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La vicenda processuale di Ottaviano Del Turco è «vergognosa». Non lo scrive Tempi, ma Il Fatto

dicembre 4, 2012 Redazione

Sul sito del quotidiano un articolo spiega essere ormai giunta a una situazione paradossale la vicenda dell’ex governatore dell’Abruzzo. «Lo è se verrà condannato, a maggiore ragione se sarà assolto»

Se anche Il Fatto quotidiano si chiede se sia giustizia quella che vede ancora imputato Ottaviano Del Turco, significa che la storia è davvero arrivata all’apice del paradosso. È accaduto ieri, con un articolo di Achille Saletti sul sito del quotidiano. I lettori di Tempi conoscono bene la vicenda processuale dell’ex governatore dell’Abruzzo, che partecipò in settembre all’incontro organizzato dal nostro settimanale, “Aspettando giustizia”. In quell’occasione, Del Turco disse essere suo desiderio difendersi nel processo, peccato che quello che lo vede accusato «duri da quattro anni e tre mesi e ancora non si veda neanche l’ombra della “montagna di prove schiaccianti” che i pm avevano annunciato alla stampa di avere contro di me. Rimandano di sei mesi in sei mesi il processo per trovare delle prove che non ci sono. E se tutto va bene, ma deve andare davvero molto bene, spero che si arriverà a una sentenza prima dell’estate dell’anno prossimo». All’incontro Del Turco aveva raccontato dei suoi 28 giorni di carcerazione preventiva, di come la sua giunta «dal 2005 al 2008 fosse riuscita a riequilibrare i conti della disastrata sanità abruzzese», dello svolgimento del suo abnorme processo, dove si riscontra solo un grande assente: «Le prove, appunto».

LA MAGISTRATURA E L’AVVENTO. Ma veniamo a quanto scritto dal Fatto Quotidiano. Saletti scrive che «in Germania o in Francia, in Inghilterra o negli Stati Uniti il destino di un Del Turco locale sarebbe già stato ben definito e delineato: lo sarebbe stato in un paio di anni, tempo ragionevole per tutelare le esigenze della collettività e, al tempo stesso, dell’imputato. Tempo ragionevole per mantenere fiducia in un organo fondamentale quale la magistratura». «Come si fa– chiede l’autore – ad ipotizzare che un indagato debba dimettersi dalle cariche politiche alla luce del bradisismo processuale che affligge l’Italia? Quale farraginosa indagine può portare alla cifra record di sei anni senza sapere se l’imputato è colpevole o innocente? A me sembra chiaro che questa lentezza inficia, in gran parte, un serio ragionamento sul rapporto politica e magistratura con buona pace di coloro che pensano che la magistratura sia simile all’avvento: annunci la nascita del bambin gesù. Al contrario annuncia, come in questi casi di inefficienza assoluta, l’appalesarsi di gironi infernali che trasformano professione e status del cittadino in quella scomoda e svillaneggiata di imputato. Per anni, per secoli se interviene la prescrizione».

MALINCONICA ATTESA. Quindi? Quindi secondo quanto scritto sul Fatto «è vergognoso che si sia ancora in questa fase di giudizio. Lo è se verrà condannato, a maggiore ragione se sarà assolto. In tale ultimo caso rappresenterebbe un finale tragico: per l’imputato e per gli elettori, che hanno visto decapitare la dirigenza di una regione, vedere sovvertito un voto democratico, distrutto una carriera politica. In tale ultimo caso, se si usassero molti paradigmi cari alla cultura del sospetto, si potrebbe anche affermare che un processo che viene trascinato così a lungo è un processo in cui le prove sono fragili per non dire assenti. Ma non si vuole essere sospettosi e si rimane in sfiduciata e malinconica attesa».

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