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La vera Champions l’ha vinta il Califfo

giugno 15, 2017 Alessandro Giuli

Non essere più al sicuro nelle proprie città, non sentirsi protetti nei luoghi della gioia e dello svago, morire sgozzati da una scimitarra nel più occidentale dei viali

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Avrei voluto dedicare la copertina del numero 23 di Tempi al Triplete della Juventus. Lo dico sul serio, lo dico da romanista che più anti juventino non si può. Speravo che la Juve centrasse il terzo trofeo stagionale, il più importante. Stavolta confidavo davvero nel trionfo zebrato. Certo, una delle ragioni è che le copertine sportive, calcistiche sopra tutto, fanno sangue e vanno forte in edicola. Ma non è questo il punto. Il punto è che, come suggerito al direttore qualche settimana fa dall’eccelso Roberto Perrone, sarebbe stato divertente titolare su quanto non serve a nulla invocare la gogna giudiziaria per arrestare la corsa dei più forti e dei più ricchi, categorie da sempre coincidenti nella detestata divisa bianconera. Ovvero, invertendo il ragionamento: quanto hanno giovato alla Juve la condanna in serie B, il sequestro di qualche scudetto e una turba d’indagini e processi più rumorosi o sgangherati che fondati su reali presupposti di colpevolezza (mica è finita eh, citofonare Andrea Agnelli). Insomma la morale è che non puoi sperare di espellere per via giudiziaria la prima squadra italiana dal suo meritato trono. Anzi, ora che ci ripenso, la teoria di Perrone resta valida pure senza Champions League in bacheca, quella che noi analogici chiamiamo ancora Coppa dei Campioni.

Onore al Real Madrid, dunque. Ma se vogliamo dirla tutta non è neppure il Real, quest’anno, ad aver meritato il podio più alto. Altro che copertina pallonara, qui il sangue vero l’ha fatto Abu Bakr al Baghdadi, la Champions è tutta sua. Non l’ha vinta a Cardiff, l’ha strappata a Londra insieme con la vita di almeno sette persone, e per poco non ha aggiunto al bottino altre anime fra quelle lancinanti e spaesate che in piazza San Carlo a Torino si sono contese la sopravvivenza a una bomba fantasma, a un attentato che non c’era. Eccola la vittoria del Califfo, dei suoi volenterosi carnefici improvvisati, dei suoi immaginari seguaci musulmani radicalizzati e dei suoi radicali islamizzati, come sostiene l’insigne Olivier Roy nelle pagine che seguono. Non essere più al sicuro nelle proprie città, non sentirsi protetti nei luoghi della gioia e dello svago, morire sgozzati da una scimitarra nel più occidentale dei viali oppure rischiare la pelle per la verosimile, ancorché falsa, possibilità che uno psicolabile con uno zaino sulle spalle o il boato provocato da un petardo ci stiano proclamando l’imminente strage islamista.

È questa la vera sfida? E noi che partita stiamo giocando? Gli osservatori più meditabondi e composti, quelli che le guerre di civiltà non esistono e altre corbellerie del genere mainstream, stanno cercando di convincerci che dobbiamo imparare a convivere con l’orrore, in questo strano regime di psicopatologia da assediati imbelli. L’importante – dicono loro – è rimuovere ogni diseguaglianza e ogni differenza di genere, di cultura e di spirito fra i popoli e al loro interno, azzerare ogni specificità etnica, lavorare sul contesto e farlo sempre in omaggio al senso di colpa che deve gravare sulle potenze coloniali che fummo. È la prosecuzione del pacifismo con altri mezzi e suicidiari. Nonché la dimostrazione che il peggior nemico dell’occidente è l’occidente.

Foto Ansa

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