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L’affaire Alberto Tedesco e la nemesi del Pd “epuratore”

marzo 19, 2013 Chiara Rizzo

L’ex senatore è ai domiciliari in attesa del processo. La sua vicenda spiega bene il complesso manettaro della nostra sinistra

Il 20 luglio 2011 si votò per la richiesta di arresti per Alfonso Papa (Pdl) alla Camera e per Alberto Tedesco (Pd) al Senato. Mentre Papa andava in carcere, Tedesco rimase in Senato. Poi il tempo è passato, il vento è cambiato. Gli arresti di Papa sono stati revocati; Tedesco invece è finito ai domiciliari il 15 marzo scorso, quando è decaduta la sua immunità parlamentare. Entro dieci giorni il giudice per le indagini preliminari terrà l’interrogatorio di garanzia. Il caso Tedesco è la nemesi del giustizialismo nel Pd e più in generale nel centrosinistra, che tende a dimenticare sempre il monito del socialista Pietro Nenni: «Attenti, che arriva sempre qualcuno più puro di te che ti epura».

LA VICENDA GIUDIZIARIA. Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità della giunta Vendola I, oggi è imputato di concussione, corruzione, turbativa d’asta e falso: l’accusa di associazione a deliquere, inizialmente non accolta dal gip, è stata confermata nell’agosto 2011 dal tribunale del riesame, e così si è andata ad aggiungere alle altre. Tra i suoi co-imputati c’è anche la celeberrima “Lady Asl”, l’ex direttore generale dell’Asl di Bari, Lea Cosentino, che avrebbe accettato gli ordini di Tedesco sulle nomine dirigenziali. L’inchiesta è stata condotta dalla procura di Bari, in particolare dal pm Desirèe Digeronimo, poi al centro delle polemiche per il caso Vendola: è stata lei, con un esposto, a denunciare l’amicizia tra il Gup che ha prosciolto Nichi e la sorella del governatore. Per questo la corrente di sinistra delle toghe, Area, ha pressato sinché non ha ottenuto che il Csm aprisse, lo scorso novembre, un fascicolo per il trasferimento della Digeronimo. La procura ha chiesto al Senato l’autorizzazione all’arresto di Tedesco la prima volta nel febbraio 2011, ma è stata rigettata da Palazzo Madama a luglio 2011. Una nuova richiesta è stata inviata quando, dopo il Tribunale del riesame di Bari, anche la Cassazione ha confermato l’esigenza di una misura cautelare. A febbraio 2012 è arrivato il secondo no. Il 4 febbraio 2013 l’ex senatore è stato rinviato a giudizio. Il processo comincerà il 6 maggio a Bari.

TEDESCO: “NON SONO ARSENIO LUPIN”. Nel 2011, disponendone l’arresto, il gip Giuseppe De Benedictis scriveva, riprendendo la tesi dell’accusa: “Non vi è alcun dubbio che il sistema fosse incentrato sulla rigorosa applicazione di logiche affaristiche e clientelari, sorrette dall’equazione ‘nomina del dirigente amico-ricambio dei favori da parte del dirigente’. Tramite le turbative d’asta e gli abusi d’ufficio, conducevano alla spartizione illecita degli appalti in favore degli imprenditori che garantivano futuro sostegno elettorale ai politici, e il maggior numero di consensi possibile”.
Nella ricostruzione dell’accusa e del Gip, in Regione Puglia ci sarebbe stato “un sistema di occupazione dei posti di alta amministrazione e successivo asservimento degli uomini chiave per successivi fini privati e/o comunque certamente poco istituzionali”.
Tedesco si è sempre difeso respingendo tutte le accuse: «Siamo partiti dall’accusa di associazione mafiosa e siamo arrivati all’associazione a delinquere, che il gip ha respinto. Rimangono i reati singoli, ma sono in grado di dimostrare che non sono stati commessi, e ciò che è avvenuto in realtà non configura un reato. Nelle indagini nessuno ha nemmeno ritenuto di interrogarmi». Tedesco ha sempre dichiarato di non volersi sottrarre al processo ma anche che «non sono un Arsenio Lupin capace di preordinare l’organizzazione della sanità ai propri illeciti interessi personali, nell’inconsapevolezza generale. O c’era omertà, o non c’è nessun reato».

LA VICENDA POLITICA. Socialista, vicino a Rino Formica negli anni ’80, Tedesco è stato in Regione Puglia dal 1985 al 2009, come consigliere e poi assessore. Nel 2005 ha sostenuto Vendola con il suo partito, i socialisti autonomisti, e poi è stato determinante anche nella vittoria di Michele Emiliano a sindaco di Bari. In cambio ha ottenuto poca riconoscenza umana. Nei giorni della richiesta d’arresto, Emiliano su facebook ha commentato sibillino: “Gli errori giudiziari possono essere sempre possibili, ma se in questa grande confusione la mia amministrazione è sempre rimasta integra, molto è dipeso anche dalla correttezza e prudenza dei miei collaboratori”.
Tedesco è stato scaricato ancor più platealmente da Vendola, che nell’inchiesta Tedesco è stato prosciolto, ma che il 26 febbraio 2011, con una conferenza stampa ha fatto sapere: «Io non sono scontento delle intercettazioni, perché comunque svelano un discreto livello di spregiudicatezza nella gestione della cosa pubblica. Posso annusare il cattivo odore e reagisco appena lo sento». Vendola, al primo avviso di garanzia a Tedesco nel 2009, ne aveva preteso le dimissioni: poi l’ex assessore era passato al Senato (anche, vociferano i ben informati in Puglia, per i buoni uffici del lìder maximo D’Alema). Ma è stato lo stesso Gip nel 2011 a scrivere che “i metodi di Tedesco erano spesso usati in maniera identica da altri assessori (regionali e comunali)” e in quota Pd.

BERSANI GIANO BIFRONTE. «I problemi sono dall’altra parte (nel Pdl)» ha detto Bersani alla vigilia del voto Papa-Tedesco nel luglio 2011. Intanto la vicepresidente Rosi Bindi chiudeva le porte a Tedesco («Niente scudi parlamentari»), e il vice capogruppo dei senatori Pd, Nicola Latorre, comunicava di votare il sì alla custodia cautelare («Bisogna allontanare anche il minimo sospetto che su fatti di questa natura ci possano essere scambi o strumentalizzazioni»). Quel giorno un deputato Pd, Antonio Luongo, ha invece proprio parlato di «scambio di prigionieri»: il Senato ha votato con 151 no e 127 sì contro la misura cautelare. Dalla successiva conta è parso (dato che il voto era segreto il mistero resta) che, se alla Camera il Pd votava compatto per il sì all’arresto di Papa, al Senato si mostrava più garantista per Tedesco con qualche voto sfuggito per caso. Il senatore fu aiutato anche dai voti di Pdl e Lega.
Bindi, insieme ad Antonio Di Pietro (Idv), all’euparlamentare Deborah Serracchiani e al senatore Ignazio Marino (Pd) ne hanno chiesto le dimissioni. «Non ci penso nemmeno, non ho nessun motivo per farlo» ha risposto Tedesco (che prima del voto, in aula, aveva chiesto ai senatori di accettare la richiesta della Procura), “benedetto” da Bersani («Tedesco rifletterà, ma il suo intervento per il sì all’arresto è stato buono»), poco prima che Bersani stesso cambiasse idea: «Faccia un passo indietro».
In attesa del processo, resta solo da stendere un pietoso velo almeno sulla vicenda politica. Con Tedesco stesso, che a suo tempo ha avuto una parola buona per tutti: «Si può decidere di riempire il parlamento di portaborse, come ha fatto Franceschini, di assenteisti, seguendo l’esempio di Bindi, di bocciati alle primarie secondo il costume di Letta, o di cambia casacca arruolati a suo tempo da Veltroni. Quello che non si può fare è cercare l’alibi di questo sfacelo, che ha caratterizzato la vita parlamentare Pd in questa legislatura, nascondendosi dietro il dito del caso Tedesco».

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