in tempi tremendi

A un detenuto avvilito perché si sente circondato da odio, il Papa dice: «Si parla in modo feroce di voi, purtroppo è vero, ma vorrei dire non solo questo, ci sono anche altri che parlano bene di voi e pensano di voi. Io penso alla mia piccola famiglia papale, sono circondato da quattro suore laiche e parliamo spesso di questo problema, loro hanno amici in diverse carceri, riceviamo anche doni da loro e diamo da parte nostra il nostro dono, quindi questa realtà è in modo molto positivo presente nella mia famiglia e penso in tante altre. Dobbiamo sopportare che alcuni parlano in modo feroce, parlano in modo feroce anche contro il Papa e tuttavia andiamo avanti. Mi sembra importante incoraggiare tutti che pensino bene, che abbiano il senso delle vostre sofferenze, abbiano il senso di aiutare nel processo di rialzamento e diciamo che io farò il mio per invitare tutti a pensare in questo modo giusto, non in modo dispregiativo, ma in modo umano, pensando che ognuno può cadere, ma Dio vuole che tutti arrivino da Lui, e noi dobbiamo cooperare con lo Spirito di fraternità e di riconoscimento anche della propria fragilità, perché possano realmente rialzarsi e andare avanti con dignità e trovare sempre rispettata la propria dignità, perché cresca, e possano così anche trovare gioia nella vita». Amnistia per recuperare un po’ di gioia della vita, in questi tempi tremendi, conviene.

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5 Commenti

  1. alessandra piccinini scrive:

    Ha ragione sig. Farina. Anch’io sono per l’amnistia. E poi un giorno potrebbe servire anche a Lei

    • Mappo scrive:

      Alessandra: Per come funziona la giustizia in Italia potrebbe servire tanto a me che a lei, oramai in Italia, per finire in galera, l’aver commesso un reato è un dettaglio tutto sommato abbastanza trascurabile.

  2. francesco taddei scrive:

    perchè i detenuti non accettano il braccialetto elettronico? poi se non costruiamo nuove carceri tra venti anni si ripresenterà lo stesso problema.

    • Mappo scrive:

      Per il braccialetto elettronico non credo che sia questione dei detenuti, ma della solita burocrazia che ne ha bloccato l’applicazione. Mi risulta che i braccialetti ci siano, ma giacciano, costosi, nei cassetti.

  3. ragnar scrive:

    Carceri strapiene? suicidi frequenti nelle carceri? In realtà basterebbe che i detenuti anziché rimanere chiusi in cella, per poter mangiare fossero obbligati a lavorare. In tal modo si potrebbe sfruttare una potenziale risorsa a costi molto limitati. E.g., c’è bisogno di una metropolitana? Che si mandino i detenuti, almeno si guadagnano il pane per vivere, dobbiamo mantenerli noi? Altrimenti affari loro, che muoiano di fame. Ovviamente ciò deve essere applicabile a chi è stato riconosciuto colpevole

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