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La vendetta del Sultano Erdogan

luglio 11, 2017 Leone Grotti

Licenziati, braccati, incarcerati anche solo per avere incrociato la persona “sbagliata”. I gulenisti fuggiti dalla Turchia raccontano la colossale rappresaglia di Erdogan

epa05430977 Protesters carry an effigy of Turkish Muslim cleric Fethullah Gulen, founder of the Gulen movement, during a demonstration at Taksim Square, in Istanbul, Turkey, 18 July 2016. Gulen has been accused by Turkish President Recept Tayyip Erdogan of allegedly orchestrating the 15 July failed coup attempt. Turkish Prime Minister, Binali Yildirim, announced on 18 July that of the 7,500 detainees involved in the coup attempt, there were 6,000 soldiers, 100 police officers, 755 judges and prosecutors and 650 civilians. Among the detained army officials included 103 generals, almost one third of the 356 generals in the Turkish Army. At least 290 people were killed and almost 1,500 injured amid violent clashes on July 15 as certain military factions attempted to stage a coup d'etat.  EPA/SEDAT SUNA

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ali è un uomo fortunato. Era appena uscito di casa un anno fa quando, pochi giorni dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio in Turchia, la polizia ha bussato alla sua porta. L’avvocato di 44 anni sapeva che quel giorno sarebbe potuto arrivare fin da quando, nel 2014, accettò di difendere un giornalista di un importante gruppo editoriale, colpevole di aver fatto eco allo scoop che nel 2013 portò alla luce un enorme scandalo di corruzione arrivato a toccare la cerchia personale del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un’altra “colpa” pendeva sulla testa di Ali come una spada di Damocle: l’appartenenza a Hizmet, movimento religioso e sociale fondato dal predicatore musulmano Fethullah Gülen, accusato da Erdogan di avere organizzato il golpe fallito. Non avendolo trovato in casa, la polizia ha setacciato da cima a fondo lo studio legale di Ali, invano.

«Per anni sono stato bersagliato dalla stampa e dai media turchi vicini ad Erdogan per avere difeso quel giornalista. In questi anni ho anche rilasciato interviste a media nazionali e internazionali per spiegare come la giustizia in Turchia sia diventata ormai una farsa, amministrata ad uso e consumo di un unico uomo». Ali non è il vero nome dell’avvocato, che al pari di tutti gli altri intervistati da Tempi in questo articolo ha accettato di parlare solo a patto di utilizzare un nome falso, evitare foto e altri dettagli che potrebbero mettere a repentaglio la sua incolumità e peggiorare ulteriormente quella dei familiari. Da quel giorno di luglio dell’anno scorso, tutto è cambiato nella vita di Ali: «Non ho più messo piede in casa mia, ho dovuto chiudere il mio studio legale e dire addio alla carriera di avvocato. Se mi avessero trovato, ora sarei tra le decine di migliaia di innocenti rinchiusi in carcere senza motivo». Ali invece è riuscito a nascondersi per 20 giorni da un amico, poi è salito su un barcone nottetempo insieme alla moglie e ha attraversato l’Egeo diretto in Grecia. Da lì, è riuscito ad arrivare in Italia, dove ora ha fatto richiesta di asilo come rifugiato politico. «Io sono fortunato, anche se non ho più niente. Il governo mi ha sequestrato la casa, l’automobile e il conto in banca. Non ho più niente, ma sono libero. Due miei amici invece sono in carcere solo perché mi conoscono. Un avvocato è stato arrestato solo per aver lavorato nel mio studio. Per non parlare di mia moglie, che insegnava sociologia in un liceo di Istanbul ed è stata licenziata solo per avermi sposato. Due miei fratelli, invece, sono in carcere».

Gli esempi raccontati da Ali possono sembrare iperbolici ma non lo sono. Chiunque in Turchia potrebbe raccontare storie simili. Nell’ultimo anno, secondo dati ufficiali del ministero dell’Interno turco, sono stati licenziati 138.148 impiegati nel settore pubblico (tra cui oltre 20 mila poliziotti e migliaia di militari), arrestati 110.527 civili e incarcerati 54.614; 2.099 tra scuole, dormitori e università sono stati chiusi, 4.424 giudici e pm sono stati interdetti alla professione al pari di 8.271 assunti in ambito accademico. E ancora, 149 giornali e gruppi editoriali sono stati chiusi, 234 giornalisti sono stati arrestati, altri 200 sarebbero nascosti o in fuga. Tutte o quasi le persone colpite in questa purga di massa senza precedenti appartengono al movimento di Gülen o sono accusate di farne parte. La caccia all’uomo ha raggiunto proporzioni paranoiche: è sufficiente avere iscritto i propri figli nelle scuole guleniste (circa 2.000, tutte chiuse e sequestrate), notoriamente eccellenti, per essere sospettati o aver vinto un concorso pubblico dopo aver studiato in uno dei tanti corsi organizzati dalle associazioni affiliate a Hizmet. Tutti i turchi che hanno scaricato l’app di messaggeria istantanea criptata ByLock sono stati inseriti in una lista speciale di sospetti e decine di migliaia sono stati arrestati. Anche chi ha depositato i soldi in una banca diretta da un gulenista è stato detenuto. Erdogan, che ha dichiarato lo stato di emergenza, non a caso ha definito il fallito golpe «un dono dal cielo»: lo sta infatti utilizzando come scusa per far fuori tutti i suoi critici e oppositori, ma anche per migliorare le casse dello Stato. Secondo dati forniti dal fondo statale Tmsf, sono già 879 (dato aggiornato al 31 maggio) le grandi imprese appartenenti a sospetti simpatizzanti di Gülen sequestrate dallo Stato e trasferite nel fondo per un valore totale di 11,32 miliardi di dollari.

«La mia scuola sequestrata»
Il fondatore di Hizmet, il predicatore Fethullah Gülen, che vive negli Stati Uniti, in Pennsylvania, dal 1999, promuove un islam illuminato e aperto, capace di andare d’accordo con le altre religioni monoteiste e di promuovere la tolleranza. I suoi seguaci hanno aperto soprattutto associazioni culturali e caritative, scuole, università, doposcuola e dormitori in tutto il mondo. In Turchia è visto da molti come un movimento losco, che con la scusa di promuovere il dialogo, l’educazione e l’istruzione vorrebbe creare uno Stato nello Stato. In precedenza il movimento di Gülen aveva sostenuto in varie occasioni le politiche moderate e democratiche del governo di Erdogan, come nel caso del referendum costituzionale del 2010 o l’apertura della Turchia verso l’Europa. Ma quando i media vicini al movimento hanno criticato la violenta reazione del governo in occasione della protesta di Gezi Park e soprattutto quando nel 2013 sono state pubblicate le prove della corruzione all’interno dell’Akp, il partito presidenziale, tutto è cambiato. Da allora è cominciata una campagna contro i gulenisti, culminata nell’ultimo anno nell’accusa per tutti i suoi membri di essere terroristi. Oggi, infatti, il movimento di Gülen è denominato dagli ufficiali turchi Feto (Organizzazione terroristica gulenista) e nonostante il predicatore, dopo aver negato di essere dietro al golpe, abbia chiesto la formazione di una commissione d’inchiesta internazionale, ancora non è chiaro chi lo abbia organizzato. Nel frattempo, la campagna repressiva ha assunto toni sempre più apocalittici: in molte province sono stati organizzati concorsi pubblici nelle scuole per premiare i disegni che meglio rappresentano i gulenisti, solo per nominare vincitore chi ritrae il predicatore come un demonio che ride (“gülen” significa sorriso). Per celebrare la fine del Ramadan, Erdogan ha incitato tutto il popolo turco alla delazione: «Se conoscete un gulenista o sapete dove si trova, denunciatelo a noi. Se non ci informate, sarete considerati responsabili».

Centinaia di gulenisti sono scappati in tutta Europa per sfuggire agli arresti indiscriminati e una ventina sono arrivati in Italia. Ma il timore della repressione supera i confini della Turchia. «Avevo bisogno di andare al consolato per mandare una delega in Turchia fondamentale per gestire i miei affari», spiega a Tempi Rahmi, imprenditore di Ankara, da poco scappato in Italia con la moglie Oya. «Fortunatamente degli amici mi hanno fermato prima: appena entri in consolato, infatti, ti chiedono il passaporto e non te lo restituiscono più. Al suo posto ti consegnano un foglio d’uscita che si può utilizzare solo una volta e solo verso il paese d’origine. Per paura che mi sequestrassero l’azienda, alla fine ho dovuto venderla». Anche la moglie, Oya, ha pagato la sua affiliazione religiosa: «Insegno storia in un liceo da 25 anni. Dopo il golpe del 15 luglio mi hanno annullato l’abilitazione, poi la laurea. Da un giorno all’altro mi sono ritrovata una semplice diplomata, come se non avessi studiato per anni», racconta a Tempi la donna, parlando senza fretta con il capo racchiuso da un hijab argentato.

«La polizia ha cominciato a fare irruzione in casa dei dirigenti della scuola, fondata dal movimento, poi degli insegnanti, infine l’hanno sequestrata. Io e mio marito avevamo già i visti per l’Italia e siamo partiti il prima possibile, al pari dei miei figli, andati a studiare negli Stati Uniti. Ci siamo salvati tutti, ma i miei vicini mi hanno detto che anche la nostra casa è stata perquisita e sequestrata. Molti miei colleghi sono ora in carcere». Dopo il 2013, Oya temeva che la situazione potesse degenerare, «ma non pensavo sarebbero mai arrivati ad arrestare degli insegnanti. Io non sono una terrorista e sono certa che il movimento di Gülen non ha niente a che fare con il colpo di Stato». Oya e Rahmi hanno fatto richiesta di asilo politico e sono fiduciosi: «L’Italia finora ci ha trattati molto bene. siamo felici qui. Speriamo che il vostro governo non ceda alle pressioni».

«Come potremmo tornare?»
I due si riferiscono alle liste di gulenisti che il governo turco ha già inviato a diversi paesi europei (tra cui Germania e Olanda), chiedendo ufficialmente che i residenti turchi citati, accusati di terrorismo, vengano consegnati. Finora le richieste sono state respinte al mittente, ma la situazione è preoccupante: Sabah, un giornale molto vicino a Erdogan, stampato in Germana ma letto dai turchi in tutta Europa, ha recentemente pubblicato in prima pagina un numero di telefono e un indirizzo e-mail dove è possibile riportare i nomi di gulenisti scappati in Europa e la loro attuale residenza. A queste pressioni si aggiungono quelle interne alla Turchia, dove i familiari dei parenti ricercati e fuggiti vengono spesso arrestati. Famosa in questo senso è la detenzione del padre di Hakan Sukur, l’ex calciatore dell’Inter in fuga, colpevole di aver criticato Erdogan su Twitter. In sua assenza, è stato preso il padre, oggi rilasciato ma ancora accusato di “legami terroristici”.

Allo stesso modo, la polizia continua a fare visita ai parenti di Seyfi, ingegnere di 53 anni, rifugiato in Italia insieme a moglie e figli. «Gli agenti continuano ad andare dai miei fratelli. “Convincetelo a tornare e vi lasceremo stare”, gli dicono. Ma come potremmo tornare?». La figlia più grande era riuscita a iscriversi in una delle migliori università della Turchia, ma dopo il fallito golpe «è stata cacciata. La scuola degli altri due miei figli è stata chiusa e loro sono rimasti senza istruzione. L’attività commerciale di mia moglie è stata chiusa e sequestrata. E tutto perché io appartengo al movimento di Gülen e ho aperto un’associazione culturale che promuove il dialogo». Per fortuna, dice sollevato Seyfi a Tempi, «nel luglio del 2016 eravamo in vacanza in Italia, quindi non abbiamo avuto bisogno di scappare perché eravamo già qui. Resteremo finché le cose non cambieranno e grazie al cielo, dopo aver sentito la nostra storia, una scuola di Milano ha subito accolto i miei due figli più piccoli». Seyfi si sente al sicuro, è con la sua famiglia, eppure non riesce ad essere felice: «Ogni volta che accarezzo i miei figli, penso ai tanti padri che in Turchia non possono fare lo stesso e questo mi dà un grande dolore. Tutto quello che di buono c’è nella mia vita lo devo a Gülen».

Ad aprile Erdogan ha vinto il referendum per trasformare il paese in una repubblica presidenziale e assumere così poteri inediti. Necla, moglie dell’avvocato Ali, si sistema il velo variopinto, poi dà voce alla sua preoccupazione: «Oggi non esiste un dittatore spietato come Erdogan. Non c’è diritto umano che non venga calpestato in Turchia e chi protesta viene incarcerato. Noi speriamo che l’Unione Europea si faccia sentire e fermi questa persecuzione. Contiamo anche sui media europei perché facciano il loro lavoro: in Turchia nessun giornale può scrivere queste cose. Voi invece potete dare voce a chi non ce l’ha».

Foto Ansa

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